La crisi dello Stretto di Hormuz mette il mondo davanti a una nuova emergenza alimentare
Il rincaro di energia e fertilizzanti minaccia i raccolti, fa salire i prezzi del cibo e rischia di spingere milioni di persone in più verso l’insicurezza alimentare acuta.
La crisi nello Stretto di Hormuz non sta colpendo soltanto il mercato dell’energia, ma sta iniziando ad investire anche l’agricoltura, il commercio alimentare e gli aiuti umanitari, con il rischio di aprire una nuova fase di instabilità per i Paesi più fragili. Prima del conflitto con l'Iran da quel corridoio marittimo passava, infatti, circa un quinto dei combustibili esportati nel mondo e più del 30% del commercio globale di fertilizzanti: ora che i flussi si sono fermati, l’impatto si sta propagando ben oltre il Golfo Persico.
Il primo effetto è sui costi. Il prezzo del petrolio è salito con forza dall’inizio dell’escalation, ma anche diversi fertilizzanti azotati, tra cui l’urea, hanno registrato rincari significativi. Per l’agricoltura si tratta di un colpo diretto: carburante e fertilizzanti sono due voci decisive per la semina, la coltivazione, il raccolto e il trasporto delle merci. L’Agenzia Internazionale dell’energia ha spiegato che, nelle economie avanzate, i costi energetici diretti e indiretti possono arrivare a rappresentare il 40–50% dei costi variabili delle colture.
Il fatto è che quando 'aumentano questi costi, aumenta anche il prezzo del cibo. Ed è qui che il problema economico diventa un problema umano. Il Programma Alimentare Mondiale stima così che, se il conflitto non si attenuerà entro metà anno e il petrolio resterà sopra i 100 dollari al barile, quasi 45 milioni di persone in più potrebbero scivolare nell’insicurezza alimentare acuta o peggiore. Si aggiungerebbero ai 318 milioni già colpiti, portando il totale globale di persone a rischio fame a circa 363 milioni.
Da Hormuz
ai campi del mondo
Una crisi marittima regionale si sta trasformando, in pochi mesi, in una minaccia alimentare per l'intero pianeta. La mappa dell'onda d'urto.
transitati via Hormuz nel 2024
Il nodo più delicato riguarda i fertilizzanti. Reuters ha riferito che circa 1,9 milioni di tonnellate sono rimaste bloccate, pari a circa il 12% dei volumi transitati attraverso Hormuz in tutto il 2024. Allo stesso tempo, il Qatar ha dovuto fermare la produzione del più grande impianto singolo di urea al mondo dopo le interruzioni delle forniture di gas. Per molti agricoltori, soprattutto nei Paesi importatori, non si tratta di una tensione astratta sul mercato: significa meno prodotto disponibile, prezzi più alti e margini ridotti proprio nel momento decisivo della semina.
La tempistica peggiora tutto. In varie aree dell’emisfero nord e in parte dell’Africa la stagione agricola è già in corso, mentre in Asia meridionale entrerà presto nel vivo. I fertilizzanti servono soprattutto all’inizio del ciclo produttivo: se mancano o costano troppo in questa fase, il danno ai raccolti può diventare inevitabile anche se la situazione logistica dovesse migliorare più avanti. Negli Stati Uniti, intanto, il rincaro dei fertilizzanti sta già spingendo parte degli agricoltori a ridurre le coltivazioni di mais, che richiede più azoto, e a orientarsi verso la soia.
Tanto per cambiare, a reggere meglio l’urto sono in genere le aziende agricole più grandi e i Paesi più ricchi, che hanno più scorte, più credito e più capacità di cambiare coltura facilmente. Molto più esposti sono invece i piccoli produttori dei Paesi in via di sviluppo, soprattutto in Asia e Africa, dove il peso dei fertilizzanti importati dal Medio Oriente resta elevato e i margini di adattamento sono minimi. Anche per questo il rischio non è solo un aumento dei prezzi sugli scaffali, ma una riduzione concreta della produzione alimentare locale.
A peggiorare le cose c'è il fatto che la crisi si riflette negativamente anche sugli aiuti internazionali. Il Programma Alimentare Mondiale avverte che la disfunzione delle rotte commerciali sta rallentando le consegne, allungando i tragitti e facendo salire i costi di trasporto. Per alcune spedizioni verso l’Africa orientale, le deviazioni possono aggiungere fra 25 e 30 giorni di viaggio aggiuntivo. In un sistema umanitario che opera già al limite, ogni settimana persa e ogni costo in più riducono la quantità di aiuti che si riesce a portare sul campo.
A rendere il quadro ancora più cupo c’è il calo dei finanziamenti internazionali. Secondo l’Ocse, l’assistenza pubblica allo sviluppo è diminuita del 7,1% nel 2024 e del 23,1% nel 2025, in termini reali. Questo significa meno risorse a disposizione proprio mentre i bisogni aumentano, le catene logistiche si complicano e il costo per assistere le popolazioni più vulnerabili cresce. Il risultato è una pressione simultanea su tutti i punti della filiera: energia più cara, fertilizzanti meno accessibili, semine più difficili, raccolti a rischio, aiuti più lenti e bilanci umanitari più magri. È così che una crisi marittima regionale rischia di trasformarsi, in pochi mesi, anche in una minaccia globale per l'approvvigionamento di cibo.