I figli degli emigrati nazisti in America votano per i Repubblicani
Una ricerca di Noah Dasanaike, dottorando ad Harvard, ha incrociato 3,4 milioni di tessere del partito nazista con i censimenti e i registri elettorali statunitensi. I figli maschi degli iscritti si registrano repubblicani più spesso dei coetanei tedeschi.
I figli degli emigrati nazisti che si trasferirono negli Stati Uniti dopo la guerra si sono registrati come elettori repubblicani con una frequenza superiore di 3,5 punti percentuali rispetto ai figli di altri immigrati tedeschi vissuti nelle stesse contee americane. È il risultato principale di uno studio di Noah Dasanaike, dottorando in scienze politiche alla Harvard University. Lo studio non è ancora stato sottoposto a peer review.
La ricerca affronta una questione a lungo discussa dalla scienza politica: l'adesione a un movimento estremista lascia tracce nei discendenti quando il partito, il regime e la comunità di riferimento non esistono più? Finora la letteratura aveva documentato la persistenza di orientamenti politici a livello di luoghi, studiando per esempio le contee del Sud degli Stati Uniti con un passato schiavista o i comuni austriaci che accolsero nazisti in fuga. Questi studi però non riuscivano a distinguere se la persistenza dipendesse dalla trasmissione familiare o dal contesto locale, perché le famiglie e i luoghi tendono a muoversi insieme.
Dasanaike ha aggirato il problema concentrandosi su chi quei luoghi li aveva lasciati. Gli iscritti al Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, il partito nazionalsocialista tedesco, che emigrarono negli Stati Uniti si trovarono separati dal contesto istituzionale e comunitario in cui la loro ideologia era maturata. Il German American Bund, che negli anni Trenta aveva ospitato i simpatizzanti nazisti oltreoceano, venne sciolto nel 1941 e non ebbe eredi. Qualsiasi trasmissione di atteggiamenti politici ai figli nati in America dovette quindi passare principalmente dal nucleo familiare.
Il lavoro si basa su una mole di dati senza precedenti. L'autore ha digitalizzato 3,4 milioni di tessere dell'NSDAP conservate presso i National Archives statunitensi, nel fondo che raccoglie i materiali tedeschi sequestrati a fine guerra. Le tessere contengono nome, data e luogo di nascita, occupazione, numero di iscrizione, data di ammissione, distretto regionale del partito, sezione locale e residenza. La trascrizione è stata effettuata con un modello di intelligenza artificiale di Google, il Gemini 2.0 Flash Lite, capace di estrarre in formato strutturato i dati dalle vecchie schede microfilmate. Un assistente di ricerca ha poi verificato a mano un campione casuale per validare l'accuratezza del processo.
I nomi così ottenuti sono stati incrociati con i censimenti americani del 1930, del 1940 e del 1950, resi disponibili in forma integrale dal progetto IPUMS dell'Università del Minnesota. Il censimento del 1950, il primo del dopoguerra, è la fonte principale. L'abbinamento è avvenuto tramite un modello linguistico multilingue in grado di riconoscere le varianti inglesi dei nomi tedeschi, per esempio da Karl a Carl o da Wilhelm a William. I figli presenti nelle famiglie sono stati poi cercati negli archivi delle registrazioni elettorali del 2012 e del 2020, disponibili per tutti i 50 Stati e il District of Columbia, oltre che nel database DIME sulle donazioni elettorali curato da Adam Bonica.
Per ragioni tecniche l'analisi si limita ai discendenti maschi, perché il cognome femminile cambia con il matrimonio e rende impossibile il collegamento. Una verifica sul sottoinsieme delle figlie rimaste nubili, individuate tramite il secondo nome, mostra una stima compatibile con quella maschile.
Il dato centrale confronta i figli degli iscritti all'NSDAP con i figli di immigrati tedeschi non iscritti residenti nelle stesse contee americane. La differenza nella registrazione repubblicana è di 3,5 punti percentuali, rispetto a una quota del 47,7 per cento nel gruppo di controllo. Il risultato resta stabile anche controllando per il reddito, l'occupazione e l'età del padre nel 1950, ed è confermato dal voto del 2020, dove la differenza è di 3,6 punti. Tra le corrispondenze più affidabili il divario sale a 5,8 punti.
Lo studio mostra alcune regolarità interne che rafforzano l'interpretazione. L'effetto è più forte tra i figli di chi aderì al partito prima del 1933, ossia i cosiddetti Alte Kämpfer, i vecchi militanti. Cresce quando entrambi i genitori erano iscritti. Rimane altrettanto marcato tra i figli nati dopo il crollo del regime, che non hanno mai vissuto la Germania nazista. Questo ultimo elemento esclude che la spiegazione stia nell'esposizione diretta al nazismo durante l'infanzia e suggerisce che la trasmissione avvenga attraverso la disposizione politica del genitore.
Un aspetto importante riguarda la selezione degli emigrati. Chi lasciò la Germania per gli Stati Uniti apparteneva in prevalenza all'ala borghese e nazionalista del partito: commercianti, professionisti, impiegati, iscritti della prima ora. Meno rappresentati gli operai e la base populista. Gli emigrati erano in media più anziani degli iscritti rimasti in Germania, con un anno di nascita medio del 1895 contro il 1903, ed erano sovrarappresentati i membri austriaci, soprattutto viennesi, sottoposti a particolari pressioni dopo il 1945. New York è la destinazione americana più frequente, seguita da Illinois, New Jersey, California e Pennsylvania.
Un secondo blocco di prove viene dalle donazioni elettorali. Dasanaike ha incrociato i discendenti identificati con il database DIME, una raccolta curata dal politologo Adam Bonica che contiene tutte le donazioni ai candidati americani dal 1980 in poi e assegna a ogni donatore un punteggio ideologico, il CFscore, che misura quanto è di destra o di sinistra in base a chi finanzia. I figli degli iscritti all'NSDAP risultano in media più conservatori dei figli dei tedeschi non iscritti: danno soldi a candidati più a destra. Fin qui il risultato conferma quello sulla registrazione repubblicana.
Il passaggio decisivo riguarda però il bersaglio delle donazioni. Se i discendenti avessero ereditato il nucleo ideologico del nazismo, cioè l'antisemitismo, ci si aspetterebbe che evitino i candidati ebrei. Per verificarlo, l'autore ha fatto classificare da un modello linguistico l'ascendenza probabile di tutti i 175.913 candidati presenti nel database, identificandone 7.632 come probabilmente ebrei. Il confronto mostra che i figli degli iscritti al partito nazista donano ai candidati ebrei con la stessa frequenza dei figli dei non iscritti. Il margine di errore statistico esclude differenze superiori a 1,4 punti percentuali, un intervallo talmente stretto da rendere implausibile un effetto reale nascosto nei dati.
Dasanaike ne trae una conclusione netta sul contenuto della trasmissione. Ciò che passa di generazione in generazione non è l'antisemitismo né il nazionalismo razziale, ma un orientamento conservatore generale, radicato nell'anticomunismo, nello scetticismo verso le istituzioni liberali e nell'individualismo economico. Si tratta di una disposizione che trovava un corrispettivo nella tradizione repubblicana americana di Robert Taft e Barry Goldwater, e che quindi poteva essere ereditata pur cambiando il sistema dei partiti.
Ulteriori test sull'identità etnica mostrano che i nomi di battesimo tedeschi si trasmettono bene nella prima generazione nata in America ma svaniscono entro la terza, mentre i discendenti tendono a vivere in quartieri con maggiore presenza di origine tedesca. La preferenza per i candidati di ascendenza germanica non risulta tuttavia significativa.
La ricerca estende poi l'analisi ai figli di iscritti nati fuori dalla Germania, in Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Jugoslavia, Francia e Svizzera, dove il partito arruolò minoranze di lingua tedesca come i sudeti, i Volksdeutsche dei Balcani e i tedeschi della Slesia. L'effetto è positivo in tutti e sei i casi e statisticamente significativo in cinque, a conferma che il meccanismo non riguarda solo la comunità tedesco-americana.
Sul piano aggregato, un'analisi contea per contea dei voti presidenziali dal 1920 al 2020 mostra una curva con due picchi distinti: il primo negli anni Quaranta e Cinquanta, quando gli iscritti stessi votavano, e il secondo più ampio negli anni Settanta e Ottanta, quando i figli raggiunsero l'età adulta. Prima dell'arrivo dei nazisti in America le contee dove si sarebbero poi insediati non mostravano alcuna inclinazione repubblicana particolare, un dato che esclude un effetto di autoselezione verso territori già conservatori.
L'autore sottolinea alcuni limiti. Lo studio dimostra che la trasmissione avviene dentro la famiglia, ma non riesce a stabilire attraverso quale meccanismo preciso. Le possibilità sono tre e operano tutte dentro le mura domestiche. La prima è la socializzazione diretta, cioè ciò che i genitori dicono ai figli a tavola e nel corso degli anni. La seconda è il temperamento condiviso, ovvero tratti caratteriali trasmessi geneticamente che possono predisporre sia il padre a iscriversi a un partito estremista sia il figlio a orientarsi politicamente nella stessa direzione. La terza è la scelta del partner: chi aveva aderito al nazismo probabilmente ha sposato una donna con idee compatibili, rafforzando così l'ambiente ideologico in cui i figli sono cresciuti. I dati non permettono di separare questi tre canali. L'associazione statistica tra la militanza di un nonno e la registrazione di un nipote non implica consapevolezza né responsabilità individuale. Lo studio comunque fornisce, per la prima volta a livello individuale e su larga scala, una base empirica per capire come una militanza politica estrema possa lasciare tracce misurabili tre generazioni dopo, anche quando il partito e il regime che l'avevano prodotta sono scomparsi da tempo.