Gli Stati Uniti rischiano di restare senza munizioni di precisione
Un rapporto del CSIS stima che Washington abbia consumato in 39 giorni di guerra con l'Iran oltre la metà delle scorte di quattro munizioni chiave. Per ricostituirle serviranno anni.
La guerra tra Stati Uniti e Iran ha eroso le scorte di munizioni di precisione americane a un ritmo tale da esporre Washington a un rischio strategico nei futuri conflitti, in particolare in uno scenario di guerra con la Cina. È la conclusione di un rapporto del Center for Strategic and International Studies, pubblicato il 21 aprile 2026 e firmato dai ricercatori Mark Cancian e Chris Park, che analizza lo stato delle scorte di sette armamenti critici al momento della fragile tregua raggiunta con Teheran.
Nei 39 giorni dell'operazione Epic Fury, le forze statunitensi hanno colpito oltre 13.000 obiettivi e consumato quantità significative di sette munizioni chiave, suddivise in due categorie: armi per attacchi a lunga distanza contro bersagli terrestri e sistemi di difesa aerea e antimissile. Secondo lo studio del CSIS, per quattro di queste armi gli Stati Uniti potrebbero avere esaurito più della metà delle scorte presenti prima del conflitto. Gli esperti sottolineano che Washington dispone comunque di munizioni sufficienti a proseguire la guerra contro l'Iran in qualunque scenario plausibile, ma avvertono che il vero problema riguarda il medio e lungo periodo.
Sul fronte difensivo, gli Stati Uniti disponevano di circa 360 intercettori THAAD, Terminal High Altitude Area Defense, prima del conflitto e ne avrebbero utilizzati tra 190 e 290. Gli intercettori PAC-3 per il sistema Patriot partivano da una dotazione di circa 2.330 unità, delle quali ne sarebbero state impiegate fino a 1.430. Le scorte di missili SM-3 lanciati da navi, superiori alle 400 unità prima della guerra, si sono ridotte di un numero compreso tra 130 e 250 pezzi. Più contenuto l'uso degli SM-6, con un massimo di 370 unità consumate su circa 1.160 disponibili. Per l'attacco a lunga distanza, il rapporto stima che siano stati lanciati oltre 850 missili da crociera Tomahawk sui 3.000 disponibili, circa 1.000 missili JASSM sui 4.400 in dotazione e tra 40 e 70 dei 90 Precision Strike Missiles PrSM presenti in arsenale, al loro debutto operativo. Un funzionario dell'esercito avrebbe riferito che l'intero inventario dei PrSM è stato consumato, anche se altri sostengono che alcune unità restino disponibili.
Il problema centrale, evidenziato dagli analisti, è la lentezza con cui queste armi possono essere rimpiazzate. In base ai tassi medi di produzione degli ultimi cinque anni, il CSIS stima in 48 mesi il tempo necessario per ricostituire le scorte di JASSM, 42 mesi per i PAC-3, 53 mesi per i THAAD e 47 mesi per i Tomahawk. Tempi che, secondo gli autori, potrebbero allungarsi ulteriormente perché molti di questi sistemi sono vincolati dalla capacità produttiva effettiva degli stabilimenti.
L'amministrazione Trump ha annunciato a marzo un piano per quadruplicare la produzione di alcune armi chiave. Lockheed Martin ha comunicato che porterà la capacità produttiva annuale di intercettori THAAD da 96 a 400 unità nell'arco di sette anni, mentre RTX, il produttore dei Tomahawk, prevede di superare i 1.000 missili l'anno e di portare la produzione degli SM-6 oltre le 500 unità annue. La produzione dei PAC-3 dovrebbe salire a 2.000 unità l'anno entro il 2030, contro le 600 attuali. Gran parte di questa espansione dipende tuttavia da nuovi stanziamenti del Congresso e richiederà tempo per concretizzarsi.
La valutazione degli analisti è condivisa da vertici militari e da altri esperti. In un'audizione al Senato del 21 aprile, l'ammiraglio Samuel Paparo, capo dell'Indo-Pacific Command, ha dichiarato alla Commissione Forze Armate che i grandi appaltatori della difesa come Lockheed Martin e Raytheon impiegheranno da uno a due anni per aumentare produzione e volumi, e ha aggiunto che non sarà abbastanza rapido. Paparo ha parlato di limiti finiti della riserva, assicurando che le munizioni vengono usate con giudizio. Franz-Stefan Gady, esperto di difesa del Center for a New American Security, ha stimato che occorreranno da quattro a cinque anni per ricostituire le scorte di munizioni di precisione statunitensi.
Il nodo strategico riguarda la Cina. Molte delle armi consumate in Medio Oriente sono considerate essenziali per uno scontro con un competitor di pari livello, soprattutto per contrastare i missili balistici, settore nel quale Washington dispone di poche alternative. Gli autori del CSIS ricordano che già prima della guerra con l'Iran le scorte erano ritenute insufficienti per un conflitto con la Cina e che oggi la carenza è ancora più acuta. Un confronto ad alta intensità nel Pacifico occidentale, aggiungono, potrebbe consumare munizioni a un ritmo superiore a quello registrato contro Teheran.
La riduzione degli arsenali ha ripercussioni anche sulle forniture ad alleati e partner. L'Ucraina ha segnalato carenze critiche ed espresso preoccupazione per l'impatto dell'uso americano contro l'Iran sulle sue riserve. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha osservato che ogni Patriot utilizzato in Medio Oriente è un Patriot in meno che Kiev può ottenere. Il Giappone, secondo quanto riferito, è stato informato che la consegna di 400 Tomahawk potrebbe subire ritardi, mentre la Svizzera ha minacciato di acquistare un sistema alternativo dopo aver appreso del possibile rinvio del suo ordine. Complessivamente, 18 Paesi utilizzano il Patriot e circa metà della produzione annuale è destinata ad alleati e partner.
Sul piano finanziario, la richiesta di bilancio del Pentagono per l'anno fiscale 2027 ammonta a 1.500 miliardi di dollari, con un aumento del 42% rispetto al 2026. Il piano prevede oltre 750 miliardi per capacità militari e sistemi d'arma, tra cui 75 miliardi per droni e tecnologie anti-drone e 102 miliardi per i caccia F-35, F-47 e i bombardieri B-21. Jules Hurst, al vertice del comptroller del Pentagono, ha dichiarato ai giornalisti che il bilancio è stato elaborato prima del conflitto con l'Iran e che non sono ancora disponibili stime precise sui danni alle installazioni all'estero né sui costi di ricostruzione. Scripps News ha riferito che il Pentagono valuta una richiesta di finanziamento supplementare di almeno 200 miliardi di dollari per rimpiazzare le scorte e riparare le basi in Medio Oriente, ma la proposta non è ancora stata trasmessa formalmente al Congresso.
Il rapporto del CSIS conclude che il presidente Trump ha accettato il rischio legato al consumo di munizioni, insieme ad altri compromessi come lo spostamento di forze dal Pacifico occidentale. La logica sembra essere quella di vincere in modo decisivo il conflitto in corso, piuttosto che conservare capacità per una guerra futura che potrebbe non arrivare mai. Le scorte inizieranno a ricostituirsi una volta conclusa l'operazione Epic Fury e rientrati gli assetti navali nel Pacifico, ma riportare gli arsenali ai livelli desiderati richiederà molti anni.