Redistricting, la scommessa di Trump rischia di ritorcersi contro i Repubblicani dopo il voto in Virginia
La vittoria del sì al referendum in Virginia consegna ai Democratici un vantaggio potenziale di altri 4 seggi alla Camera. Ora la partita si sposta in Florida e dinanzi alla Corte Suprema.
La guerra del redistricting voluta da Donald Trump sta producendo, almeno per ora, l’effetto opposto a quello sperato dai repubblicani. Dopo il voto di martedì in Virginia, il partito risulta infatti favorito in meno seggi alla Camera rispetto a prima dell’avvio dell’intera operazione. La scommessa del presidente, pensata per blindare una maggioranza di appena un seggio, rischia così di trasformarsi in un boomerang.
Il referendum approvato in Virginia autorizza, se sarà confermato dai tribunali, la ridefinizione degli 11 distretti congressuali dello Stato. La nuova mappa potrebbe trasformare la delegazione da 6 a 5 a favore dei Democratici a 10 a 1, consegnando al partito 4 seggi in più alla Camera. Secondo un’analisi condotta da Axios sui dati di Dave’s Redistricting e del Redistricting Data Hub, applicando i risultati delle presidenziali del 2024 alle nuove mappe dei sette Stati coinvolti i democratici avrebbero conquistato 6 seggi in più. Applicando le nuove mappe ai risultati del 2020, i democratici ne avrebbero ottenuti invece 2 in più.
La guerra del redistricting
Il redistricting ridefinisce i confini dei distretti della Camera e di norma scatta una volta ogni dieci anni, dopo il censimento. Trump ha rotto questa consuetudine la scorsa estate, quando ha spinto i Repubblicani del Texas a ridisegnare le mappe in anticipo, con l'intenzione di strappare 5 seggi ai Democratici. La mossa ha innescato la reazione di questi ultimi, a partire dalla California, dove un referendum approvato il 4 novembre 2025 ha neutralizzato il vantaggio ottenuto dai Repubblicani in Texas.
Dopo il voto in Virginia, il bilancio complessivo assegna ai Democratici un vantaggio di un seggio nella cosiddetta "guerra del redistricting". Ai 5 guadagnati in California e ai 4 della Virginia si aggiunge infatti un ulteriore seggio ottenuto in Utah, conquistato grazie a una decisione giudiziaria. Sul fronte opposto, i Repubblicani hanno ottenuto 5 seggi in Texas, tra 1 e 2 in Ohio, 1 in North Carolina e 1 in Missouri.
Non tutti gli Stati, però, sono entrati nella mischia. Nonostante le pressioni dei vertici nazionali, i Democratici hanno rinunciato a ridisegnare seggi in Illinois, Maryland e New York. I Repubblicani hanno fatto lo stesso in Indiana, Kansas e Nebraska. "Anche se i Repubblicani lo stanno facendo in più Stati rispetto ai Democratici, non stanno ottenendo grandi guadagni al di fuori del Texas",ha spiegato a Vox Barry C. Burden, esperto di elezioni e professore di scienze politiche all’Università del Wisconsin-Madison.
L’ultima variabile è la Florida. Il governatore Ron DeSantis ha chiesto da mesi ai Repubblicani statali di ridisegnare le mappe dello Stato, ma l’operazione si è impantanata tra divisioni interne al partito e vincoli costituzionali che vietano il gerrymandering partitico. La sessione straordinaria dell’assemblea legislativa, inizialmente prevista questa settimana, è stata rinviata al 28 aprile. Le recenti vittorie democratiche in elezioni suppletive alimentano il timore che distribuire gli elettori repubblicani su più distretti finisca paradossalmente per esporre collegi oggi considerati sicuri. "Il Texas ha agito prima, quando Trump e i Repubblicani non sembravano così vulnerabili in vista del 2026", ha osservato Burden. "Ora che siamo a pochi mesi dal voto, è chiaro che i Repubblicani affronteranno un contesto molto più difficile a novembre".
Lo scontro giudiziario
Sul voto in Virginia pesa già una complicazione giudiziaria. Un giudice della contea di Tazewell nominato dai repubblicani ha dichiarato invalidi sia l’emendamento costituzionale che il risultato del referendum, bloccando così temporaneamente l'adozione delle nuove mappe. Il Procuratore Generale dello Stato, il democratico Jay Jones, ha annunciato un ricorso immediato alla Corte d’Appello, in un percorso che potrebbe arrivare fino alla Corte Suprema della Virginia.
Sullo sfondo pesa, però, anche un’altra incognita. La Corte Suprema federale dovrà decidere nelle prossime settimane su un caso presentato dallo Stato della Louisiana che potrebbe portare alla cancellazione pressoché totale di ciò che resta del Voting Rights Act del 1965 e aprire così la strada al redistricting di più di una decina di altri distretti favorevoli ai Repubblicani negli Stati del Sud. Il calendario, però, è sempre più stringente: la legge federale impone agli Stati di inviare le schede elettorali all’estero 45 giorni prima delle primarie, e per alcuni Stati quella scadenza è già passata. Quindi l'effetto di questa potenziale sentenza potrebbe vedersi a pieno solo nel 2028.