La Corte Suprema riscrive le regole della campagna elettorale per favorire i repubblicani

I partiti potranno spendere senza limiti insieme ai propri candidati. La decisione rafforza il peso già enorme del denaro nelle campagne elettorali e può incidere già da subito sulle elezioni di midterm del 2026, avvantaggiando i repubblicani che partono con più soldi in cassa.

Condividi
La Corte Suprema riscrive le regole della campagna elettorale per favorire i repubblicani

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha cancellato i limiti esistenti alla spesa che i partiti politici potevano stanziare per i propri candidati. La decisione, approvata con 6 voti contro 3, cambia profondamente il finanziamento delle campagne elettorali americane: d'ora in poi, infatti, i comitati nazionali di partito potranno usare senza restrizioni i propri fondi per sostenere direttamente i propri candidati, concordando con loro strategia, messaggi e acquisti di spazi pubblicitari.

L'effetto politico di questa decisione potrebbe essere immediato. A pochi mesi dalle elezioni di midterm del 2026, la sentenza rappresenta un indubbio vantaggio per il Partito Repubblicano, che dispone oggi di una liquidità molto superiore alla sua controparte democratica. A giugno il Republican National Committee aveva infatti 125,5 milioni di dollari in cassa, mentre il Democratic National Committee aveva più debiti che liquidità a disposizione.

Anche per questo motivo il verdetto della Corte Suprema è già considerato come uno dei cambiamenti più importanti nel sistema di finanziamento elettorale americano dopo la sentenza Citizens United, la decisione del 2010 che ha eliminato i limiti alla spesa politica da parte di aziende e gruppi esterni a favore di candidati politici.

Perché i repubblicani ne traggono vantaggio

La causa da cui è dipesa la sentenza, National Republican Senatorial Committee vs Federal Election Commission, era nata nel 2022, pochi giorni prima delle elezioni di midterm. In quel ciclo elettorale molti candidati democratici al Senato stavano spendendo molto più dei rivali repubblicani, compreso JD Vance, allora candidato in Ohio e oggi attuale vicepresidente. Ryan Dollar, all'epoca responsabile dell'ufficio legale del comitato repubblicano per il Senato, presentò il suo ricorso con un obiettivo preciso. "Avevamo puntato gli occhi sulla Corte Suprema fin dal primo giorno", ha raccontato.

Prima della nuova sentenza, ai partiti politici era consentito aiutare i propri candidati solo entro limiti molto rigidi. Tutto questo obbligava a creare barriere interne limitanti l'efficacia di questo coordinamento: ad esempio chi produceva gli spot del partito non poteva parlare direttamente con gli staff elettorali che proprio quegli spot dovevano sostenere. Il sistema precedente, dunque, finiva spesso per premiare soprattutto i candidati capaci di raccogliere molte piccole donazioni online, un terreno su cui i democratici sono stati tradizionalmente più forti. Quel denaro finiva infatti nelle mani dirette dei candidati, a cui è consentito acquistare spazi televisivi a tariffe più basse rispetto ai partiti e ai super PAC.

La differenza di prezzo poteva essere enorme. Jason Thielman, che ha guidato il comitato repubblicano per il Senato nel ciclo elettorale 2024, ha spiegato che nelle sfide più competitive i repubblicani sono arrivati a pagare fino a venti volte più dei democratici per lo stesso spazio pubblicitario. Così, ad esempio, nel 2022, in Nevada, uno spot di trenta secondi trasmesso durante una partita di football è costato 150 mila dollari a un gruppo repubblicano, contro i 21 mila dollari pagati dal candidato democratico.

Il nuovo equilibrio del denaro

Nell'opinione sottoscritta per conto della maggioranza della Corte, il giudice conservatore Brett Kavanaugh ha sostenuto che per quasi due secoli dopo la ratifica del Primo Emendamento i partiti hanno potuto spendere liberamente per sostenere i propri candidati, anche in modo coordinato con loro. La sentenza, secondo questa lettura, ristabilisce una tradizione storica di libertà politica.

La giudice liberal Elena Kagan, che ha espresso il proprio dissenso, ha invece lanciato un avvertimento opposto. Le donazioni dirette ai candidati restano limitate per legge a 7 mila dollari, mentre quelle ai partiti possono arrivare fino a mezzo milione. Secondo Kagan, permettere ai partiti di spendere senza limiti in coordinamento con i propri candidati riapre così la strada al rischio di corruzione e di scambi di favori tra grandi finanziatori e politici.

Le conseguenze pratiche si vedono già in North Carolina, dove si terrà una delle sfide decisive per il controllo del Senato. L'ex governatore democratico Roy Cooper è arrivato ad aprile con 18,5 milioni di dollari in cassa, mentre il repubblicano Michael Whatley, ex presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, aveva meno di 2 milioni al netto dei debiti. Prima della sentenza della Corte, un super PAC repubblicano avrebbe dovuto spendere tra 50 e 100 milioni di dollari per comprare lo stesso spazio pubblicitario che Cooper poteva acquistare con i suoi fondi. Ora i comitati di partito potranno accedere alle tariffe scontate riservate ai due candidati, riducendo drasticamente il divario.

Anche tra i democratici, però, il messaggio è arrivato chiaro. Tim Persico, che ha diretto il comitato elettorale democratico alla Camera nel 2022, ha ammesso al New York Times che le elezioni di midterm sono diventate "improvvisamente più difficili" per il suo partito a seguito di questa sentenza.

"I democratici hanno imparato a sfruttare il sostegno della propria base per competere contro miliardari e aziende. Questo è un altro esempio di una Corte Suprema che mette sempre di più da parte la voce dei tanti per dare spazio a quella dei milionari, dei miliardari e delle aziende".

I repubblicani celebrano invece la decisione della Corte come una vittoria della libertà di espressione politica. Il deputato Richard Hudson della North Carolina e il senatore Tim Scott della South Carolina, presidenti dei due comitati elettorali repubblicani del Congresso, hanno così diffuso una nota congiunta in cui definiscono la sentenza un modo per "ripristinare la libertà di parola politica" e permettere ai partiti di competere "su un piano di parità".

Focus America non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001.