La tregua con l'Iran fa scendere la benzina: Trump rivendica la scommessa vinta
I prezzi alla pompa di benzina negli Stati Uniti sono scesi di 70 centesimi al gallone in un mese, smentendo le previsioni più fosche degli analisti. Ma il cessate il fuoco resta fragile e un nuovo shock può ancora rovesciare il quadro.
Negli Stati Uniti il prezzo della benzina è sceso bruscamente dopo la tregua raggiunta tra Washington e Teheran, smentendo per ora gli esperti che avevano previsto un'estate di rincari. Il prezzo medio alla pompa di benzina negli Stati Uniti è calato di 70 centesimi al gallone in un mese, dopo aver toccato un picco di 4,56 dollari. A poco più di una settimana dalla firma del memorandum d'intesa tra i due Paesi, il petrolio costa solo poco più di quanto valeva prima dei bombardamenti americani e israeliani contro l'Iran, alla fine di febbraio.
Non era questo lo scenario atteso. Molti analisti avevano previsto il greggio a 150 dollari al barile, la benzina a 5 dollari al gallone e persino il rischio di una recessione in estate. Per ora, però, queste previsioni si sono rivelate sbagliate. A pesare sono stati diversi fattori: una domanda cinese più debole del previsto, il passaggio di alcune petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz nonostante il blocco, il ricorso alle riserve strategiche e la scelta dei mercati di non incorporare fino in fondo il rischio di un'escalation prolungata.
Gli analisti ipotizzavano un'estate di rincari, recessione e benzina a 5 dollari dopo gli attacchi all'Iran. Un mese dopo, alla pompa di benzina si paga 70 centesimi in meno al gallone. Per Trump e i repubblicani è un sollievo politico in vista di novembre — ma il mercato resta fragile.
Una vittoria politica per la Casa Bianca
Il calo dei prezzi rappresenta una vittoria importante per Donald Trump e per il Partito Repubblicano. Almeno per ora, attenua una delle linee d'attacco più immediate per i democratici in vista delle elezioni di midterm: il costo della vita. Molti analisti politici temevano uno scenario ben più difficile per la Casa Bianca, con la guerra in Iran capace di far risalire benzina e inflazione a livelli politicamente ingestibili. Finora, però, quel rischio non si è materializzato.
Se i prezzi resteranno bassi, le elezioni di novembre potrebbero rivelarsi meno penalizzanti del previsto per Trump e per i repubblicani, osserva Frank Luntz, storico sondaggista conservatore. Ma il tempo per convincere gli elettori è poco. Secondo Luntz, gli orientamenti politici tendono a cristallizzarsi entro agosto, quindi eventuali cali a settembre o ottobre avrebbero un impatto più limitato. "Metà degli americani vive di stipendio in stipendio, quindi un calo momentaneo non avrà un impatto importante sull'elettorato: deve essere qualcosa di duraturo", ha spiegato.
Trump, intanto, si gode il momento. "I PREZZI DELLA BENZINA SCENDONO IN FRETTA", ha scritto lunedì su Truth Social. In un altro messaggio ha sostenuto che il prezzo del greggio West Texas Intermediate era sceso a 69 dollari al barile, cioè sotto i livelli precedenti al conflitto con l'Iran – anche se in realtà il WTI valeva 67 dollari il 27 febbraio, il giorno prima dell'attacco americano e israeliano. La Casa Bianca, comunque, insiste sulla linea del successo. "Fidatevi di Trump, non dei cosiddetti esperti e dei media tradizionali", ha dichiarato la portavoce Taylor Rogers. "I prezzi del petrolio e della benzina stanno crollando, riducendo i costi per le famiglie americane."
Un mercato ancora fragile
Dietro il ribasso ci sono anche dinamiche più complesse. Secondo la società di ricerca Kpler, la Cina ha ridotto le importazioni di petrolio di almeno 3 milioni di barili al giorno. Le ragioni non sono del tutto chiare, ma tra le ipotesi ci sono il rallentamento dell'economia e la diffusione dei veicoli elettrici. Allo stesso tempo, durante gran parte del conflitto il prezzo dei contratti a termine e quello del greggio effettivamente disponibile si sono mossi in direzioni diverse: i barili scarseggiavano in alcune aree, ma i mercati continuavano a scommettere sulle promesse di Trump di chiudere rapidamente la guerra e riportare giù i prezzi.
Anche la comunicazione del presidente ha avuto un ruolo. Trump ha usato più volte Truth Social per rassicurare i mercati, promettendo vittoria e cessate il fuoco. Questa pressione politica e mediatica sembra aver contribuito a contenere il greggio sotto la soglia dei 110 dollari al barile, nonostante quello che molti esperti considerano il più grave shock energetico della memoria recente.
Il sollievo, però, potrebbe essere temporaneo. Già prima dell'annuncio della tregua, i prezzi erano scesi grazie al ricorso alle riserve strategiche e al passaggio di alcune petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz. Decine di navi sono ulteriormente passate nelle ultime 2 settimane, allentando la pressione sui mercati. Dopo la rimozione di alcune sanzioni, l'Iran ha esportato più di 40 milioni di barili. Ma la tregua resta estremamente fragile: Teheran ha attaccato almeno due navi negli ultimi giorni e gli Stati Uniti hanno risposto con contrattacchi. Secondo Kpler, le navi in uscita dallo stretto sono scese da 57 il 24 giugno a solo 12 il 28 giugno.
Anche la Cina potrebbe tornare ad aumentare gli acquisti, mentre il cuscinetto delle scorte che ha tenuto bassi i prezzi negli ultimi mesi è quasi esaurito. Alcuni impianti sono arrivati al fondo dei serbatoi, rendendo il mercato molto più vulnerabile a nuovi shock. Greg Priddy, esperto di crisi energetiche ed ex funzionario dell'agenzia federale Energy Information Administration durante l'Amministrazione di George W. Bush, ha avvertito che molte variabili possono ancora far salire il petrolio e poche sono davvero sotto il controllo di Trump. L'impatto della guerra sui prezzi globali "è stato minore di quanto molti di noi pensassero, ma la situazione resta una bomba a orologeria", ha detto.