La Russia di Vladimir Putin è ormai il partner minore della Cina di Xi Jinping, che ne orienta le scelte secondo i propri interessi, con cautela e senza mai ostentare pubblicamente la propria superiorità per non umiliare Mosca e il suo presidente. È il quadro tracciato da un'inchiesta del Wall Street Journal, basata su colloqui con funzionari dei due Paesi e analisti. Secondo il quotidiano statunitense, Pechino non si sta limitando più a coltivare Putin e la sua cerchia più stretta: sta anzi già costruendo rapporti con i funzionari e gli esponenti dell'élite destinati a determinare il futuro della Russia dopo la sua uscita di scena.
L'esempio più significativo è il gasdotto Power of Siberia 2, il progetto con cui Gazprom spera di compensare almeno in parte la perdita del mercato europeo. Alla vigilia della visita di Stato di Putin a Pechino del 19 e 20 maggio 2026, la delegazione russa arrivata in anticipo, guidata dall'amministratore delegato di Gazprom Alexei Miller, si è scontrata con un muro.
Secondo fonti citate dal Wall Street Journal, i funzionari cinesi hanno chiarito che daranno il via libera alla costruzione soltanto se Mosca venderà il gas allo stesso prezzo praticato sul mercato interno russo, che è in larga parte sussidiato dal bilancio pubblico russo. Avrebbero inoltre intimato alla delegazione di non sollevare nuovamente la questione fino a quando la Russia non sarà pronta ad accettare le condizioni di Pechino. Tra i 42 accordi e dichiarazioni firmati da Putin il giorno successivo non figurava infatti alcun documento sul gasdotto.
"Xi ha ricevuto Putin come un imperatore riceve un ospite nel proprio castello e poi lo ha rimandato a casa con la coda tra le gambe", ha dichiarato al quotidiano Jörg Wuttke, imprenditore tedesco con una lunga esperienza nei rapporti tra Cina e Russia. Secondo Wuttke, Pechino non ha alcun incentivo economico ad accettare le richieste russe: sul mercato mondiale vi è un'ampia disponibilità di gas naturale liquefatto e la domanda cinese di gas importato, anche grazie al gigantesco sviluppo delle energie rinnovabili, dovrebbe raggiungere il picco a metà degli anni Trenta. "Perché dovrebbe vincolarsi a un gasdotto che richiederà cinque o sei anni di lavori e aumenterà la sua dipendenza dalla Russia, quando può acquistare gas da qualsiasi altro Paese?", osserva.
Nel rapporto con la Cina, la Russia è ormai il partner minore
Xi Jinping orienta le scelte di Mosca senza mai umiliarla in pubblico: detta le condizioni sul gas, incassa concessioni finanziarie e coltiva già le élite del dopo-Putin. I numeri dello squilibrio secondo un’inchiesta del Wall Street Journal.
Un rapporto di dipendenza di circa dieci a uno, che rende il legame con Pechino ormai indispensabile alla sopravvivenza di Mosca.
Power of Siberia 2, il gasdotto che Pechino continua a rinviare
Gazprom conta sul progetto per compensare almeno in parte la perdita del mercato europeo. Ma è la Cina a dettare tempi e condizioni. Tocca le tappe per i dettagli.
Durante una visita di Putin in Cina, l’amministratore delegato Alexei Miller presenta l’intesa come una svolta nei negoziati. L’annuncio però è rivolto solo ai giornalisti russi e non contiene alcun dettaglio sul punto decisivo, il prezzo del gas. Pechino non confermerà mai l’accordo.
Alla vigilia della visita di Stato di Putin, i funzionari cinesi pongono a Miller la loro condizione: il gas va venduto allo stesso prezzo praticato sul mercato interno russo, in larga parte sussidiato dal bilancio pubblico. E intimano di non sollevare più la questione finché Mosca non sarà pronta ad accettare.
Tra i documenti siglati a Pechino non figura alcun testo su Power of Siberia 2. «Xi ha ricevuto Putin come un imperatore riceve un ospite nel proprio castello e poi lo ha rimandato a casa con la coda tra le gambe», ha dichiarato al quotidiano l’imprenditore tedesco Jörg Wuttke.
Due giorni di colloqui, una lunga lista di firme. E un’assenza che pesa più di tutto il resto.
Mosca cede sullo yuan, ma le banche cinesi che contano restano chiuse
L’isolamento finanziario costringe la Russia a rivedere posizioni difese per anni, senza ottenere in cambio l’accesso alle istituzioni guidate da Pechino.
Dopo oltre un decennio di opposizione, Putin dà il via libera allo yuan come valuta principale dell’istituto, destinato a finanziare progetti in Asia centrale: la regione che il Cremlino considera il proprio «estero vicino».
Per effetto delle pressioni occidentali, la Russia resta fuori dalla banca multilaterale con sede a Pechino.
Mosca è esclusa anche dall’istituto dei BRICS, che ha sede a Shanghai.
Perché Pechino può permettersi di lasciare Mosca in sospeso
Il tempo lavora per la Cina, su tutti i tavoli: dal gas alla successione al Cremlino.
Sul mercato mondiale c’è ampia disponibilità di gas naturale liquefatto: Pechino può comprare da qualsiasi altro Paese, senza vincolarsi a un gasdotto che richiede cinque o sei anni di lavori e aumenta la sua dipendenza dalla Russia.
Anche grazie al gigantesco sviluppo delle rinnovabili, la domanda cinese di gas importato dovrebbe raggiungere il picco a metà degli anni Trenta.
Pechino costruisce rapporti con i funzionari e le élite destinati a guidare la Russia dopo l’uscita di scena di Putin. In Russia crescono intanto i casi di spionaggio cinese, che Mosca evita di rendere pubblici per non compromettere un rapporto ormai vitale.
Le promesse di Gazprom e il prezzo dell'isolamento
Non è la prima volta che Power of Siberia 2 si rivela un miraggio. Nel settembre 2025, durante una precedente visita di Putin in Cina, Miller aveva annunciato la firma di un "memorandum giuridicamente vincolante" per la costruzione del gasdotto, presentandolo come una svolta nei negoziati. L'annuncio, tuttavia, era stato rivolto soltanto ai giornalisti russi e non conteneva alcun dettaglio sulle condizioni dell'intesa, a cominciare dalla questione decisiva del prezzo del gas. Pechino, inoltre, non ha mai confermato l'accordo.
Nel frattempo, la Cina continua a ottenere concessioni sostanziali dalla Russia. Per oltre un decennio Putin si era opposto all'adozione dello yuan come valuta principale della Banca di Sviluppo della Shanghai Cooperation Organisation (SCO), destinata a finanziare progetti in Asia centrale, una regione che il Cremlino considera parte del proprio "estero vicino". Nell'ultimo anno, però, riferiscono al Wall Street Journal consiglieri del governo cinese e diplomatici, Xi Jinping è riuscito a ottenere il via libera di Putin.
L'isolamento finanziario ha costretto Mosca a rivedere la propria posizione e ora la Russia è pronta a dare il via libera, chiedendo in cambio garanzie affinché le sue operazioni non vengano ostacolate dalle sanzioni occidentali. Altre istituzioni a guida cinese restano però inaccessibili: per effetto delle pressioni occidentali, la Russia è stata esclusa sia dall'Asian Infrastructure Investment Bank di Pechino sia dalla New Development Bank dei BRICS, con sede a Shanghai.
Anche i numeri del commercio tra i due Paesi mostrano la portata dello squilibrio. Quando Xi incontrò Putin per la prima volta, nel 2013, la Cina rappresentava circa il 10% dell'interscambio commerciale russo; da allora quella quota è quadruplicata. La Russia, al contrario, vale meno del 4% del commercio cinese e rimane essenzialmente solo un fornitore di materie prime, soprattutto petrolio e gas venduti a prezzi fortemente scontati rispetto il resto del mondo.
Pechino si prepara già al dopo-Putin
All'interno della Russia emergono sempre più casi di spionaggio cinese e tentativi di reclutamento di funzionari di medio livello. Mosca, tuttavia, evita di renderli pubblici o persino di discuterne apertamente con Pechino, per timore di compromettere un rapporto ormai indispensabile per la propria sopravvivenza. Ma la verità è che Pechino si sta già muovendo per capire chi potrebbe prendere il posto di Vladimir Putin e come sfruttare la situazione a proprio vantaggio.
"La Cina ha un'occasione davvero straordinaria per trasformare la Russia in una sorta di gigantesco Laos o Pakistan: un Paese molto più dipendente da Pechino, molto più legato a essa e sempre più incline a considerarla un modello", afferma Alexander Gabuev, sinologo e direttore del Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino.
Anche sul gasdotto, secondo Gabuev, la strategia cinese è ormai evidente: "È meglio continuare a lasciare i russi in attesa. Aspettare che la loro situazione economica peggiori ulteriormente e che si ritrovino in ginocchio: a quel punto accetteranno condizioni ancora più vantaggiose per la Cina pur di vendere il proprio gas".
