Iran, Vaticano e Ungheria: Vance cerca di limitare i danni su tutti i fronti di Trump

Il numero due della Casa Bianca difende i negoziati di Islamabad, minimizza lo scontro con il Vaticano e giustifica il sostegno al premier ungherese sconfitto

Iran, Vaticano e Ungheria: Vance cerca di limitare i danni su tutti i fronti di Trump
Screenshot da Fox News

Il vicepresidente JD Vance ha affrontato in un'unica intervista a Fox News i tre dossier più delicati della settimana per l'amministrazione Trump: lo stallo nei negoziati con l'Iran, lo scontro con papa Leone XIV e la sconfitta elettorale di Viktor Orbán in Ungheria. Su tutti e tre i fronti, Vance ha cercato di contenere i danni e rilanciare l'iniziativa della Casa Bianca.

Sul fronte iraniano, Vance ha respinto le ricostruzioni secondo cui i colloqui di pace tenuti nel fine settimana a Islamabad si sarebbero conclusi con un fallimento. "La palla è nel campo degli iraniani", ha detto il vicepresidente a Bret Baier. "Abbiamo fatto molti progressi. Si sono mossi nella nostra direzione, per questo diciamo che ci sono stati segnali positivi. Ma non si sono mossi abbastanza". Vance ha spiegato che il team negoziale iraniano presente in Pakistan non aveva l'autorità per chiudere un accordo e ha dovuto tornare a Teheran per ottenere l'approvazione della guida suprema o di altri vertici del regime.

Il nodo centrale dei negoziati resta la riapertura dello Stretto di Hormuz, la rotta petrolifera più importante al mondo che l'Iran ha di fatto bloccato durante il conflitto. Gli Stati Uniti hanno risposto con un'escalation: il presidente Trump ha annunciato un blocco navale di tutti i porti iraniani, ordinando alla marina di identificare e segnalare qualsiasi nave affiliata all'Iran che transiti nello Stretto. "Se gli iraniani vogliono praticare terrorismo economico, noi applicheremo un principio semplice: nessuna nave iraniana uscirà", ha dichiarato Vance. Il vicepresidente ha aggiunto che Washington mantiene il vantaggio sia militare che economico e che le due condizioni non negoziabili restano la rimozione dell'uranio arricchito dall'Iran e un sistema di verifiche per impedire che Teheran ottenga armi nucleari.

Nella stessa intervista, Vance si è trovato a gestire lo scontro esploso tra Trump e papa Leone XIV. Domenica il presidente aveva pubblicato su Truth Social un lungo attacco al pontefice, definendolo "debole sul crimine e pessimo per la politica estera". Trump aveva anche condiviso un'immagine generata dall'intelligenza artificiale che lo ritraeva come Gesù, salvo poi rimuoverla sostenendo di aver pensato che lo raffigurasse come un medico. Vance, convertito al cattolicesimo nel 2019, ha cercato di minimizzare. "Penso che in alcuni casi sarebbe meglio che il Vaticano si occupasse di questioni morali e di ciò che accade nella Chiesa cattolica, e lasciasse al presidente degli Stati Uniti la politica americana", ha detto. Sull'immagine, ha sostenuto che Trump "stava pubblicando una battuta" e l'ha rimossa quando ha capito che la gente non coglieva il suo umorismo. Papa Leone ha risposto ai giornalisti con toni ben diversi, come riportato dal New York Times: "Non ho paura dell'amministrazione Trump, né di parlare a voce alta del messaggio del Vangelo, che è ciò per cui credo di essere qui". Il pontefice ha aggiunto che continuerà a schierarsi contro la guerra, riferendosi al conflitto che coinvolge Stati Uniti e Israele contro l'Iran.

Lo scontro con il Vaticano ha messo in luce anche alcune gaffe del vicepresidente. Come ha riportato il Free Press, alti funzionari del Pentagono hanno convocato a gennaio il cardinale Christophe Pierre, diplomatico vaticano, per comunicargli che gli Stati Uniti hanno il potere militare di fare "ciò che vogliono" e che Leone "farebbe meglio a schierarsi dalla loro parte". La settimana scorsa Vance ha ammesso di non sapere chi fosse Pierre, salvo poi correggersi quando un giornalista gli ha spiegato che si trattava dell'ambasciatore del Papa negli Stati Uniti.

Sul terzo fronte, Vance ha commentato per la prima volta la sconfitta di Orbán in Ungheria, ponendo fine a sedici anni di governo del premier nazionalista. Il vicepresidente si era recato a Budapest la settimana precedente per un comizio al fianco di Orbán, e Trump stesso aveva partecipato telefonicamente. "Non siamo andati perché ci aspettavamo una vittoria facile", ha detto Vance. "Siamo andati perché era giusto sostenere una persona che ci ha sostenuto per molto tempo". Ha definito l'eredità di Orbán "trasformativa", lodandolo come uno dei pochi leader europei disposti a sfidare la burocrazia di Bruxelles.

La sconfitta ungherese ha però aperto un dibattito sulla tenuta del movimento populista-nazionalista a livello globale. Johan Norberg, ricercatore del Cato Institute, ha commentato a Politico che il risultato "è imbarazzante e in un certo senso devastante" per l'amministrazione Trump. "Gran parte dell'attrattiva di questo movimento populista di destra era l'idea di avere il popolo dalla propria parte. Orbán rieletto più volte ne era il simbolo più potente. La sua cacciata con la maggioranza più ampia nella storia democratica dell'Ungheria è un colpo devastante a tutta quella narrazione". Steve Bannon, ex consigliere di Trump, ha scritto in un messaggio che la sconfitta di Orbán "dovrebbe essere un segnale d'allarme per novembre", in vista delle elezioni di metà mandato. Il senatore Mitch McConnell ha criticato apertamente l'amministrazione per aver investito il proprio prestigio in un'elezione parlamentare in un piccolo Paese dell'Europa centrale, scrivendo in un editoriale su Fox News che è "difficile capire come alcuni a destra pensassero che questo significasse mettere gli interessi dell'America al primo posto".

Un alleato politico di Vance, rimasto anonimo, ha dichiarato a Politico che il vicepresidente "deve essere consapevole dei parallelismi" tra le circostanze che hanno portato alla caduta di Orbán e un'America dove i sondaggi di Trump sono calati nelle ultime settimane, mentre la guerra con l'Iran ha fatto salire i prezzi dell'energia.

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