Iran-Usa, due strategie opposte: Teheran semina il caos, Washington naviga a vista
Il Financial Times rivela un piano preparato sotto la guida di Khamenei dopo la guerra di giugno 2025: alimentare l’instabilità in Medio Oriente per costringere USA e Israele a fermare le operazioni. Il Washington Post scrive che l’Amministrazione Trump non ha una strategia per il dopo-conflitto.
L'Iran sta attuando un piano militare elaborato dal proprio alto comando sotto la supervisione di Ali Khamenei poco dopo la guerra di dodici giorni del giugno 2025. Lo rivela il Financial Times, citando una fonte ai vertici del governo iraniano, secondo cui la strategia era stata concepita proprio per essere attivata in caso di un nuovo conflitto con Stati Uniti e Israele. L'obiettivo: provocare il caos su scala regionale e turbolenze sui mercati globali, esercitando una pressione tale da indurre Washington e Tel Aviv a cessare le operazioni militari.
Il piano prevede attacchi contro obiettivi energetici e l'interruzione del traffico aereo nella regione. "Non avevamo altra scelta se non quella di intensificare il conflitto e appiccare un grande incendio perché tutti lo vedessero. Quando le nostre linee rosse sono state oltrepassate in violazione di ogni norma internazionale, non potevamo più rispettare le regole del gioco", ha dichiarato la fonte al quotidiano britannico.
La strategia è stata messa in atto nonostante l'uccisione di Khamenei e di altri alti dirigenti iraniani nelle prime ore del nuovo conflitto. Un elemento cruciale è la decentralizzazione delle decisioni militari: le unità operative agiscono in autonomia sulla base di istruzioni generali ricevute in anticipo, pur mantenendo il coordinamento con il centro di comando. "Nella guerra di giugno 2025 gli ordini arrivavano dall'alto. Ora i militari sul campo sanno già cosa fare e agiscono senza attendere direttive", ha spiegato la fonte.
Gli attacchi ai Paesi del Golfo come leva di pressione
Le operazioni militari contro Emirati Arabi Uniti, Qatar e altri Paesi del Golfo Persico rientrano in questa strategia e puntano a rendere insicuro "qualsiasi luogo dove possano trovarsi gli americani", alimentando al contempo il rischio di una fuga di investitori dalla regione. L'obiettivo è costringere gli Stati arabi, minacciati dall'instabilità economica, a fare pressione su Washington affinché ponga fine al conflitto. Tuttavia, come nota il Financial Times, questa parte del piano è molto rischiosa per l'Iran stesso: i Paesi arabi che negli ultimi anni avevano cercato di normalizzare i rapporti con Teheran potrebbero ora finire per schierarsi con USA e Israele.


L'Iran ha inoltre adottato una strategia di guerra d'attrito ispirata alla tattica russa in Ucraina, colpendo i Paesi della regione con grandi quantità di droni e missili a basso costo. La scommessa è che i sistemi di difesa aerea avversari esauriscano le munizioni prima che Teheran finisca le proprie scorte. Secondo Fabian Hoffmann, esperto di missili dell'Università di Oslo, citato dal Wall Street Journal, al ritmo attuale di utilizzo degli intercettori le difese aeree regionali non potranno reggere più di una settimana, con i primi problemi attesi nel giro di pochi giorni.
Come mostrato dall'infografica in alto i complessi americani Patriot sono in grado di abbattere con successo sia missili balistici iraniani sia droni Shahed-136, con un tasso di intercettazione superiore al 90% secondo i dati degli Emirati Arabi Uniti. Ma il costo di ogni missile intercettore — circa 4 milioni di dollari — contro droni dal valore di 20.000 dollari evidenzia uno squilibrio economico difficilmente sostenibile, come sottolinea Bloomberg.
Becca Wasser, ricercatrice del Center for a New American Security, ha osservato che ai Paesi del Golfo toccherà presto usare gli intercettori solo contro le minacce più pericolose, come i missili balistici, lasciando passare parte dei droni. Questo, secondo Wasser, avrà un "effetto devastante" sull'immagine di stabilità e sicurezza che questi Paesi hanno coltivato per anni per attrarre investimenti, turisti ed espatriati.
Washington senza una chiara strategia per il dopo-guerra
Sul fronte americano, il Washington Post sostiene invece che il presidente Trump non disponga di una strategia a lungo termine per il futuro dell'Iran dopo l'uccisione di Khamenei. Le grandi operazioni militari statunitensi degli ultimi decenni erano generalmente accompagnate da piani dettagliati per l'instaurazione di governi democratici — prima dell'invasione dell'Iraq, ad esempio, il Pentagono aveva elaborato un progetto per la formazione di un nuovo governo. Ma né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia questi piani hanno prodotto i risultati sperati, e quei Paesi sono finiti in parte o del tutto sotto il controllo di gruppi armati. Trump, secondo il Washington Post, adotta un approccio radicalmente diverso che non prevede alcuna responsabilità americana per il futuro assetto politico iraniano.
Fonti dell'intelligence europea citate dal quotidiano hanno concluso che il piano di Trump "consiste nel non avere un piano". Secondo gli europei, un'analisi approfondita dei diversi scenari post-Khamenei "evidentemente non è stata condotta" dal team del presidente americano. L'assenza di una strategia desta serie preoccupazioni: l'Iran è un Paese di 90 milioni di abitanti e, senza un'autorità centralizzata, potrebbe precipitare in un conflitto interno pluriennale tra la maggioranza sciita e le minoranze curda e belucia. Lo stesso Trump, intervenendo alla Casa Bianca insieme al cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha ammesso che lo scenario peggiore sarebbe quello in cui "qualcuno prende il potere ed è altrettanto cattivo del suo predecessore".
Oltre al fronte mediorientale, il conflitto ha acuito le fratture all'interno dell'alleanza occidentale. La Spagna ha rifiutato di partecipare alla guerra, ritenendola una violazione del diritto internazionale con il risultato che 15 aerei militari americani hanno lasciato due basi nel sud del Paese. Trump ha reagito ordinando di interrompere gli scambi commerciali con Madrid e ha criticato duramente anche il Regno Unito per il rifiuto del premier Keir Starmer di concedere l'uso della base di Diego Garcia nell'arcipelago delle Chagos. "La Spagna è stata molto poco collaborativa, e lo stesso vale per il Regno Unito. Il secondo caso è sorprendente, ma evidentemente non siamo più nell'epoca di Churchill", ha commentato il presidente.