Il Senato ordina a Trump di ritirare le truppe dall'Iran

Passata con 50 voti contro 48, è la prima volta dal 1973 che le due camere chiedono lo stop a un'azione militare. Ma il testo è simbolico e non ha valore di legge.

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Il Senato ordina a Trump di ritirare le truppe dall'Iran
Official White House photo by Joyce N. Boghosian

Il Senato americano, controllato dai repubblicani, ha votato martedì 23 giugno per ordinare al presidente Donald Trump il ritiro delle forze americane dal conflitto con l'Iran. La risoluzione è passata con 50 voti favorevoli e 48 contrari, grazie a quattro senatori repubblicani che si sono uniti ai democratici. Il testo è in gran parte simbolico, ma rappresenta uno smacco per il presidente, il cui partito controlla entrambe le camere del Congresso.

Si tratta di una risoluzione concorrente, un atto che esprime la volontà del Congresso senza diventare legge e senza passare dalla firma del presidente. Per le regole del Congresso non verrà inviata alla Casa Bianca e Trump non avrà bisogno di porre il veto. La stessa misura era già stata approvata all'inizio del mese dalla Camera dei rappresentanti, con 215 voti a favore e 208 contrari, anche lì con quattro repubblicani schierati accanto a tutti i democratici. È la prima volta dal 1973, quando il Congresso approvò la legge sui poteri di guerra per limitare la libertà del presidente di impegnare le forze armate, che entrambe le camere chiedono di fermare un'azione militare.

I quattro repubblicani che hanno votato con l'opposizione sono Bill Cassidy della Louisiana, Susan Collins del Maine, Rand Paul del Kentucky e Lisa Murkowski dell'Alaska. L'unico democratico a votare contro è stato John Fetterman. Il voto è l'ennesimo segnale delle divisioni interne al partito del presidente, a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre, quando i repubblicani dovranno difendere le loro risicate maggioranze in entrambe le camere.

La Costituzione americana stabilisce che solo il Congresso può dichiarare guerra. Una legge federale del 1973 consente al presidente di avviare le ostilità per rispondere a una minaccia imminente, ma gli impone di ottenere l'autorizzazione del Congresso entro sessanta giorni. Gli attacchi americani e israeliani contro l'Iran sono iniziati il 28 febbraio. L'amministrazione sostiene che il cessate il fuoco raggiunto in aprile abbia di fatto azzerato quel conteggio e chiuso il conflitto, mentre i democratici ribattono che le forze americane sono ancora impegnate sul terreno.

Trump ha criticato la risoluzione martedì sera sul suo social network Truth Social, definendola "inopportuna e priva di significato". "Ho l'Iran alle corde, pronto a cadere, e il Senato decide di tenere un voto inopportuno e insensato sulla legge sui poteri di guerra", ha scritto il presidente. "Questi senatori hanno reso il mio lavoro più difficile, ma lo porterò a termine, in un modo o nell'altro, perché ci riesco sempre." In precedenza, dopo il via libera della Camera, aveva bollato il voto come "antipatriottico", accusando i democratici di preferire il fallimento del paese piuttosto che concedergli una vittoria.

Il capo della minoranza democratica al Senato, Chuck Schumer, ha attribuito al presidente la responsabilità del conflitto. "Gli americani hanno pagato il prezzo per lo storico errore di Trump in Iran", ha detto poco prima del voto, aggiungendo che il presidente non avrebbe mai dovuto iniziare quella guerra. Dopo l'approvazione ha dichiarato che il Congresso "ha tenuto testa" al presidente, votando per porre fine a una guerra "costosa, inutile e devastante".

La Casa Bianca sostiene invece che, con il cessate il fuoco concordato il 7 aprile, non ci siano più ostilità dalle quali ritirare le truppe americane. Secondo l'amministrazione la risoluzione è passata solo perché due senatori repubblicani, Mitch McConnell e Dave McCormick, erano assenti al momento del voto.

Il senatore repubblicano dell'Idaho Jim Risch, presidente della commissione Esteri, aveva esortato i colleghi a respingere il testo. "Se passa, gli iraniani si alzeranno e abbandoneranno i negoziati", aveva avvertito, invitando a lasciare lavorare la diplomazia. Quattro dei suoi colleghi hanno deciso diversamente.

Il voto arriva mentre Stati Uniti e Iran sono impegnati in delicate trattative per chiudere in via definitiva il conflitto, i cui primi termini sono stati criticati da esponenti di entrambi i partiti. La settimana scorsa i presidenti dei due paesi hanno firmato un memorandum d'intesa che concede a Washington e Teheran sessanta giorni per negoziare un accordo più ampio sulla fine del programma nucleare iraniano. Nell'ambito di quell'intesa è stato revocato anche il blocco che le navi da guerra americane avevano imposto ai porti iraniani.

Il conflitto, ormai vicino al quinto mese, è impopolare tra l'opinione pubblica dopo l'impennata dei prezzi della benzina. Lo stesso giorno del voto il Pentagono, il dipartimento della Difesa americano, ha chiesto al Congresso circa 80 miliardi di dollari, in gran parte destinati a finanziare proprio la guerra con l'Iran. Quella di martedì è stata la decima volta che i democratici al Senato hanno forzato un voto sui poteri di guerra dall'inizio del conflitto.

Negli ultimi tempi una parte dei repubblicani si è smarcata dal presidente in più occasioni, approvando nuovi aiuti all'Ucraina e respingendo un fondo da 1,8 miliardi di dollari che Trump voleva istituire.

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