Il piano per abolire il sistema elettorale americano si avvicina al traguardo dopo vent'anni
Diciotto Stati democratici hanno aderito a un patto che assegnerebbe i voti elettorali al vincitore del voto popolare nazionale. Mancano 48 voti per renderlo operativo.
Un meccanismo che potrebbe trasformare radicalmente le elezioni presidenziali statunitensi è a un passo dal diventare realtà dopo vent'anni di lavoro silenzioso negli Stati a maggioranza democratica. Si chiama National Popular Vote Interstate Compact ed è un accordo tra Stati che mira a superare il Collegio elettorale senza modificare la Costituzione. Le elezioni di metà mandato del novembre 2026 potrebbero fornire i numeri mancanti per attivarlo già a partire dalle presidenziali del 2028.
Per capire la portata della proposta serve ricordare come funziona oggi il sistema americano. Il presidente non viene eletto direttamente dai cittadini ma da 538 grandi elettori distribuiti tra i 50 Stati e il Distretto di Columbia. Per vincere ne servono 270. Quasi tutti gli Stati assegnano l'intero blocco dei propri grandi elettori al candidato che ha ottenuto anche un solo voto in più nel territorio. Questo meccanismo ha portato due volte negli ultimi 25 anni a un presidente sconfitto nel voto popolare ma vincente al Collegio: George W. Bush nel 2000 contro Al Gore e Donald Trump nel 2016 contro Hillary Clinton. Il sistema concentra inoltre l'attenzione dei candidati su pochi Stati in bilico, ignorando di fatto la maggioranza del paese.
Il National Popular Vote Interstate Compact aggira l'ostacolo costituzionale con un meccanismo ingegnoso. Ogni Stato che aderisce si impegna ad assegnare i propri grandi elettori al candidato che ha vinto il voto popolare a livello nazionale, ma solo se altri Stati che insieme controllano almeno 270 grandi elettori prenderanno lo stesso impegno. Finché non si raggiunge questa soglia, l'accordo resta dormiente. Quando viene superata, scatta automaticamente: il vincitore del voto popolare nazionale ottiene i 270 grandi elettori necessari, rendendo irrilevante il risultato negli Stati che non hanno aderito.
Il patto ha già raccolto Stati che controllano 222 grandi elettori, quasi tutti a maggioranza democratica. L'ultimo ad aggiungersi è stata la Virginia il mese scorso. Mancano 48 voti elettorali per arrivare a 270, e qui entrano in gioco le elezioni del prossimo novembre. I democratici puntano a conquistare il governatorato e entrambe le camere legislative in sei Stati chiave: Wisconsin, Michigan, Arizona, Pennsylvania, Nevada e New Hampshire. Se ottengono il controllo completo in un numero sufficiente di questi Stati, possono fare aderire anche loro al patto e raggiungere la soglia in tempo per le presidenziali del 2028.
L'origine del progetto risale al 2006. John Koza, informatico arricchitosi grazie all'invenzione dei biglietti della lotteria gratta e vinci, fondò l'organizzazione National Popular Vote Inc. dopo essersi convinto che le elezioni del 2004 avessero ridotto un'intera nazione a dipendere dal voto di un singolo Stato, l'Ohio. Koza, democratico ma attento a costruire credenziali bipartisan, applicò alla riforma elettorale lo stesso strumento giuridico usato negli anni Settanta e Ottanta per creare lotterie tra più Stati: il patto interstatale, un accordo vincolante tra governi statali. La logica del professore di legge di Yale Akhil Reed Amar, che aveva pubblicato un articolo nel 2001 con argomentazioni simili, fornì l'impalcatura teorica.
Le obiezioni alla proposta sono però significative e provengono anche dai suoi sostenitori storici. Lo stesso Amar, intervistato da Vox, ha espresso dubbi profondi paragonandosi a Edward Teller, il fisico che contribuì alla bomba a idrogeno. Il problema principale è che il patto non crea un vero voto popolare nazionale: le elezioni continueranno a essere amministrate separatamente dai 50 Stati e dal Distretto di Columbia, e il totale nazionale sarà semplicemente la somma dei risultati locali. Non esiste alcun organismo federale che possa amministrare, supervisionare o decidere su contestazioni in caso di risultato nazionale ravvicinato. Non c'è uno standard unico per i riconteggi.
Gli Stati potrebbero inoltre manipolare le proprie regole per gonfiare i totali e aumentare il peso sul risultato nazionale. La Costituzione non fissa un'età minima per votare: gli Stati democratici potrebbero abbassarla a 16 anni, mentre quelli repubblicani potrebbero rispondere consentendo ai genitori di votare per conto dei figli minori, ipotesi su cui ha riflettuto pubblicamente il vicepresidente JD Vance. Amar ha dichiarato a Vox che senza un quadro federale unitario il sistema non può funzionare davvero, ammettendo di essere stato ingenuo venticinque anni fa quando immaginava istituzioni credibili e fidate da entrambi i lati politici.
Il secondo problema è l'asimmetria politica. L'adesione al patto è quasi interamente democratica. Derek Muller, professore di legge alla Notre Dame, ha spiegato a Vox che i pochi repubblicani favorevoli sono spesso lobbisti retribuiti o figure isolate con motivazioni personali, mentre il sostegno è schiacciantemente di parte democratica. Se i democratici dovessero imporre la riforma senza un consenso bipartisan e poi vincere le presidenziali del 2028, una successiva ondata repubblicana alle elezioni di metà mandato del 2030 potrebbe innescare ritorsioni: nuove maggioranze repubblicane negli Stati in bilico potrebbero non solo uscire dal patto, ma anche stabilire un precedente per cui il partito al governo riscrive le regole elettorali a proprio vantaggio. La norma secondo cui i grandi elettori vanno al vincitore di ciascuno Stato fu utile nel 2020, quando i repubblicani al potere negli Stati in bilico vi si appellarono per certificare la vittoria di Joe Biden contro i tentativi di Trump di ribaltare il risultato.
I sostenitori della riforma rispondono con un dato: un sondaggio del Pew Research Center del 2024 ha rilevato che il 63 per cento degli adulti americani sostiene il voto popolare e solo il 35 per cento preferisce il sistema attuale. Gallup ha registrato un sostegno simile dal 2000, con una breve flessione tra i repubblicani dopo il 2016. L'opinione pubblica, secondo i riformatori, scoraggerebbe manipolazioni partigiane perché chi le tentasse pagherebbe un prezzo politico. Aggiungono che nel 2024 Trump ha dimostrato di poter vincere anche il voto popolare e che, se il Texas si trasformasse in uno Stato contendibile, lo squilibrio strutturale tra i due partiti nel Collegio elettorale verrebbe meno, aprendo la strada anche a un ripensamento repubblicano. Koza ha sostenuto che, una volta abolito il vecchio sistema, sarà difficile rimpiangerlo, citando l'analogia con i matrimoni omosessuali, su cui l'opinione pubblica americana è cambiata rapidamente.