Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha intensificato le indagini su presunti brogli elettorali in alcuni Stati, un informatore federale ha definito un caos il nuovo sistema postale per verificare le schede spedite per posta e il governatore repubblicano del Wyoming ha accusato gli osservatori del Dipartimento di Giustizia di comportamenti "aggressivi" durante le primarie del suo Stato. Sono i tre segnali più recenti, secondo un'analisi di Aaron Blake pubblicata sulla CNN, dei tentativi del presidente Trump di intervenire sulle elezioni di midterm, in programma tra poco più di due mesi. Non è chiaro se questi sforzi avranno effetto, ma i fatti delle ultime settimane mostrano che il tentativo è in corso.
La notizia delle indagini è uno scoop della CNN. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna, il ministero che si occupa di frontiere e immigrazione, sta usando la Homeland Security Investigations, un ramo dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, che di solito indaga su tratta di esseri umani e traffico di droga. L'aspetto più anomalo è il momento scelto: il governo federale evita di norma azioni investigative così visibili a ridosso di un'elezione, perché accuse non ancora verificate possono influenzare il voto. Nel caso di Trump e dei presunti brogli, scrive Blake, questo effetto è l'obiettivo e non un rischio da evitare.
Trump cerca da dieci anni di dimostrare l'esistenza di brogli diffusi, senza riuscirci. Nel primo mandato istituì una commissione sui brogli elettorali che si sciolse senza risultati e dopo il 2020 la sua campagna pagò dei consulenti per trovare prove di frodi, senza esito. Nelle ultime settimane l'amministrazione ha prodotto una serie di affermazioni contestate dagli esperti: la tesi, priva di fondamento, di 250.000 non cittadini registrati al voto in soli quattro Stati e un rapporto anonimo e irregolare dello US Census Bureau, l'ufficio federale di statistica, secondo cui decine di migliaia di non cittadini avrebbero votato alle presidenziali del 2020. Le nuove indagini sembrano pensate per dare sostegno a queste affermazioni più che per produrre prove solide in due mesi. L'obiettivo dell'amministrazione, secondo Blake, è alimentare i dubbi sul voto e creare un possibile pretesto per un intervento federale più ampio sulle elezioni.
L'altra novità della settimana riguarda il voto per posta. Un informatore federale ha lanciato un allarme sul nuovo sistema con cui l'amministrazione vuole verificare le schede spedite per posta, un sistema che i lavoratori descrivono come un caos e che potrebbe privare del voto un gran numero di elettori. La segnalazione, resa pubblica dal senatore democratico del Connecticut Richard Blumenthal, si aggiunge ai timori già espressi dai funzionari elettorali sul fatto che il sistema non sia stato testato a sufficienza prima delle midterm. Secondo l'informatore, se anche una sola busta in un grande lotto di schede non corrisponde ai dati registrati nel sistema, il servizio postale non consegna l'intero lotto finché la discrepanza non viene risolta.
Non è certo che il sistema verrà usato: la questione è oggetto di numerosi ricorsi in tribunale, di cui abbiamo scritto ieri. Trump, che ha votato per posta in Florida, critica da anni questa modalità di voto e anche per questo gli elettori che la usano sono in netta maggioranza democratici. Se molti di loro fossero esclusi, il danno colpirebbe soprattutto il Partito Democratico.
A marzo Trump ha firmato un ordine esecutivo che assegna al servizio postale un ruolo senza precedenti nel controllo delle schede. A giugno l'amministrazione stava valutando di minacciare gli Stati che non consegnano le liste elettorali al governo federale di non recapitare le schede per posta, mentre anche alcuni Stati repubblicani hanno rifiutato di consegnare quelle liste. A luglio Trump ha tenuto un discorso in prima serata sulle elezioni: non ha portato nuove prove di brogli diffusi, ma ha esagerato i presunti tentativi della Cina di interferire e ha sostenuto senza fondamento che fossero stati coperti. Il richiamo alla sicurezza nazionale ha attirato l'attenzione perché i tribunali concedono ai presidenti maggiore libertà di agire in modo unilaterale quando è in gioco la sicurezza del paese. Poche settimane dopo, in un'intervista, Trump non ha escluso di dichiarare un'emergenza di sicurezza nazionale per introdurre una serie di modifiche alle regole di voto che il Congresso a maggioranza repubblicana non ha approvato, tra cui limiti al voto per posta.
La scena più insolita è arrivata la settimana scorsa dal Wyoming, uno degli Stati più repubblicani del paese. Il governatore Mark Gordon, repubblicano, ha accusato gli osservatori elettorali del Dipartimento di Giustizia di un comportamento "aggressivo" durante le primarie e ha chiesto al procuratore generale dello Stato di indagare. "Non mi piace che il governo federale venga a prendersi i nostri voti", ha detto. Trump in passato ha detto di rimpiangere di non aver fatto sequestrare le macchine per il voto dopo le elezioni del 2020.
Non è possibile dire quali di queste iniziative si tradurranno in azioni concrete. Trump tende a lanciare molte proposte e talvolta fa marcia indietro quando si rivelano impraticabili, altre volte i tentativi suoi e del suo staff risultano approssimativi e i tribunali potrebbero fermarlo, per esempio sui piani per il voto per posta. Il contesto rende però la questione rilevante: il Partito Repubblicano affronta un'elezione difficile, che potrebbe consegnare ai democratici almeno una delle due camere del Congresso e ridurre il potere di Trump negli ultimi due anni di mandato.
