I democratici non temono più l'AIPAC, la potente lobby filo-israeliana
Un tempo intoccabile e bipartisan, il principale sostenitore di Israele a Washington è ora attaccato dalla sinistra mentre la sua spesa milionaria nelle primarie inizia a ritorcersi contro di lui.
Per decenni schierarsi contro l'AIPAC, il più potente gruppo di pressione filo-israeliano degli Stati Uniti, sarebbe equivalso a un suicidio politico. Oggi diversi candidati democratici ne fanno un bersaglio nella campagna per le primarie e in alcuni collegi proprio questo li aiuta a vincere.
Alla fine dello scorso anno, nel decimo distretto di New York, Brad Lander ha aperto la sua corsa alle primarie democratiche promettendo che a Washington non avrebbe fatto il volere dell'AIPAC. A pochi giorni dal voto del 23 giugno, l'organizzazione è un tema ricorrente della sua campagna. Lander, ebreo progressista che si definisce sionista liberale, ha sfidato il deputato in carica Dan Goldman a firmare un patto per tenere fuori dalla corsa i soldi dei super PAC, i comitati che possono raccogliere e spendere somme illimitate per sostenere o attaccare un candidato. In una serie continua di messaggi ed email ha accostato l'AIPAC a Wall Street e alle criptovalute, una nuova trinità di influenze corruttrici. Goldman, dal canto suo, ha cercato di mostrarsi indipendente: ha accettato l'appoggio dell'AIPAC ma ha rifiutato i fondi di tutti i comitati di azione politica e dice di aver chiesto all'organizzazione di prendere le distanze da Israele e di criticarne il governo quando necessario.
Il decimo distretto, che va dal centro di Manhattan fino ad alcuni quartieri di Brooklyn, è uno dei collegi con la più alta presenza ebraica del paese. Sarebbe facile liquidare il ruolo dell'AIPAC come un fenomeno tutto newyorkese, ma, come ricostruisce il New York Times, versioni simili di questo scontro si sono ripetute in tutto il paese durante questa tornata di primarie.
L'AIPAC, sigla dell'American Israel Public Affairs Committee, esercita la sua influenza spingendo i propri membri a respingere i candidati ostili a Israele e a sostenere quelli favorevoli, soprattutto attraverso la raccolta fondi: sul suo sito un portale permette di versare a ogni campagna il massimo consentito dalla legge. Ma il gruppo ha anche un super PAC, lo United Democracy Project, che può raccogliere e spendere senza limiti per promuovere o colpire i singoli candidati. Nelle primarie democratiche ha speso con generosità, ottenendo risultati alterni.
Non molto tempo fa l'AIPAC era bipartisan e intoccabile, custode dello stretto legame tra gli Stati Uniti e un alleato chiave sul piano strategico e morale. Per decenni dopo la sua fondazione, nel 1948, la maggior parte degli americani vedeva Israele come il meglio del liberalismo del secondo dopoguerra, uno Stato ebraico e democratico nato dalle ceneri dell'Olocausto. L'AIPAC ne era il fiero ambasciatore americano.
Oggi questa percezione si sta sgretolando e l'AIPAC è sotto attacco da entrambi gli schieramenti. A destra lo criticano commentatori della corrente "America First" come Tucker Carlson, secondo cui Israele ha troppo potere nella politica americana. A sinistra la sua posizione è ancora più fragile: in un partito attraversato da un profondo cambio generazionale, l'AIPAC è diventato il simbolo della vecchia guardia. "Si tratta di proteggere il vecchio establishment democratico conservatore contro i giovani arrivisti progressisti", ha detto Matt Duss, ex consigliere di politica estera del senatore Bernie Sanders. "Viviamo un momento anti-sistema e l'AIPAC sta dicendo: siamo qui per difendere il sistema da voi progressisti pazzi".
Secondo le rilevazioni dell'istituto demoscopico Gallup, gli elettori democratici un tempo erano molto più solidali con gli israeliani che con i palestinesi; nel 2022 si è arrivati alla parità e oggi le simpatie pendono nettamente dalla parte dei palestinesi, il 65 per cento contro il 17 per cento.
L'AIPAC sostiene di non difendere "il sistema" contro i progressisti ostili a Israele, ma di tutelare la maggioranza filo-israeliana del Partito Democratico, che a suo dire rischia di restare senza voce. "C'è una frangia di sinistra del Partito Democratico che cerca di usare il sistema delle primarie per esercitare un'influenza enorme e dannosa sulla politica", ha detto Patrick Dorton, portavoce dello United Democracy Project.
In un momento in cui i democratici mettono sempre più in discussione gli aiuti militari incondizionati a Israele, l'AIPAC usa il potere dei grandi donatori e del denaro anonimo, due spauracchi storici della sinistra, proprio per difenderli. Da voce influente e silenziosa della politica americana è diventato insieme vittima e causa della rottura del consenso su Israele.
Nei suoi primi decenni l'AIPAC era vicino ai democratici e all'area liberale, riflesso sia delle radici laburiste e sioniste di Israele sia delle preferenze politiche della maggioranza degli ebrei americani. Cominciò a spostarsi a destra negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, con l'ascesa di Ronald Reagan e del Likud, il partito della destra israeliana, e nominò il suo primo presidente e il suo primo direttore esecutivo repubblicani. Ma mantenne il proprio potere su entrambi i fronti, costruito su un'idea semplice: Stati Uniti e Israele condividevano gli stessi valori e gli stessi interessi strategici. Unica democrazia liberale del Medio Oriente e preziosa fonte di informazioni di intelligence dalla regione, Israele fu un alleato fondamentale durante la Guerra Fredda e la guerra globale al terrorismo. Garantirne la sicurezza, secondo Washington, equivaleva a garantire quella americana.
Durante la presidenza di Barack Obama cominciò a incrinarsi il consenso bipartisan su Israele e, con esso, sull'AIPAC. L'evento scatenante fu l'accordo sul nucleare iraniano negoziato dalla Casa Bianca. Il governo israeliano vi si oppose, sostenendo che non limitava abbastanza il programma nucleare di Teheran né le impediva di finanziare gruppi terroristici come Hamas ed Hezbollah. L'AIPAC spese 30 milioni di dollari nel tentativo, fallito, di farlo bocciare. Lo scontro divenne presto una battaglia partitica: lo speaker repubblicano della Camera, John Boehner, invitò il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a parlare contro l'accordo davanti a una seduta congiunta del Congresso, nonostante l'opposizione di Obama.
Fu un momento politico indimenticabile: un leader straniero, dentro l'aula della Camera, faceva pressione sui parlamentari perché respingessero un accordo negoziato dal presidente in carica, presentandolo come una minaccia alla sicurezza nazionale americana. In quel viaggio Netanyahu non andò alla Casa Bianca, ma trovò il tempo di intervenire alla conferenza annuale dell'AIPAC.
Negli anni successivi molti democratici presero le distanze dalle posizioni intransigenti del governo Netanyahu, come la continua costruzione di insediamenti in Cisgiordania e la convinzione, ripetuta e smentita dai fatti, che l'Iran fosse a un passo dal completare una bomba atomica. Di fronte a questa frattura l'AIPAC continuò a sostenere Israele quasi senza condizioni. "La missione dell'AIPAC è sostenere il governo israeliano qualunque cosa accada. E quasi nessun parlamentare democratico sostiene questo governo", ha detto Matt Bennett, vicepresidente esecutivo di Third Way, un think tank democratico centrista.
Con la nascita nel 2018 della "Squad", un gruppo di giovani parlamentari democratici di sinistra, la difesa dello Stato ebraico assunse per l'AIPAC una nuova urgenza. In Congresso c'erano già stati critici isolati di Israele, ma ora si trattava di un blocco organizzato, con alcuni membri favorevoli a boicottaggi e sanzioni economiche contro Israele.
Preoccupato di perdere il controllo del dibattito, l'AIPAC reagì qualche anno dopo. I suoi vecchi metodi di persuasione, fatti di pressioni sui parlamentari, viaggi organizzati in Israele e donazioni relativamente piccole alle singole campagne, erano diventati anacronistici nell'era della politica dei grandi soldi. Per le elezioni di metà mandato del 2022 creò il suo super PAC. Lo United Democracy Project spese 26 milioni di dollari in quel ciclo elettorale, colpendo soprattutto i democratici giudicati poco filo-israeliani. Nello stesso periodo l'AIPAC appoggiò più di cento parlamentari favorevoli a Israele che avevano votato per ribaltare il risultato delle elezioni del 2020, segnale che avrebbe scelto gli interessi di Israele perfino a scapito delle norme democratiche americane.
Due anni dopo la posta in gioco era ancora più alta. Gli attacchi terroristici del 7 ottobre, guidati da Hamas, e la risposta militare di Israele avevano acceso le passioni dei sostenitori americani di Israele e dei suoi critici. Lo United Democracy Project investì 23 milioni di dollari per far perdere il seggio a due esponenti della "Squad" nelle primarie del 2024. Quest'anno il super PAC dell'AIPAC si è presentato con un tesoro di quasi 100 milioni di dollari da spendere nelle corse di tutto il paese. "Non lasceremo che il Partito Democratico faccia la fine del Partito Laburista nel Regno Unito su Israele", ha detto Dorton, riferendosi al partito di governo britannico, che di recente ha sospeso alcune vendite di armi a Israele e ha riconosciuto uno Stato palestinese.
L'AIPAC resta formalmente bipartisan: molti dei suoi maggiori donatori sono repubblicani vicini al presidente Trump, ma le sue file sono piene anche di democratici, eredità della storica preferenza degli ebrei americani per i leader e le politiche progressiste. Il problema è che molti democratici stanno ripensando la loro posizione su Israele, soprattutto dopo la morte di decine di migliaia di palestinesi nella guerra di Gaza.
Tom Malinowski, ex deputato del New Jersey che cercava di tornare alla Camera, è uno di questi casi. Non è affatto in sintonia con la "Squad": rifiuta di definire "genocidio" la guerra di Israele a Gaza e ritiene che gli Stati Uniti debbano garantire la sicurezza israeliana. Ma sostiene anche che Netanyahu abbia esagerato nella rappresaglia dopo gli attacchi del 7 ottobre e chiede che l'America valuti caso per caso le richieste israeliane di aiuti militari. A febbraio lo United Democracy Project ha speso più di 2,3 milioni di dollari per farlo perdere, sostenendo che alcuni suoi avversari erano più favorevoli al rapporto tra Stati Uniti e Israele. Come in altre corse, gli spot non parlavano di Israele: in questo caso si concentravano sul sostegno di Malinowski ai finanziamenti per l'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione e le dogane, quando era in Congresso.
Il piano si è ritorto contro l'AIPAC: Malinowski ha perso, ma hanno perso anche i candidati che il comitato preferiva. I democratici hanno scelto Analilia Mejia, una candidata progressista molto più a sinistra di Malinowski su Israele.
Il caso successivo è stato Daniel Biss, candidato democratico al Congresso in un collegio dell'area di Chicago. Biss aveva previsto la mossa dell'AIPAC. Nipote di sopravvissuti all'Olocausto, aveva detto ai dirigenti del comitato che non amava l'attuale governo israeliano ma non era contro Israele e che, da deputato, la sua porta sarebbe sempre rimasta aperta. Ma non era disposto a sostenere aiuti militari illimitati a Israele: questo sembra essere stato il punto di rottura.
"Riteniamo che aggiungere nuove condizioni o restrizioni all'assistenza per la sicurezza di Israele, che salva vite umane, oltre a quelle sostanziali già esistenti, sia un errore, danneggi gli interessi americani e non sia filo-israeliano", ha detto Deryn Sousa, portavoce dell'AIPAC. Lo United Democracy Project ha speso milioni di dollari per attaccare Biss e sostenere una delle sue avversarie, Laura Fine, facendo passare gran parte del denaro attraverso un gruppo dal nome innocuo, Elect Chicago Women.
Biss ha commissionato alcuni sondaggi e ha scoperto che nel suo collegio gli elettori democratici con un giudizio negativo sull'AIPAC erano tre volte quelli con un giudizio positivo, il 51 per cento contro il 17 per cento. Così, dopo aver tentato invano di convincere il comitato a restare neutrale, ne ha denunciato il coinvolgimento in uno spot televisivo, una mossa che a suo dire ha contribuito alla vittoria nelle primarie di marzo.
Israele e l'AIPAC sono però bersagli ricorrenti dei complottisti. Una candidata democratica alla Camera in Texas, Maureen Galindo, ha promesso di trasformare un ex centro di detenzione dell'ICE in un carcere per "sionisti americani", che a suo dire sarebbero in gran parte pedofili; nega di essere antisemita. Criticare l'AIPAC può essere oggi una mossa politica vantaggiosa a sinistra, ma resta delicato, soprattutto mentre nel mondo cresce il sentimento anti-ebraico. "Mi sento a disagio a parlarne, visti gli stereotipi antisemiti in gioco su ebrei, denaro e potere", ha detto Lander, "ma devo farlo".
L'AIPAC ritiene di essere stato ingiustamente demonizzato dalla sinistra, insieme al suo super PAC. Sostiene di non essere diverso da qualsiasi altro gruppo di interesse a tema unico, compresi quelli ostili a Israele, che fa sentire la propria voce nelle primarie. A New York, per esempio, un nuovo super PAC ha promesso di recente di spendere 2 milioni di dollari a favore dei candidati critici verso Israele, Lander compreso.
Eppure i democratici moderati come Biss e Malinowski rappresentano una minaccia maggiore per il consenso filo-israeliano rispetto ai progressisti apertamente ostili a Israele. Le posizioni della "Squad" sono molto più a sinistra di quelle della maggior parte dei democratici, mentre i democratici che si definiscono filo-israeliani pur criticando il governo Netanyahu sono più difficili da liquidare per i difensori di Israele. Del resto Netanyahu non è molto amato a Washington: perfino il presidente Trump, in una telefonata di questo mese, lo ha definito "pazzo" per la sua ingratitudine.
Per anni l'AIPAC ha contribuito a definire che cosa significasse essere filo-israeliani in America. Ma fissando uno standard così rigido per quel sostegno ha finito per accelerare, senza volerlo, il dibattito sul tema, soprattutto a sinistra. Il comitato sostiene di lavorare per rafforzare e ampliare il rapporto tra Stati Uniti e Israele; per i suoi critici favorevoli a Israele, come l'organizzazione rivale J Street, la linea intransigente sta ottenendo l'effetto opposto e mette a rischio questa storica alleanza. "L'AIPAC sta giocando con il fuoco e rischia di bruciare tutta la casa", ha detto il presidente di J Street, Jeremy Ben-Ami.