I leader dei BRICS hanno chiuso domenica a Nuova Delhi due giorni di vertice, dopo aver approvato già in precedenza sabato una dichiarazione congiunta che invita alla "massima moderazione" in Medio Oriente senza però mai nominare direttamene Stati Uniti, Israele o Iran. A maggio i Ministri degli Esteri del gruppo non erano neppure riusciti a concordare un testo comune. Al tavolo del primo ministro indiano Narendra Modi sedevano, tra gli altri, il presidente cinese Xi Jinping, quello russo Vladimir Putin e quello iraniano Masoud Pezeshkian, mentre il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva si è fatto rappresentare dal suo Ministro degli Esteri.
La guerra iniziata il 28 febbraio con gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran ha dominato gran parte della prima giornata. In primavera, le divisioni tra Teheran e alcuni Paesi del Golfo, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, avevano impedito ai Ministri degli Esteri di approvare un documento comune. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi chiedeva una chiara condanna delle "violazioni del diritto internazionale" da parte di Washington e Israele, mentre Abu Dhabi respingeva le accuse iraniane e quella che definiva una giustificazione degli attacchi contro il proprio territorio. Questa volta il compromesso è arrivato dopo un intenso lavoro diplomatico guidato dall'India.
La dichiarazione approvata esprime "profonda preoccupazione per la continua escalation delle tensioni in Medio Oriente e Asia occidentale", invita tutte le parti a "esercitare la massima moderazione" e manifesta "seria preoccupazione" per gli attacchi deliberati contro infrastrutture civili e impianti nucleari pacifici sottoposti alle salvaguardie dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. Il linguaggio è molto più prudente di quello adottato l'anno scorso al vertice di Rio de Janeiro, quando il gruppo aveva condannato gli attacchi militari contro l'Iran.
Washington non viene nominata, ma pesa sul vertice
Modi sta cercando di mantenere rapporti cordiali sia con Teheran sia con Israele, uno dei principali alleati degli Stati Uniti, e allo stesso tempo di preservare l'equilibrio con Washington. Per attenuare gli effetti della crisi energetica provocata dalla guerra, però, l'India è tornata a rivolgersi anche alla Russia, nonostante l'invasione dell'Ucraina e le pressioni americane ed europee. A febbraio Donald Trump aveva ridotto dal 25% al 18% il dazio reciproco sulle merci indiane ed eliminato la tariffa punitiva aggiuntiva del 25% legata agli acquisti di greggio russo, dopo l'impegno di New Delhi a interrompere le importazioni di petrolio dalla Russia.
Anche sul commercio la dichiarazione evita di chiamare direttamente in causa gli Stati Uniti, ma esprime "seria preoccupazione" per l'aumento di misure tariffarie e non tariffarie unilaterali incompatibili con le regole dell'Organizzazione Mondiale del Commercio e si oppone alle sanzioni non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Trump considera il BRICS come un gruppo ostile agli interessi americani: ha minacciato dazi del 100% contro i suoi Stati membri che tentassero di sostituire il dollaro e, l'anno scorso, un dazio aggiuntivo del 10% per i Paesi che si fossero allineati alle politiche "antiamericane" dei BRICS.
La seconda giornata del meeting era dedicata alla "crescita globale inclusiva". Modi ha rivendicato il peso di un gruppo nato come forum delle grandi economie emergenti in cerca di maggiore influenza nelle istituzioni dominate dall'Occidente e che oggi, secondo il premier indiano, rappresenta "il 50% della popolazione mondiale, il 40% del Pil globale e oltre il 25% del commercio mondiale". Sul numero dei Paesi partecipanti esiste però una discrepanza tra le fonti ufficiali: il governo indiano include l'Arabia Saudita tra gli 11 membri, mentre Riyadh ha partecipato al vertice definendosi ufficialmente "Paese invitato". Considerando la posizione formale saudita, i Paesi membri effettivi sono quindi 10: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e Indonesia.
Xi torna in India, ma il confine resta conteso
Per il presidente cinese il meeting dei BRICS a New Delhi rappresenta anche la prima visita in India dal 2019 e il passo più significativo nel lento disgelo tra le due potenze nucleari, sei anni dopo lo scontro nella valle di Galwan, in cui morirono 20 soldati indiani e 4 cinesi. Da allora i rapporti tra i due Paesi sono gradualmente migliorati, con la ripresa dei voli, dei visti e degli incontri ad alto livello. "Pur essendo diversi sotto molti aspetti, i nostri due Paesi sono pienamente in grado di valorizzare i rispettivi punti di forza, sostenersi a vicenda, ottenere successi comuni e avanzare insieme", ha detto Xi a Modi, secondo un video diffuso dal governo indiano.
A New Delhi, però, la sua visita è stata contestata da alcune decine di tibetani in esilio, appartenenti alla comunità che vive in India da quando il Dalai Lama vi trovò rifugio nel 1959. La disputa territoriale resta inoltre irrisolta ed entrambi gli eserciti mantengono ingenti forze lungo i circa 3.800 km della frontiera himalayana, in gran parte non demarcata e contesa. Secondo il governo indiano, i due leader si sono impegnati a perseguire una soluzione "equa, ragionevole e reciprocamente accettabile" della questione del confine.
Le due capitali continuano però a partire da impostazioni diverse: per l'India la pace lungo la frontiera è una condizione essenziale per il pieno sviluppo delle relazioni bilaterali, mentre la Cina insiste sulla necessità di far avanzare in parallelo i rapporti complessivi e il negoziato territoriale. Restano inoltre intatti la diffidenza reciproca, il crescente deficit commerciale indiano verso Pechino e una più ampia rivalità strategica tra i due Paesi.
