Da sette mesi rappresentanti di Danimarca e Groenlandia stanno negoziando a Washington con l'Amministrazione Trump i termini di un'espansione della presenza militare statunitense sull'isola più grande del pianeta, abitata da appena 56mila persone. Secondo la ricostruzione di El País, gli Stati Uniti hanno chiesto la piena sovranità sui territori destinati a ospitare le future basi militari, con uno status simile a quello delle basi britanniche a Cipro. Una condizione che i rappresentanti danesi e groenlandesi non intendono per ora accettare.
La strategia americana si fonda sull'accordo bilaterale di difesa firmato con Copenaghen nel 1951, che consente, su richiesta, di ampliare la presenza militare statunitense. A marzo il generale Gregory Guillot, a capo del Comando Settentrionale degli Stati Uniti, ha informato il Senato dell'intenzione di creare tre nuove "zone di difesa" per sorvegliare i sottomarini nucleari russi e contrastare l'influenza cinese nell'Artico.
Gli Stati Uniti vogliono tre nuove basi in Groenlandia, e la sovranità sui terreni
Da sette mesi Danimarca, Groenlandia e Amministrazione Trump trattano a Washington. Gli americani chiedono per le future basi uno status simile a quello delle basi britanniche a Cipro: per ora Copenaghen e Nuuk rispondono di no.
Oggi le basi americane stanno su terreno groenlandese, in forza dell’accordo di difesa firmato con la Danimarca nel 1951. Washington chiede invece che i terreni delle future basi passino sotto sovranità statunitense, fuori dalla giurisdizione di Nuuk: lo stesso status di Akrotiri e Dhekelia, britanniche dentro Cipro dal 1960.
Le basi che Washington vuole, e i giacimenti che ha accanto
Tocca un punto per leggere la scheda. Delle tre nuove zone di difesa la ricostruzione di El País ne indica per nome una sola, Narsarsuaq: sta nella punta meridionale, a poche decine di chilometri dai giacimenti di terre rare.
Base aerea costruita dagli americani nel 1941 e abbandonata nel 1958. A maggio personale dei Marines e dell’ambasciata statunitense in Danimarca ha ispezionato la pista, il porto in acque profonde e le vecchie strutture. Nel villaggio restano una quarantina di abitanti.
Il villaggio si svuota proprio mentre i Marines vengono a vederlo
Residenti prima e dopo la chiusura dell’aeroporto, il 17 aprile. Ogni quadrato è una persona.
Nome in codice Bluie West One. Lo scalo diventa cruciale per il trasferimento degli aerei verso i fronti europeo e nordafricano: oltre 10.000 velivoli vi fanno rifornimento o vengono riparati. Il villaggio nasce intorno alla pista.
Si lasciano alle spalle macerie, rottami, migliaia di fusti arrugginiti e i pannelli di amianto del vecchio ospedale militare, distrutto da un incendio negli anni Settanta e mai bonificato.
Il traffico passa al nuovo scalo di Qaqortoq, aperto il giorno prima. Narsarsuaq viene declassata a eliporto e l’albergo chiude lo stesso giorno. Da allora dei circa 150 residenti ne restano una quarantina.
Quattro settimane dopo il declassamento, personale dei Marines e dell’ambasciata statunitense in Danimarca visita la pista, il porto in acque profonde e le altre strutture della base abbandonata.
«Perderemo le nostre case e dovremo lasciare il posto in cui abbiamo vissuto e lavorato tutta la vita»
Ole Guldager, storico e archeologo, curatore del museo della base. Ha dedicato allo studio di Narsarsuaq gran parte dei suoi 58 anni.
La stessa legge blocca un giacimento e ne lascia passare un altro
Contenuto medio di uranio nella risorsa, in parti per milione. Dal 2021 la legge groenlandese vieta l’estrazione quando supera le 100 ppm.
limite di legge 400
Il divieto sull’uranio non ferma Tanbreez, purché l’attività mineraria punti ad altri minerali. Kvanefjeld, dove l’uranio sta due o tre volte sopra la soglia, resta fermo da quando nel 2021 il partito ecologista Inuit Ataqatigiit ha vinto le elezioni promettendo il divieto. È per questo che l’attenzione di Washington si è spostata sul giacimento vicino.
Dalla minaccia di gennaio all’immagine social di agosto
Come la pretesa americana sulla Groenlandia si è spostata dalla forza al tavolo negoziale, senza mai essere ritirata.
Trump, che nel primo mandato aveva provato a comprare la Groenlandia, minaccia di prenderne il controllo. La tensione si attenua quando diversi alleati europei inviano contingenti militari sull’isola e la crisi passa sul terreno diplomatico.
Dopo un incontro con il segretario generale della NATO Mark Rutte annuncia una «cornice per un futuro accordo» sulla Groenlandia e ritira la minaccia di dazi contro diversi Paesi europei.
Il generale Gregory Guillot, a capo del Comando Settentrionale, annuncia l’intenzione di creare tre nuove zone di difesa per sorvegliare i sottomarini nucleari russi e contrastare l’influenza cinese nell’Artico.
Trump ribadisce che la Groenlandia «dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti e non dalla Danimarca», mentre a Washington i negoziatori danesi e groenlandesi continuano a rifiutare la cessione di sovranità.
Il presidente pubblica sui social un’immagine in cui la sua figura gigantesca incombe su un insediamento artico, accompagnata da due parole: «Hello, Greenland».
Narsarsuaq, il villaggio che aspetta i Marines
Una delle tre basi che Washington vorrebbe riaprire è quella di Narsarsuaq, nel sud dell'isola. Il villaggio nacque intorno alla pista costruita in tempi record dai soldati americani durante la Seconda guerra mondiale. La base aerea, nome in codice Blue West One, era uno scalo cruciale per il trasferimento degli aerei militari verso i fronti europeo e nordafricano: oltre 10mila velivoli vi fecero rifornimento o furono sottoposti a riparazioni.
Gli Stati Uniti la abbandonarono nel 1958, lasciandosi alle spalle macerie, rottami, migliaia di fusti arrugginiti e i pannelli di amianto del vecchio ospedale militare, distrutto da un incendio negli anni Settanta e mai bonificato. L'aeroporto civile che ne ha preso il posto è stato chiuso in aprile, dopo l'apertura di un nuovo scalo a Qaqortoq, il capoluogo regionale. Da allora il villaggio si sta svuotando: dei circa 150 residenti precedenti ne restano una quarantina e l'albergo ha chiuso lo stesso giorno dell'aeroporto.
È in questo vuoto che intende tornare l'America di Trump. A maggio, quattro settimane dopo il declassamento dell'aeroporto a eliporto, personale dei Marines e dell'ambasciata statunitense in Danimarca ha ispezionato la pista, il porto in acque profonde e le altre strutture della vecchia base. Ole Guldager, storico e archeologo che ha dedicato gran parte dei suoi 58 anni allo studio del luogo in cui è cresciuto e che cura il museo della base, teme ora che il ritorno dei militari possa costringere i residenti rimasti ad andarsene: "Perderemo le nostre case e dovremo lasciare il posto in cui abbiamo vissuto e lavorato tutta la vita".
Guldager ricorda che nel 1953, durante l'espansione della base di Pituffik, l'unica che Washington mantiene ancora sull'isola, nel nord-ovest, decine di famiglie inuit furono trasferite con la forza a 130 km dalle loro case. Trump, che durante il primo mandato aveva tentato di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, all'inizio dell'anno ha minacciato di prenderne il controllo "con le buone o con le cattive". La tensione si è attenuata a gennaio, dopo l'arrivo in Groenlandia di contingenti militari inviati da diversi alleati europei e il successivo passaggio della crisi sul terreno diplomatico.
Il 21 gennaio, a Davos, Trump ha escluso l'uso della forza e, dopo un incontro con il Segretario Generale della NATO Mark Rutte, ha annunciato una "cornice per un futuro accordo" sulla Groenlandia, ritirando anche la minaccia di dazi contro diversi Paesi europei. Non ha però mai rinunciato alla pretesa americana sul controllo dell'isola: al vertice NATO di luglio ad Ankara ha ribadito che la Groenlandia "dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti e non dalla Danimarca". All'inizio di agosto ha di nuovo pubblicato sui social un'immagine in cui una sua figura gigantesca incombe su un insediamento artico, accompagnata dal messaggio "Hello, Greenland".
Terre rare e petrolio, gli affari della cerchia del presidente
Nel sud, vicino alle fattorie di Qassiarsuk, si trova Kvanefjeld, uno dei più grandi giacimenti mondiali di terre rare e uranio. Il suo sfruttamento è bloccato da quando, 5 anni fa, il partito ecologista Inuit Ataqatigiit vinse le elezioni promettendo di vietare l'estrazione dell'uranio. L'attenzione di Washington si è così spostata su Tanbreez, un altro grande giacimento di terre rare situato a pochi km di distanza.
Le analisi disponibili indicano una concentrazione di uranio di circa 10-20 parti per milione, nettamente inferiore alla soglia di 100 prevista dalla legge groenlandese: il divieto sull'uranio non impedisce quindi lo sfruttamento del giacimento, purché l'attività mineraria sia diretta all'estrazione di altri minerali e non dell'uranio. La diplomazia americana si è adoperata per evitare che il progetto finisse in mani cinesi e ne ha favorito il passaggio alla società newyorkese Critical Metals, con il sostegno dell'agenzia federale statunitense per il credito all'esportazione, pronta a concedere un prestito fino a 120 milioni di dollari.
El País riferisce inoltre di segnali di interesse da parte di investitori legati alla cerchia del presidente, tra cui Donald Trump Jr. Il 30 luglio il governo groenlandese ha invece inviato un "serio avvertimento" a Greenland Energy, società texana anch'essa vicina a Trump, che intendeva avviare trivellazioni nell'est dell'isola senza i permessi necessari. Il progetto è stato rinviato all'inverno del 2027.
Anche l'Unione Europea sta cercando di ritagliarsi uno spazio. Barry Andrews, eurodeputato irlandese e relatore del Parlamento Europeo per i rapporti con la Groenlandia, ha scritto a El País che "non possiamo più fidarci degli Stati Uniti" e sostiene il raddoppio degli investimenti europei sull'isola, fino a 500 milioni di euro nel prossimo bilancio pluriennale. La danese Christel Schaldemose, vicepresidente del Parlamento europeo, chiede invece che l'UE diventi il partner preferenziale della Groenlandia, lasciando però ai groenlandesi ogni decisione sullo sfruttamento delle risorse.
