Vi spieghiamo l’America di oggi con i numeri di domani.
Gli Stati Uniti temevano un piano di Israele per uccidere i negoziatori iraniani
Politica estera 3 min di lettura

Gli Stati Uniti temevano un piano di Israele per uccidere i negoziatori iraniani

Washington temeva che l'uccisione del Ministro degli Esteri Abbas Araghchi e del presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf avrebbe fatto naufragare le trattative di pace con l'Iran.

Gli Stati Uniti stanno trattando con l'Iran per mettere fine alla guerra e, nello stesso momento, temono che Israele stia preparando l'uccisione dei negoziatori iraniani seduti al tavolo. La preoccupazione è tale che Washington fa avvertire Teheran, tramite altri Paesi della regione, del rischio che i suoi due uomini di punta finiscano nel mirino. A rivelarlo è il New York Times.

I due nomi al centro dei timori americani sono Abbas Araghchi, Ministro degli Esteri iraniano, e Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano. Entrambi hanno guidato le trattative con i Paesi della regione e con gli Stati Uniti, prima per un cessate il fuoco e poi per una pace più solida. Le preoccupazioni americane, spiega il quotidiano, sono cresciute durante i negoziati avviati in aprile.

Washington ha ammesso che, nella fase più dura della guerra, i due avrebbero potuto essere bersagli legittimi per Israele, che era deciso a rovesciare il governo islamico di Teheran. Ma quando i colloqui sono entrati nel vivo, ad aprile, è prevalsa una convinzione diversa: ucciderli avrebbe fatto saltare il tavolo e riacceso i combattimenti.

Una guerra, due strategie diverse

La guerra è cominciata il 28 febbraio con un attacco israeliano che ha ucciso la allora Guida Suprema della Repubblica Islamica, l'ayatollah Ali Khamenei, e altri alti dirigenti, grazie anche a informazioni dell'intelligence statunitense. Gli americani hanno colpito soprattutto la marina e le forze missilistiche iraniane, mentre Israele ha puntato subito sui vertici del regime, per eliminare quanti più alti funzionari possibile.

Tra le vittime dei raid aerei israeliani ci sono stati anche dirigenti considerati più pragmatici, con cui l'Amministrazione Trump sperava di trattare come Ali Larijani, responsabile della sicurezza nazionale, e Kamal Kharazi, ex Ministro degli Esteri. Entrambi stavano partecipando ai negoziati con gli Stati Uniti quando sono rimasti uccisi negli attacchi aerei.

È qui che gli obiettivi di Washington e di Israele, quasi coincidenti all'inizio, hanno cominciato ad allontanarsi. Gli Stati Uniti volevano un accordo, Israele si è mostrato scettico fin dalla prima tregua di aprile. Quel cessate il fuoco di due settimane ha ricevuto un sostegno freddo da Israele e ha alimentato la sensazione, diffusa nell'opinione pubblica israeliana, che gli americani stessero chiudendo la guerra troppo presto.

Il risultato, per Israele, era il peggiore possibile: invece di cadere, il governo teocratico iraniano si era irrigidito e le Guardie della Rivoluzione avevano stretto ancora di più la presa sul Paese. A giugno Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un accordo quadro per riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare i successivi colloqui sul nucleare. Per i commentatori israeliani è stato un disastro: nessun cambio di regime, nessuna distruzione delle milizie alleate di Teheran, nessun colpo serio al programma missilistico. A pesare era anche il timore che l'intesa facesse arrivare miliardi di dollari in Iran, permettendogli di rialzarsi in fretta senza freni alle ambizioni nucleari.

L'aereo di Ghalibaf e la fuga via terra

Il Wall Street Journal aveva già scritto a marzo che Araghchi e Ghalibaf erano finiti su una lista di obiettivi israeliani, salvo esserne tolti mentre gli Stati Uniti aprivano i negoziati. Un funzionario americano ha confermato che l'Amministrazione Trump aveva saputo in quel periodo che almeno Ghalibaf era tra i bersagli, e aveva chiesto a Israele di fermarsi.

Non era la prima volta che il presidente del Parlamento rischiava la vita. Era già sfuggito alla morte nella guerra dei 12 giorni del giugno 2025 e di nuovo quest'anno, quando un raid israeliano ha centrato una riunione segreta di alti funzionari in un bunker scavato sotto una montagna. In entrambi i casi è stato estratto vivo dalle macerie.

Per questo, durante i negoziati, l'Iran ha preso le sue contromisure. L'11 aprile Ghalibaf doveva volare a Islamabad per incontrare il vicepresidente statunitense JD Vance, ma i servizi di sicurezza iraniani temevano che Israele approfittasse del viaggio per ucciderlo insieme ad Araghchi e far saltare tutto. Teheran ha ottenuto dagli Stati Uniti, tramite gli intermediari pakistani e qatarioti, la garanzia che non ci sarebbero state operazioni coperte contro la delegazione iraniana. Caccia pakistani hanno scortato gli aerei iraniani, con oltre settanta persone a bordo, dal confine fino a Islamabad e ritorno.

Al ritorno, però, la minaccia si è materializzata. Le forze di sicurezza iraniane hanno avvertito l'aereo che riportava Ghalibaf a casa di aver intercettato indizi di un piano israeliano per abbatterlo, e che due caccia israeliani erano entrati nello spazio aereo iraniano dal confine occidentale, vicino all'Iraq. Mahdi Mohammadi, consigliere di Ghalibaf, ha confermato tutto sui social. Così l'aereo è atterrato d'emergenza a Mashhad, nel nord-est dell'Iran, e la delegazione ha proseguito per circa otto ore in auto fino a Teheran.

Nonostante tutto, i due hanno continuato a spostarsi. A fine maggio sono volati in Qatar per nuovi colloqui e quindi a giugno in Svizzera, dove hanno incontrato di nuovo Vance e la delegazione americana per sottoscrivere l'accordo attualmente in essere.

Condividi
Redazione
Autore

Redazione

Seguici anche sui social

Le notizie più importanti dagli Stati Uniti, ogni giorno.