Gli Stati Uniti hanno ritirato la maggior parte dei soldati inviati in Nigeria per l'operazione contro lo Stato islamico condotta a maggio nel nord-est del paese, ma continueranno a condividere informazioni di intelligence con l'esercito nigeriano. Lo ha annunciato giovedì 2 luglio il generale Dagvin Anderson, capo di AFRICOM, il comando delle forze armate americane per l'Africa, a margine di una conferenza che ha riunito a Luanda, in Angola, i vertici militari di 35 paesi africani, oltre a rappresentanti di Stati Uniti e Brasile. "Abbiamo ritirato gran parte delle forze che erano lì solo per quell'operazione, ma continuiamo il partenariato che la Nigeria ha chiesto per proseguire con la condivisione di intelligence", ha detto Anderson.
A maggio le forze americane e nigeriane avevano ucciso quasi 200 combattenti dello Stato islamico nella regione del lago Ciad, nel nord-est della Nigeria. Tra i morti c'era Abu-Bilal al-Minuki, il numero due del gruppo jihadista a livello mondiale. L'operazione congiunta era iniziata a dicembre del 2025, quando il giorno di Natale il presidente Donald Trump aveva ordinato un attacco contro i militanti sostenendo che stessero prendendo di mira i cristiani del paese. Circa due mesi dopo Washington aveva inviato in Nigeria circa 200 soldati non combattenti per attività di addestramento e assistenza tecnica, precisando che non avrebbero partecipato a combattimenti sul terreno.
Il ministro della difesa nigeriano Christopher Musa ha detto all'agenzia di stampa francese AFP che i soldati americani da combattimento erano arrivati specificamente per l'operazione di maggio: "Sono venuti, hanno fatto il loro lavoro e sono ripartiti". Non è chiaro invece se il ritiro riguardi anche una parte dei militari impegnati nell'addestramento. Nessuno dei due governi ha detto quanti soldati americani restino oggi nel paese: "Continuiamo a mantenere forze in Nigeria. Il loro numero cambierà in base alle esigenze operative", ha detto all'AFP una portavoce di AFRICOM.
Il ritiro "non influirà in alcun modo sul nostro slancio", ha detto alla BBC il generale Michael Onoja, portavoce dell'esercito nigeriano, confermando che lo scambio di informazioni tra i due paesi continuerà. Un altro portavoce militare, il generale Samaila Uba, ha detto sempre alla BBC che il personale americano presente in Nigeria da prima dell'operazione è rimasto nel paese. Nonostante le operazioni degli ultimi mesi, i gruppi jihadisti continuano a compiere attacchi, soprattutto nel nord-est.
Secondo Anderson, la cooperazione con la Nigeria ha indebolito in modo significativo la leadership dello Stato islamico e ha danneggiato non solo i comandanti locali ma anche le comunicazioni e le operazioni della rete globale del gruppo. La pressione militare nigeriana, insieme agli sforzi per pubblicizzare i risultati dell'operazione, ha favorito nuove defezioni e rese tra i combattenti jihadisti. L'esercito nigeriano è stato "molto attivo" da maggio, ha detto il generale: "Continuano a colpire obiettivi da soli". Anderson ha descritto l'operazione come un modello per la futura cooperazione di sicurezza in Africa, in cui Washington fornisce capacità specializzate mentre i partner africani guidano le operazioni.
Il nord-est della Nigeria è teatro di un'insurrezione jihadista dal 2009, portata avanti prima da Boko Haram e poi dallo Stato islamico dell'Africa occidentale (ISWAP), il gruppo rivale nato da una sua scissione. Secondo gli analisti, circa il 90 per cento degli attacchi dello Stato islamico nel mondo avviene ormai nell'Africa subsahariana e la branca nigeriana è di gran lunga la più attiva. Dal 2025 i jihadisti hanno intensificato gli attacchi contro villaggi, stazioni di polizia, basi militari e lavoratori come pescatori e taglialegna, uccidendo anche diversi alti ufficiali dell'esercito. L'aumento delle violenze ha spinto il presidente nigeriano Bola Tinubu a dichiarare lo stato di emergenza nazionale e Trump a minacciare un intervento militare americano.
La cooperazione militare tra Washington e Abuja si è intensificata dopo che gli Stati Uniti hanno accusato le autorità nigeriane di non fare abbastanza per proteggere i gruppi vulnerabili dai militanti islamisti, parlando di un "genocidio cristiano" nel paese. La Nigeria ha sempre respinto questa accusa, sostenendo che la violenza è complessa e colpisce tutte le comunità. Le organizzazioni che monitorano la violenza politica nel paese affermano che la maggior parte delle vittime dei gruppi jihadisti è musulmana, perché questi operano soprattutto nel nord, dove la popolazione è in maggioranza musulmana.
