Gli Stati Uniti bombardano l'Iran in risposta all'attacco a una nave nello stretto di Hormuz

Washington ha colpito depositi di missili e droni e siti radar iraniani dopo l'attacco con un drone a una nave cargo, mettendo a rischio la tregua firmata una settimana fa.

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Gli Stati Uniti bombardano l'Iran in risposta all'attacco a una nave nello stretto di Hormuz
U.S. Central Command Public Affairs

Gli Stati Uniti hanno bombardato l'Iran venerdì per rappresaglia, poche ore dopo che il presidente Donald Trump aveva definito una "sciocca violazione" della tregua l'attacco iraniano a una nave cargo nello stretto di Hormuz, avvenuto il giorno prima.

Il comando militare americano per il Medio Oriente, il Central Command, ha fatto sapere di aver colpito depositi di missili e droni e siti radar lungo la costa iraniana, come "risposta potente" all'attacco di giovedì. Secondo funzionari statunitensi i raid sono durati circa 90 minuti e hanno coinvolto caccia americani contro quattro siti iraniani vicino allo stretto e sull'isola di Qeshm. I media statali di Teheran hanno riferito che a Sirik, un porto affacciato su Hormuz dove ha sede una base navale dei Guardiani della rivoluzione, una torre delle telecomunicazioni è stata raggiunta da alcuni colpi.

All'origine dell'attacco c'è quanto accaduto giovedì. Secondo Trump l'Iran ha lanciato almeno quattro droni kamikaze contro navi in transito nello stretto: uno ha colpito il ponte superiore della Ever Lovely, una nave portacontainer battente bandiera di Singapore che stava uscendo dallo stretto costeggiando l'Oman, mentre gli altri tre sono stati abbattuti dalle forze americane. La nave, pur danneggiata, ha potuto proseguire la rotta e non ci sono stati feriti.

È il primo attacco iraniano noto contro una nave commerciale da quando, una settimana fa, Teheran e Washington hanno firmato un accordo preliminare di pace. Il memorandum d'intesa prevede una tregua di 60 giorni, lo stop reciproco agli attacchi, la rimozione dei blocchi nello stretto e l'avvio di due mesi di negoziati sul programma nucleare iraniano.

Trump aveva minacciato di riprendere la guerra in caso di violazioni. "Non mi piace il fatto che abbiano sparato", ha detto ai giornalisti nello Studio Ovale poco prima dei raid. "Non dovrebbero farlo." Il vicepresidente JD Vance ha scritto sui social che gli Stati Uniti hanno "onorato" la tregua e che, in caso di disaccordi sull'applicazione dell'intesa, gli iraniani possono "alzare il telefono", ma che "alla violenza si risponderà con la violenza".

I Guardiani della rivoluzione, il corpo paramilitare che secondo i funzionari americani ha condotto l'attacco alla nave, hanno accusato gli Stati Uniti di aver violato la tregua e hanno avvertito che, se l'aggressione "si ripeterà, la nostra risposta sarà più estesa". Le forze di sicurezza iraniane hanno sostenuto di aver colpito a loro volta postazioni dell'esercito statunitense nella regione, senza che ci sia stata conferma da parte americana. Un alto funzionario degli Stati Uniti ha assicurato che la tregua regge e che i raid sono stati soltanto una rappresaglia per l'attacco alla nave. Ebrahim Azizi, deputato conservatore a capo della commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento, ha parlato di "sconsiderata violazione" e ha avvertito che gli attacchi porteranno gli americani a "ritirata e rimpianto".

Il nodo politico resta il controllo dello stretto, uno dei passaggi più importanti al mondo per il trasporto di petrolio e gas. L'Iran rivendica un ruolo centrale nella gestione del traffico marittimo e sostiene che lo stretto ricade nelle acque iraniane e omanite. Molte navi, come la Ever Lovely, stavano usando una rotta meridionale sostenuta dagli Stati Uniti, che costeggia l'Oman, ma Teheran ha avvertito che l'unico passaggio consentito è attraverso le sue acque. Secondo comunicazioni radio esaminate dal Wall Street Journal, un ufficiale della marina dei Guardiani della rivoluzione ha ordinato giovedì a un capitano: "Tornate indietro e andate a nord dell'isola di Larak. Siete nel raggio del mio missile". Il comandante ha poi accettato di cambiare rotta.

Il vicemininistro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha scritto che il passaggio sicuro non è "garantito da accordi vaghi, sistemi di rotte parallele o processi decisionali che escludono l'Iran come Stato costiero". L'intesa firmata una settimana fa si limita a dire che l'Iran si impegna a fare "del suo meglio" per il transito sicuro delle navi commerciali, una formula generica che lascia spazio a interpretazioni opposte.

L'attacco ha già frenato il ritorno del traffico. Il numero di navi in transito è sceso a 54 giovedì, dalle 70 del giorno prima, e venerdì a metà giornata se ne contavano una quindicina. Diverse petroliere hanno invertito la rotta dopo l'avvertimento iraniano, e una metaniera che doveva caricare in Qatar è tornata indietro verso il Golfo dell'Oman. L'Organizzazione marittima internazionale, l'agenzia delle Nazioni Unite che coordina il trasporto navale, ha sospeso l'operazione avviata per far uscire dal Golfo Persico le circa 500 navi rimaste bloccate da quando, a fine febbraio, è iniziata la guerra tra Stati Uniti e Iran. Continuano a passare soprattutto le navi battenti bandiera di paesi vicini a Teheran.

Sullo sfondo c'è anche la disputa sui pedaggi. L'Iran ha discusso con l'Oman l'ipotesi di far pagare alle navi una tassa di servizio, una proposta che ha irritato Trump, secondo cui non ci saranno pedaggi a meno che non siano imposti dagli Stati Uniti. L'attacco di giovedì è arrivato poco dopo la partenza dal Golfo del segretario di Stato Marco Rubio, che aveva incontrato i ministri degli Esteri del Consiglio di cooperazione del Golfo, l'organizzazione che riunisce le monarchie della regione. Nella dichiarazione congiunta, Stati Uniti e paesi del Golfo hanno chiesto una navigazione "libera, incondizionata e senza restrizioni" e respinto pedaggi e tasse. Il ministero degli Esteri iraniano ha bollato quel documento come "interventista, irresponsabile e provocatorio".

Nonostante la tensione, i prezzi del petrolio hanno continuato a scendere venerdì. I negoziati sul nucleare restano in alto mare. L'accordo finale dovrebbe definire, sotto la supervisione dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, la sorte di oltre 400 chili di uranio altamente arricchito sepolto sotto i siti bombardati lo scorso anno dagli Stati Uniti e da Israele. Teheran sostiene di avere diritto a un arricchimento di basso livello per uso civile, mentre Trump e altri esponenti dell'amministrazione affermano che l'Iran non potrà arricchire nulla. Il direttore generale dell'Agenzia, Rafael Grossi, ha detto che le conversazioni con l'Iran sono appena iniziate, che nessuna ispezione è ancora partita e che l'attuazione richiederà più di 60 giorni.

Lo stesso giorno Rubio ha annunciato un passo avanti su un altro fronte, con un accordo tra Stati Uniti, Israele e Libano per il ritiro israeliano da due aree del Libano meridionale. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu lo ha definito un "grande risultato" che consentirà a Israele di mantenere gran parte dell'occupazione del Libano, mentre Hezbollah, sostenuto dall'Iran, lo ha denunciato come una capitolazione libanese. Israele ha mostrato apertamente la sua contrarietà al memorandum con l'Iran.

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