Gli americani non sono convinti che l'accordo con l'Iran funzionerà
I primi tre sondaggi dopo la firma del Memorandum d'intesa mostrano un consenso ampio e trasversale, ma molti pensano che l'intesa convenga più a Teheran che a Washington e temono che salti.
La maggioranza degli americani approva l'accordo annunciato tra Stati Uniti e Iran, lo considera un bene per il paese e soprattutto per l'economia, ma non è affatto sicura che servirà a chiudere davvero il conflitto. È quanto emerge dai primi tre sondaggi realizzati dopo la firma del Memorandum d'intesa tra i due paesi.
Il Memorandum è stato annunciato lunedì 15 giugno e fissa i termini di un possibile accordo di pace, aprendo una fase di negoziati di sessanta giorni per arrivare all'intesa definitiva. Tra i repubblicani al Congresso le reazioni sono state contrastanti, con alcuni che hanno espresso preoccupazione per punti chiave come la possibilità per l'Iran di accedere a 300 miliardi di dollari di fondi per la ricostruzione e il destino a lungo termine delle milizie alleate di Teheran.
Il primo sondaggio, condotto da RMG Research per la Napolitan News Service a partire dallo stesso 15 giugno e per due giorni, registra un certo ottimismo. Il 58 per cento degli elettori ritiene che l'accordo per porre fine alla guerra sarà un bene per gli Stati Uniti, contro il 20 per cento che lo giudica un male e il 21 per cento che non sa rispondere. La fiducia cresce sugli effetti economici: il 67 per cento pensa che l'intesa farà bene all'economia, solo il 18 per cento la ritiene dannosa e il 16 per cento è incerto.
Gli elettori sono però divisi sulla reale efficacia dell'accordo. Dopo aver spiegato che Stati Uniti e Iran avevano annunciato un'intesa per porre fine alla guerra, pur con alcuni dettagli ancora da definire nei sessanta giorni successivi, il sondaggio ha chiesto quanto fosse probabile che il conflitto finisse a breve. Solo il 13 per cento lo ha giudicato molto probabile e il 34 per cento abbastanza probabile, mentre il 32 per cento lo ritiene poco probabile e il 9 per cento per niente probabile. In totale, il 47 per cento crede che la guerra possa finire presto e il 41 per cento è convinto del contrario. Pur ritenendo che l'accordo gioverà al paese e all'economia, gli elettori non sembrano insomma certi che le cose andranno a buon fine durante la trattativa.
Il secondo sondaggio, di Quantus Insights, è stato realizzato nei due giorni successivi all'annuncio. Agli intervistati è stato spiegato che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un'intesa preliminare per fermare le ostilità, riaprire il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, una rotta cruciale per il petrolio mondiale, e avviare sessanta giorni di colloqui sul programma nucleare iraniano e sulle sanzioni. Alla domanda se approvassero l'accordo, il 56 per cento si è detto favorevole e solo il 13 per cento contrario, mentre il 16 per cento non lo approva né lo disapprova e il 15 per cento è incerto.
Il consenso è trasversale agli schieramenti. Tra gli elettori democratici solo il 10 per cento approva il modo in cui Trump sta svolgendo il suo lavoro da presidente, eppure il 48 per cento approva il Memorandum e appena il 16 per cento lo respinge. Tra i repubblicani l'approvazione sale al 66 per cento e tra gli indipendenti al 55 per cento.
Secondo un'analisi di FiftyPlusOne, però, il modo in cui era formulata la domanda potrebbe aver gonfiato un po' il consenso. Il quesito metteva l'accento su due risultati immediati, la fine delle ostilità e la riapertura dello Stretto di Hormuz, senza citare gli aspetti più controversi dell'intesa, come il fondo per la ricostruzione. Sono elementi ancora da negoziare, ma la loro assenza dalla domanda può aver fatto apparire la situazione un po' più rosea di quanto sia.
Il 74 per cento degli elettori vuole che la rinuncia dell'Iran al suo materiale nucleare diventi una condizione dell'accordo, una richiesta che però rischia di rivelarsi impossibile da soddisfare. Agli intervistati era stato spiegato che, come parte dell'intesa, gli Stati Uniti potrebbero spingere Teheran a cedere, rimuovere o distruggere le sue scorte di uranio altamente arricchito: il 63 per cento si è detto fortemente d'accordo nel renderlo una condizione e un altro 11 per cento abbastanza d'accordo.
Nel luglio 2025 gli Stati Uniti avevano bombardato i siti nucleari iraniani, seppellendo l'uranio arricchito in profondità nel sottosuolo. Secondo gli esperti, rimuovere quel materiale sarebbe estremamente difficile. Il Memorandum non chiede necessariamente di eliminarlo, ma prevede che venga smaltito attraverso una diluizione sul posto, un'operazione che a sua volta richiederebbe una complicata e rischiosa estrazione. Se quasi tre quarti dell'opinione pubblica pretende che la rinuncia al nucleare sia una condizione dell'accordo finale, molti rischiano di restare delusi.
Il terzo e ultimo sondaggio, condotto da YouGov il 18 giugno, ha chiesto agli americani se, qualora l'accordo definitivo previsto dal Memorandum venisse firmato, gli Stati Uniti o l'Iran si troverebbero in condizioni migliori rispetto a prima del conflitto. In entrambi i casi una leggera maggioranza relativa pensa che i due paesi staranno meglio: lo dice il 31 per cento a proposito dell'America e il 36 per cento a proposito dell'Iran.
Gli americani ritengono però che l'intesa convenga un po' più all'Iran che agli Stati Uniti. Cinque punti percentuali in più pensano che a starci meglio sarà Teheran rispetto a quanti lo credono per l'America. E di nove punti è più alta la quota di chi è convinto che gli Stati Uniti ne usciranno peggio rispetto a chi lo dice dell'Iran.
Anche qui la divisione politica è netta. Solo il 12 per cento degli elettori democratici pensa che l'America ne uscirà migliore, mentre il 45 per cento teme il contrario. Anche gli indipendenti pendono verso il pessimismo: il 24 per cento vede un beneficio per gli Stati Uniti e il 31 per cento un danno. Tra i repubblicani prevale invece l'ottimismo, con il 58 per cento convinto che l'accordo migliorerà la condizione del paese e solo il 6 per cento di parere opposto.
Nel complesso, gli americani approvano la firma dell'accordo, ne apprezzano alcuni termini e si aspettano ricadute positive sull'economia. Allo stesso tempo chiedono con forza che l'Iran rinunci al suo materiale nucleare o lo distrugga, un obiettivo che potrebbe rivelarsi irrealizzabile, ritengono di stretta misura che a guadagnarci sia più Teheran che Washington e restano poco convinti che l'intesa funzioni davvero.