Per gli americani le élite non sono i professori universitari, i giornalisti o i dipendenti pubblici. La grande maggioranza degli elettori identifica invece con questo termine i miliardari e le celebrità, ai quali una parte consistente aggiunge i politici eletti e i dirigenti d'azienda. È il principale risultato di un sondaggio pubblicato dalla rivista The Argument, condotto su 3.000 elettori registrati tra il 20 e il 26 luglio, con un margine di errore di 2 punti percentuali.
Il dato contraddice la definizione di élite prevalente nella destra americana. Christopher Rufo, intellettuale conservatore del Manhattan Institute, e i sostenitori del DOGE, il Dipartimento per l'Efficienza Governativa voluto dall'amministrazione Trump, descrivono da anni le élite come una ristretta minoranza capace di esercitare la propria influenza sulle istituzioni che producono e diffondono conoscenza: scuole, università, chiese e mezzi d'informazione. Patrick Deneen, uno degli autori di riferimento della destra postliberale, le ha definite la "laptop class", la classe del computer portatile. Gli elettori, però, non sembrano condividere questa lettura: soltanto una piccola minoranza considera parte dell'élite gli accademici, i giornalisti o i professionisti con una laurea specialistica.
L'élite come contrario dell'americano medio
Gli intervistati ritengono inoltre che le élite, comunque le si definisca, non condividano i loro valori. Il sondaggio registra un ampio sostegno al libero scambio, all'aumento dei finanziamenti per le scuole pubbliche e a una forma di sanità universale garantita dallo Stato. Su questi temi gli elettori pensano di essere in sintonia con la maggioranza degli americani, ma attribuiscono alle élite posizioni molto più ostili. Una distanza analoga emerge sulle questioni sociali: la maggior parte degli intervistati respinge l'idea che debba essere soltanto l'uomo a mantenere la famiglia e considera uomini e donne ugualmente adatti a ricoprire ruoli di comando, ma immagina che le élite la pensino diversamente.
La collocazione ideologica attribuita alle élite è tuttavia contraddittoria. Sulla proprietà pubblica delle imprese, che la maggioranza degli elettori respinge, una quota consistente degli intervistati considera le élite molto più favorevoli e dunque più a sinistra. Sull'aumento dei fondi alle scuole pubbliche, sostenuto dagli elettori, una pluralità le ritiene invece contrarie e quindi più a destra. Secondo Lakshya Jain, autore dell'analisi, la spiegazione più coerente è che gli americani tendano ad attribuire alle élite tutte le posizioni che ritengono impopolari: nell'immaginario degli elettori, essere parte dell'élite significa soprattutto essere l'opposto dell'americano medio.
Per gli americani le élite sono i miliardari, non i professori
Un sondaggio di The Argument su 3.000 elettori registrati smentisce la destra intellettuale: l’élite non è la «classe del laptop», ma chi ha soldi, fama e potere. Un identikit che somiglia molto al presidente.
Più di 3 americani su 4 considerano i miliardari parte dell’élite
Gerarchia qualitativa secondo l’analisi di The Argument: quota di elettori che include ogni categoria nell’élite.
Su commercio, scuole e sanità gli elettori si sentono in maggioranza — e immaginano le élite all’opposto. Tocca un tema per il dettaglio.
Nell’immaginario degli elettori, essere parte dell’élite significa essere l’opposto dell’americano medio.
La lettura di Lakshya Jain, autore dell’analisi di The Argument
degli elettori disapprova l’operato di Trump
Fiducia maggiore nei Democratici su tutti i temi testati tranne la criminalità, incluse economia e sanità, le due questioni più importanti per gli elettori.
Il DNC è indebitato e dispone di oltre 100 milioni di dollari in meno; diversi parlamentari uscenti hanno perso le primarie.
Il vantaggio dei Democratici e il problema fondi
Questa percezione offre uno spazio politico ai Democratici, che nel 2026 hanno trasformato i miliardari nel bersaglio principale di spot e comizi e intendono costruire la campagna per le elezioni di metà mandato di novembre anche sui guadagni personali del presidente. Per i Repubblicani il problema è speculare: il loro leader è contemporaneamente un miliardario, una celebrità e un dirigente d'azienda che trae profitto dalla presidenza, cioè l'incarnazione stessa dell'élite descritta dagli elettori. Il 60% degli intervistati disapprova l'operato di Trump e quasi la metà lo disapprova "fortemente".
Il sondaggio contiene anche indicazioni elettorali favorevoli ai Democratici. Il partito registra il più ampio vantaggio di popolarità mai misurato nelle rilevazioni della rivista. Gli elettori si fidano più dei Democratici che dei Repubblicani su tutti i temi esaminati, con la sola eccezione della criminalità. Il vantaggio comprende anche l'economia e la sanità, considerate le due questioni più importanti. Nel "generic ballot", la domanda che misura le intenzioni di voto per il Congresso, i Democratici sono avanti di 8 punti; il margine sale a 10 tra gli elettori sicuri di partecipare alle elezioni di novembre.
I numeri arrivano però in una fase difficile per il partito, che ha visto diversi parlamentari uscenti perdere le primarie e deve affrontare una grave crisi finanziaria: il Comitato nazionale democratico è indebitato e dispone di oltre 100 milioni di dollari in meno rispetto a quello repubblicano. Secondo Jain, il quadro politico resta comunque il più favorevole ai Democratici degli ultimi vent'anni. Gli americani continuano a non amare particolarmente il partito, ma sono ancora più arrabbiati con i Repubblicani, ai quali attribuiscono la responsabilità del caro vita e della guerra impopolare contro l'Iran.
