Come Trump ha smantellato i programmi anti AIDS

Nel 2019 il presidente lanciò un piano per azzerare i contagi da HIV entro il 2030. Nel secondo mandato ha tagliato i fondi e smantellato gli uffici che dovevano attuarlo.

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Come Trump ha smantellato i programmi anti AIDS
Official White House Photo by Erin Scott

Nel 2019 il presidente Donald Trump promise di sconfiggere l'AIDS negli Stati Uniti entro il 2030 e ottenne una rara ovazione bipartisan al Congresso. Sette anni dopo, nel suo secondo mandato, ha smantellato gran parte dei programmi che dovevano realizzare quella promessa.

L'annuncio arrivò durante il discorso sullo stato dell'Unione, il messaggio che ogni anno il presidente americano rivolge al Congresso. "Insieme sconfiggeremo l'AIDS in America", disse dal podio, davanti a un pubblico televisivo di decine di milioni di persone. Il piano puntava a porre fine all'epidemia di HIV, il virus che causa l'AIDS, entro il 2030.

Gli Stati Uniti avrebbero dovuto ridurre i nuovi casi di HIV a 9.300 o meno entro il 2025. I dati di quell'anno non sono ancora disponibili, ma l'ultimo conteggio federale, relativo al 2024, ha registrato un valore più di quattro volte superiore a quell'obiettivo: quasi 39.000 nuovi contagi.

Dal suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025, Trump ha tagliato i fondi per la prevenzione dell'HIV, smantellato uffici governativi e sciolto i comitati che si occupavano di politiche contro il virus. Ha lasciato senza sostegno gli Stati alle prese con i focolai dell'infezione e, per la prima volta da decenni, non ha celebrato la Giornata mondiale contro l'AIDS. Nei primi due bilanci del secondo mandato ha proposto di eliminare i finanziamenti per diversi programmi. Alcune di queste decisioni sono state poi annullate dal Congresso o dai tribunali federali, ma nel complesso hanno messo a rischio l'iniziativa che lui stesso aveva voluto.

Una ricostruzione di Politico, basata su diciannove interviste a funzionari attuali ed ex dell'amministrazione, dipendenti federali della sanità e attivisti, ha messo in fila i dettagli di questa parabola. "È giusto dire che non siamo sulla buona strada", ha detto Harold Phillips, direttore operativo dell'iniziativa contro l'HIV durante il primo mandato di Trump. Invece di lanciare l'allarme, ha aggiunto, l'amministrazione ha scelto "il silenzio totale".

La prima amministrazione Trump aveva fatto della lotta all'HIV una priorità soprattutto perché molti dei suoi vertici sanitari avevano vissuto in prima persona l'arrivo dell'AIDS negli anni Ottanta, quando la malattia uccise più di 120.000 persone solo fino al 1990. Robert Redfield, allora direttore dei Centers for Disease Control and Prevention (i CDC, l'agenzia federale per il controllo delle malattie), lavorava su HIV e AIDS dai tempi in cui era medico nell'esercito. Anthony Fauci, che sarebbe poi diventato il principale consigliere medico di Trump durante la pandemia di Covid, aveva avuto un ruolo chiave nella creazione del PEPFAR, il programma internazionale contro l'AIDS che ha salvato decine di milioni di vite.

A convincere quei funzionari erano stati i progressi del Regno Unito, che si era posto lo stesso obiettivo per il 2030 e nel 2019 annunciò di aver ridotto i nuovi contagi di quasi un terzo tra il 2015 e il 2019, il livello più basso da decenni. Negli Stati Uniti i progressi si erano arenati, ma nuove prove indicavano che fermare l'epidemia era ormai possibile: le nuove forme di PrEP, il farmaco che previene il contagio, si erano rivelate molto efficaci e nuove tecnologie permettevano di fare il test a casa in modo riservato. I funzionari individuarono i 48 codici postali, più Porto Rico e Washington, dove i contagi erano più diffusi. Poi prepararono un piano per concentrarvi le risorse.

Alex Azar, allora ministro della Salute, diede subito il via libera alla strategia e ragionò con gli altri su come ottenere l'approvazione del presidente. Per convincerlo prepararono una presentazione costruita su misura. Una delle diapositive mostrate alla Casa Bianca ritraeva un Trump sorridente con la didascalia "il presidente della sanità pubblica", capace di rendere accessibili le cure, risolvere l'epidemia di oppioidi e "porre fine all'AIDS in America".

Quando presentarono il piano nello Studio Ovale, Brett Giroir, allora vice ministro della Salute, fu esplicito sulla necessità di concentrarsi sulle comunità più colpite, anche se non era politicamente vantaggioso per il Partito repubblicano. "Fui piuttosto esplicito sul fatto che questo programma si sarebbe concentrato dove c'è la malattia, e cioè sugli uomini gay neri del Sud e sulle donne transgender", ha raccontato. "Non sono di sicuro i vostri elettori, ma è lì che c'è il problema". Trump, secondo Giroir, non solo non si scompose, ma apparve entusiasta.

Mentre la Casa Bianca valutava la proposta, un ex funzionario ha riferito che Trump ricordò quanto fosse stata "devastante" l'epidemia di HIV per New York negli anni in cui costruiva la sua fortuna immobiliare. Pur senza nominarlo, era evidente che il presidente fosse rimasto segnato dalla morte del suo mentore Roy Cohn, scomparso per complicazioni legate all'AIDS.

Su sollecitazione dei suoi consiglieri, Trump decise pochi giorni prima del discorso del 2019 di inserire la proposta sull'HIV, e la mantenne fino all'ultimo, mentre lo staff tagliava altre parti del testo. Redfield era così ottimista da immaginare di eliminare una malattia dopo l'altra, a partire dall'HIV per poi passare all'epatite C.

Pochi mesi dopo i primi stanziamenti, però, un altro virus stravolse tutto. Durante la prima ondata di Covid migliaia di cliniche per la salute sessuale chiusero i servizi in presenza, le attività di prevenzione nelle aree a più alta trasmissione si fermarono e gli specialisti che seguivano l'HIV furono spostati a tracciare i contagi da coronavirus.

Nel 2021 il bilancio era chiaro: 1,2 milioni di persone negli Stati Uniti erano infette dal virus, una su otto non sapeva di esserlo e solo il 58 per cento assumeva farmaci adeguati a tenere sotto controllo la carica virale ed evitare di trasmettere l'infezione.

Il Covid ebbe un altro effetto duraturo sull'HIV: rese molti conservatori ostili ai CDC e, più in generale, alla sanità pubblica. I repubblicani attaccarono l'agenzia per tutta la pandemia e Fauci diventò uno dei loro bersagli preferiti. Nel frattempo il movimento Make America Healthy Again di Robert F. Kennedy Jr. allargava il consenso del partito prendendosela con l'establishment sanitario.

Kennedy, che aveva definito i CDC "un pozzo di corruzione" e aveva scritto un libro contro Fauci, è stato messo a capo del dipartimento della Salute nel 2025. Gli esperti di sanità pubblica si allarmarono soprattutto perché nel suo libro Kennedy aveva messo in dubbio il consenso scientifico secondo cui è l'HIV a causare l'AIDS.

"Nella prima amministrazione Trump c'erano persone che capivano la sanità pubblica, esperti medici e scientifici che aiutavano il presidente a prendere decisioni basate sui dati", ha detto Phillips. "Ora quelle persone non ci sono più".

Dopo che i conservatori hanno preso il controllo del Congresso e dell'esecutivo nel 2025, il primo progetto di bilancio dei repubblicani alla Camera proponeva di eliminare tutti i programmi federali di prevenzione dell'HIV, compresa l'iniziativa voluta da Trump. La versione poi diventata legge ha annullato molti di quei tagli, ma i leader repubblicani li hanno riproposti nel 2026.

"Nelle conversazioni con i parlamentari che decidono i fondi, spesso non si parlava nemmeno di HIV o dei programmi specifici che venivano tagliati, ma solo del fatto che i CDC andavano ridimensionati", ha dichiarato Jeremiah Johnson, direttore esecutivo di PrEP4All, un'organizzazione che chiede politiche per rendere più accessibili i farmaci a chi rischia di contrarre il virus.

La proposta di bilancio della Casa Bianca per il 2027 ridurrebbe i fondi per la prevenzione dell'HIV da poco più di un miliardo di dollari a circa 220 milioni. E mentre un'indagine nazionale tra i medici ha rilevato che la mancanza di una casa è la prima ragione per cui i pazienti non riescono a seguire le cure, il bilancio di Trump ha eliminato il programma di sostegno abitativo per le persone con AIDS, che oggi aiuta 100.000 nuclei familiari.

Il portavoce della Casa Bianca Kush Desai ha difeso i tagli a quello che ha definito un "apparato di sanità pubblica pieno di sprechi e incapace di produrre risultati", aggiungendo che l'amministrazione "resta impegnata a combattere l'epidemia di HIV in America".

Le proposte di bilancio del 2025 e del 2026 prevedevano comunque di mantenere i fondi per l'iniziativa contro l'HIV, e nell'autunno 2025 Trump ha rinnovato l'incarico del consiglio consultivo presidenziale su HIV e AIDS. Jay Bhattacharya, a capo dei National Institutes of Health (gli istituti nazionali per la sanità) e per un periodo anche dei CDC, ha detto che combattere l'HIV è una delle sue priorità.

Allo stesso tempo Trump ha tentato di dimezzare il bilancio dei CDC e di licenziare decine di migliaia di dipendenti federali della sanità, cancellando interi team che lavoravano sull'HIV. La maggior parte di quei provvedimenti è stata bloccata mesi dopo da un tribunale federale, ma i dipendenti dell'ufficio che si occupava di comunicazione sulla prevenzione restano in congedo: vengono pagati ma non possono lavorare. Secondo i loro colleghi, questo ha compromesso la capacità dell'agenzia di coordinarsi con gli Stati, aggiornare i siti federali e informare i cittadini su come proteggersi.

Il presidente ha inoltre lasciato scadere la strategia nazionale contro l'HIV e ha cercato di togliere milioni di dollari ai dipartimenti sanitari di quattro Stati a guida democratica, California, Colorado, Illinois e Minnesota, sostenendo che i loro programmi erano "in contrasto con le priorità dell'agenzia" e pieni di frodi. Un suo ordine esecutivo che vieta i fondi federali al Sudafrica ha bloccato ricerche importanti sull'HIV che gli scienziati statunitensi stavano seguendo in quel paese. Il consiglio consultivo, pur esistendo ancora sulla carta, non viene convocato da più di un anno.

Tre ordini esecutivi firmati nel 2025, solo in apparenza estranei all'HIV, hanno avuto un peso. Il primo ha vietato i programmi federali per la diversità, l'equità e l'inclusione. Il secondo ha proibito i fondi per la cosiddetta "ideologia di genere", compreso il sostegno alle persone transgender. Il terzo, dedicato ai senzatetto, ha posto fine ai finanziamenti per la riduzione del danno, cioè le politiche che limitano i rischi del consumo di droghe, come i servizi di scambio delle siringhe.

"Per me un programma per la diversità, l'equità e l'inclusione è qualcosa che non funziona: è più ideologico, più orientato a far sentire bene le persone che a raggiungere un vero obiettivo sanitario", ha detto Bhattacharya. Il governo, ha aggiunto, dovrebbe finanziare solo studi e programmi che tengono conto "delle realtà biologiche".

Tra gli studi cancellati in nome di quelle norme, un funzionario dei National Institutes of Health ne ha citato uno sulla gonorrea resistente agli antibiotici tra gli uomini che fanno sesso con altri uomini in Vietnam, fermato perché ritenuto legato all'ideologia di genere.

L'amministrazione ha rimosso dai siti federali molte risorse sull'HIV, comprese le indicazioni per l'assistenza alle persone gay, transgender e delle minoranze etniche. Un giudice federale ha ordinato di ripristinarle dopo la causa dei medici che le utilizzano, ma una volta rimesse online le pagine sono state accompagnate da una nota che definiva i contenuti "estremamente inaccurati e lontani dalla verità". In un periodo di sfiducia verso la medicina, gli esperti temono che quella nota alimenti la confusione e allontani le persone dalle cure corrette.

"Non si può parlare di disuguaglianze nella salute senza parlare di etnia e, in alcuni casi, di orientamento sessuale", ha detto Jeanne Marrazzo, ex direttrice del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, l'istituto sulle malattie infettive un tempo guidato da Fauci, licenziata nel 2025. "Si torna alla cultura della colpevolizzazione della vittima dei primi anni dell'HIV".

Dopo che la Corte Suprema ha avallato la linea dell'amministrazione contro i programmi per la diversità, i piani per un laboratorio all'avanguardia in una storica facoltà di medicina per studenti neri del Tennessee, pensato per studiare la diffusione dell'HIV tra le minoranze, sono stati congelati. I tagli hanno rallentato di quasi un anno anche la costruzione di un laboratorio in uno dei quartieri più poveri di Washington, che un tempo aveva uno dei tassi di contagio più alti del paese.

Gli esperti avvertono che la retorica dell'amministrazione su persone transgender e immigrati sta già scoraggiando chi avrebbe bisogno di assistenza, lasciando che i contagi si diffondano. "Un immigrato senza documenti, o anche uno con i documenti in regola, vista l'ostilità di questo periodo, può non sentirsi a suo agio nell'andare a fare un test o a curarsi", ha detto Mike Weir, responsabile delle politiche dell'associazione nazionale dei direttori statali contro l'AIDS. I dati mostrano che proprio tra gli uomini gay ispanici i contagi sono in aumento.

Molti temono che le modifiche in arrivo a Medicaid, il programma pubblico che assicura le persone a basso reddito, e la scelta del Congresso di lasciar scadere i sussidi della riforma sanitaria di Obama lascino senza copertura più americani, comprese migliaia di persone con HIV. Più di una decina di Stati hanno già tagliato i servizi per decine di migliaia di persone che convivono con il virus, citando il costo crescente dei farmaci e i fondi federali fermi per programmi come il Ryan White, che fornisce medicine gratuite a chi ha redditi bassi.

Bhattacharya resta fiducioso che lo sviluppo del Lenacapavir, un farmaco preventivo da iniettare due volte l'anno, possa invertire la tendenza. "Quando sono arrivate queste nuove tecnologie la mia speranza è schizzata in alto", ha detto. Eppure non esistono nuovi programmi per portare il farmaco, che senza assicurazione può costare più di 25.000 dollari l'anno, a chi ne ha più bisogno. E per riceverlo serve l'accesso a un ambulatorio che a molti oggi manca.

Jonathan Mermin, che ha diretto per decenni il centro dei CDC su HIV ed epatiti e oggi è preside della scuola di sanità pubblica della Columbia University, ha avvertito che le innovazioni mediche non bastano se il governo non finanzia i programmi che le portano a chi ne ha bisogno. "I sogni di sanità pubblica senza risorse sono fantasie", ha detto. Il ritmo attuale di riduzione dei contagi, ha aggiunto, è troppo lento per azzerare le nuove infezioni entro il 2030.

Molti degli ex funzionari, degli scienziati e dei responsabili delle associazioni che hanno parlato con Politico condividono l'ottimismo di Bhattacharya sul farmaco, ma non l'idea che basti a tagliare il traguardo entro il 2030. Eliminare la trasmissione del virus, dicono, richiede anche di annullare i tagli decisi finora e di rimettere la questione tra le priorità del governo.

"Mi piacerebbe sedermi con lui adesso e dirgli: signor presidente, si ricorda quell'iniziativa che ha avviato? Finiamola", ha detto Redfield.

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