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Come leggere le midterm del 2026
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Come leggere le midterm del 2026

Un voto contro Trump più che per i democratici, con conseguenze lunghe: il Senato, le nomine dei giudici, i collegi da ridisegnare dopo il 2030 e la corsa per il dopo Trump.

Le midterm di martedì sono state prima di tutto un voto contro Donald Trump. I democratici sono andati a votare come in un anno di elezioni presidenziali, i repubblicani molto meno. Quasi tutti i candidati che si erano legati al presidente hanno perso. Nei prossimi giorni arriveranno analisi e sondaggi più dettagliati, ma alcune cose si possono già dire: su cosa ha deciso il voto, su cosa non dice e sulle conseguenze che avrà, che potrebbero durare ben oltre i due anni che restano a Trump alla Casa Bianca.

Trump è un presidente molto impopolare da tempo. Da giugno 2025 il suo tasso di approvazione è negativo su tutti i temi, compresa l'immigrazione, che era il suo punto di forza. Era partito con politiche che una parte ampia degli elettori condivideva, ma il modo in cui le ha portate avanti, dai raid violentissimi dell'ICE ai dazi imposti a chiunque fino alla guerra in Iran, gli ha messo contro gli elettori proprio su quei temi. È un errore che hanno fatto anche altri presidenti. Molti, Barack Obama e Joe Biden compresi, una volta eletti si sono convinti di avere un ampio mandato popolare e hanno provato a cambiare il paese in profondità. La maggioranza degli elettori però non vuole grandi cambiamenti: pensa di volerli, ma quando arrivano li respinge. Successe a Obama con l'Obamacare, che oggi è popolare ma allora gli costò la Camera. Successe a Biden, che sull'onda della vittoria del 2020 approvò grandi aumenti della spesa pubblica che contribuirono all'inflazione e non fece nulla per frenare l'immigrazione. Stavolta è toccato a Trump.

Il segnale più chiaro viene dagli elettori ispanici, che nel 2024 erano stati decisivi per la vittoria di Trump. Secondo il New York Times le contee a maggioranza ispanica si sono spostate di oltre 22 punti verso i democratici rispetto alle presidenziali, più di qualsiasi altro gruppo, e in alcune contee del Texas al confine con il Messico lo spostamento ha superato i 60 punti. È la prova che si tratta di un elettorato mobile, che reagisce a quello che succede. Trump si è messo contro le comunità ispaniche e loro hanno cambiato voto.

Quello che è successo martedì ha dimensioni storiche, ma non era imprevedibile. Da mesi i sondaggi davano i democratici avanti e il nostro modello, nell'ultimo aggiornamento, dava loro 98 possibilità su 100 di conquistare la Camera e 80 su 100 per il Senato. Nelle ultime settimane il voto anticipato mostrava un forte divario di entusiasmo tra le contee repubblicane e quelle democratiche. Le sorprese ci sono state e la vittoria è stata più ampia del previsto, segno che stavolta i sondaggi hanno sottostimato i democratici. Come abbiamo scritto più volte, però, la direzione dell'errore dei sondaggi non si può prevedere. Correggerli ogni volta in base all'errore dell'elezione precedente rischia di portare fuori strada.

È importante anche capire cosa il voto non dice. Non è un mandato in bianco ai democratici, perché non c'era un solo candidato ma tanti, con proposte molto diverse. In Iowa, Kansas e Texas il partito ha candidato dei moderati, o persone che si sono spostate al centro rispetto al passato. In Georgia Jon Ossoff ha puntato soprattutto sulla corruzione. In North Carolina e South Carolina hanno vinto altri candidati moderati. In Maine Troy Jackson ha fatto la strada opposta, spostandosi su posizioni più progressiste, e in Michigan e Minnesota hanno vinto due candidati di sinistra. Profili diversi, che rispondevano a esigenze diverse, votati però soprattutto per respingere Trump e il suo estremismo.

I primi numeri suggeriscono che al Senato i candidati moderati siano andati mediamente meglio. Rispetto alle presidenziali del 2024 James Talarico ha guadagnato quasi 26 punti in Texas, Roy Cooper 23 in North Carolina, Annie Andrews 22 in South Carolina, Adam Hamilton 21 in Kansas. I candidati più progressisti si sono spostati molto meno: Abdul El-Sayed 8 punti in Michigan, Peggy Flanagan 6 in Minnesota, Troy Jackson meno di uno in Maine, dove però affrontava una senatrice in carica da trent'anni. Alla Camera sarà più difficile capirlo, perché è più complicato stabilire chi fosse un candidato di sinistra e chi no: si potrà guardare a chi li sosteneva, ma servirà tempo.

Le conseguenze più durature potrebbero riguardare il Senato. I democratici hanno almeno 54 seggi. Nel 2028 difenderanno più seggi dei repubblicani, ma in stati dove martedì sono andati molto bene: Arizona, Georgia, Nevada, Pennsylvania e Ohio, dove Sherrod Brown ha appena vinto. Lo stesso vale per il 2030, con Arizona, Michigan e Nevada. I repubblicani invece non hanno nessun seggio da attaccare in uno stato vinto da Kamala Harris. Per tornare in maggioranza dovrebbero strappare almeno quattro seggi in un territorio che oggi appare democratico. Potrebbero dover aspettare fino al 2032.

Senza il Senato, tutte le nomine del presidente passano dai democratici. Vale per i giudici federali, uno dei poteri più importanti della Casa Bianca: se un giudice della Corte Suprema morisse o si ritirasse, i repubblicani non potrebbero sostituirlo senza l'accordo degli avversari. Vale per le leggi di bilancio, che dovranno essere negoziate con i democratici. L'attività legislativa di Trump nei prossimi due anni sarà di fatto bloccata. Lo stesso problema lo avrebbe un eventuale presidente repubblicano eletto nel 2028, anche solo per far confermare i ministri del suo governo.

Gli ottimi risultati dei democratici nei singoli stati contano quasi quanto quelli al Congresso. Permettono di contrastare il gerrymandering, cioè il ridisegno dei collegi elettorali a vantaggio di un partito, portato avanti dai repubblicani e in risposta da alcuni democratici, come in California. In Wisconsin, dove le mappe sono state disegnate per anni a favore dei repubblicani, i democratici hanno conquistato entrambe le camere del parlamento statale e possono cambiarle. In North Carolina hanno conquistato la Camera statale, mentre il Senato statale è ancora in bilico. Soprattutto, dopo il censimento del 2030 si dovranno ridisegnare i collegi in tutto il paese. In diversi stati a farlo potrebbero essere governatori e parlamenti democratici, con la possibilità di disegnare le mappe a proprio vantaggio come i repubblicani hanno fatto in passato.

Per i repubblicani si apre una fase molto complicata. Da una parte Trump è diventato radioattivo per l'elettorato e legarsi a lui è un rischio. Dall'altra, almeno fino a poco fa, il presidente aveva una presa fortissima sulla base del partito, quella che vota alle primarie, e riusciva a imporre i suoi candidati, come Ken Paxton in Texas. Capire come gestirlo non sarà facile. Se Trump continua sulla stessa strada senza scendere a più miti consigli il problema può diventare serio. Questo complica molto la vita a JD Vance, che è uno dei due volti di questa amministrazione e ci si è legato moltissimo: con questi numeri proporsi come candidato nel 2028 sarà difficile. Potrebbe aprirsi invece uno spazio per Marco Rubio, che fa parte dell'amministrazione ma si è occupato soprattutto di politica estera.

Per i democratici si apre una corsa con moltissimi possibili candidati alla presidenza. Ci sono i volti nuovi usciti da questa notte, come Ossoff e Talarico, e quelli che c'erano già: Kamala Harris, Gavin Newsom, Alexandria Ocasio-Cortez, Pete Buttigieg, Josh Shapiro, Gretchen Whitmer, JB Pritzker, Andy Beshear, Wes Moore e Ruben Gallego, per citarne solo alcuni. Le primarie del 2028 saranno molto interessanti da entrambe le parti, perché oggi non è possibile prevedere chi vincerà. Negli Stati Uniti a decidere i candidati non è il partito dall'alto ma gli elettori: i partiti americani sono partiti veri, ma possono essere scalati dal basso da chi va a votare.

Le midterm del 2026 sono state una bocciatura netta del presidente, non un'adesione convinta ai democratici. Possono però cambiare la politica americana per molti anni: con il Senato, con i parlamenti statali che ridisegneranno i collegi e con la corsa per il dopo Trump che comincia da oggi.

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Lorenzo Ruffino
Autore

Lorenzo Ruffino

Scrive regolarmente da anni di politica, elezioni, società e economia con un approccio data-driven. È parte di Focus America dal 2018, ha una newsletter su Substack.

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