Trump torna da Pechino con poco in mano

Il presidente americano ha incassato promesse generiche su Boeing e prodotti agricoli, ma non ha ottenuto impegni cinesi su Iran e Taiwan resta sospesa.

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Trump torna da Pechino con poco in mano
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Il vertice di due giorni a Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping si è chiuso senza accordi significativi sui principali nodi economici e di politica estera tra Stati Uniti e Cina. Il presidente americano è tornato a Washington con poche promesse concrete e nessuna delle grandi intese commerciali che la Casa Bianca aveva fatto intravedere alla vigilia.

L'unico annuncio commerciale rivendicato da Trump riguarda un ordine cinese di 200 aerei Boeing con motori General Electric, comunicato dal presidente ai giornalisti a bordo dell'Air Force One senza ulteriori dettagli. Pechino non ha confermato l'acquisto, e le azioni Boeing sono scese perché l'ordine è risultato inferiore alle attese degli investitori. L'amministrazione si aspetta inoltre un accordo per l'acquisto cinese di prodotti agricoli americani per un valore di decine di miliardi di dollari l'anno nei prossimi tre anni, secondo quanto dichiarato dal rappresentante per il commercio Jamieson Greer a Bloomberg TV. Anche in questo caso, la Cina non ha ufficializzato nulla.

Sul fronte iraniano, Trump è arrivato al vertice sperando di convincere Xi a esercitare pressione su Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico commerciale. Il presidente ha dichiarato che lui e Xi hanno opinioni simili sulla fine della guerra, ma Pechino non ha assunto alcun impegno pubblico. Il ministero degli Esteri cinese ha ribadito che la guerra americana contro l'Iran non sarebbe dovuta cominciare e si è limitato a sostenere genericamente la riapertura dello stretto. Trump ha aggiunto che sta valutando di togliere le sanzioni agli acquirenti cinesi di petrolio iraniano, una concessione gradita a Pechino.

Su Taiwan, il presidente americano non si è espresso pubblicamente durante la visita, mentre Xi ha avvertito che una gestione sbagliata della questione potrebbe portare allo scontro tra le due potenze. Sull'Air Force One, Trump ha detto di non aver ancora deciso se procedere con la vendita di armi a Taiwan da 14 miliardi di dollari, in attesa della sua approvazione finale. Ha anche riferito che Xi gli ha chiesto direttamente se gli Stati Uniti difenderebbero militarmente l'isola in caso di invasione cinese, ricevendo come risposta che lui non parla di questi argomenti. Quando un giornalista gli ha ricordato che Ronald Reagan oltre quarant'anni fa aveva assicurato a Taiwan che nessun presidente avrebbe consultato i leader cinesi sulle dimensioni dei pacchetti di armi, Trump ha liquidato la questione dicendo che si tratta di tempi lontani.

Sui diritti umani, Trump ha affermato di aver sollevato a porte chiuse il caso delle detenzioni ingiuste. L'imprenditore di Hong Kong Jimmy Lai, sostenitore del movimento pro-democrazia, resta un dossier difficile secondo le parole dello stesso presidente, ma Xi avrebbe promesso di valutare il caso del pastore detenuto Ezra Jin.

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Il vertice ha invece prodotto un nuovo quadro concettuale per la relazione bilaterale. Xi ha proposto a Trump quella che ha definito una nuova stabilità strategica costruttiva, presentata dai media statali cinesi come un'intesa condivisa per mantenere la competizione entro limiti adeguati e garantire una pace prevedibile. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato alla CNBC che i due paesi avvieranno colloqui sull'intelligenza artificiale, in particolare sui modelli linguistici di grandi dimensioni, per evitare che finiscano nelle mani di attori non statali.

L'analisi degli esperti converge su un punto: Xi ha ottenuto più di Trump in termini di immagine e sostanza politica. Julian Gewirtz, che è stato direttore per la Cina nel Consiglio di sicurezza nazionale sotto Joe Biden, ha dichiarato al Washington Post che Xi ha realizzato un obiettivo perseguito dai leader cinesi per decenni, portando un presidente americano a Pechino come pari indiscusso. Da Wei, direttore del Centro per la sicurezza internazionale e la strategia dell'università Tsinghua, ha osservato al New York Times che la parte americana è apparsa un po' passiva e che Trump ha detto poco di sostanziale, mentre quella cinese si era preparata molto bene. R. Nicholas Burns, ambasciatore americano a Pechino durante l'amministrazione Biden, ha detto al New York Times che l'atteggiamento elogiativo di Trump indebolisce il presidente e gli Stati Uniti, e che Xi non ha esitato ad avvertire Trump su Taiwan mentre Trump avrebbe dovuto essere altrettanto franco sulle preoccupazioni americane.

Andrew Gilholm, responsabile dell'analisi sulla Cina della società di consulenza Control Risks, ha spiegato al Financial Times che la dinamica negoziale è cambiata rispetto al primo mandato di Trump. In passato erano gli Stati Uniti a fare pressione e la Cina cercava di gestirla con concessioni, oggi Pechino tratta Washington più con la deterrenza che con le concessioni, ed è disposta a rispondere all'escalation con l'escalation. È quanto accaduto l'anno scorso, quando Trump fece marcia indietro sui dazi dopo che la ritorsione cinese aveva provocato un crollo dei mercati e l'imposizione di controlli sulle esportazioni di terre rare aveva allarmato Washington.

Trump ha abbracciato in un'intervista a Fox News il concetto di G2, definendo l'incontro un momento molto importante della storia tra le due grandi nazioni. Pechino ufficialmente evita di sostenere questa formula, preferendo parlare di stabilità e di un mondo multipolare in cui gli Stati Uniti sono uno dei poli. La prossima tappa è già fissata: Trump ha invitato Xi alla Casa Bianca il 24 settembre e i due leader potrebbero incontrarsi in altre occasioni internazionali nel corso dell'anno.

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