L'approvazione del presidente Donald Trump è scesa al livello più basso del suo secondo mandato e si sta avvicinando ai valori peggiori mai registrati da un presidente americano. Nella media dei sondaggi calcolata dal Silver Bulletin, la newsletter dello statistico Nate Silver, il 27 settembre la quota di americani che approva il suo operato è arrivata al 37,2 per cento. Il 23 gennaio 2025, tre giorni dopo l'insediamento, era al 52,4 per cento, il valore più alto del mandato.
Nello stesso periodo la disapprovazione è salita di 20 punti: era al 40 per cento il giorno dopo l'insediamento ed è arrivata al 60,4 per cento il 24 settembre. Oggi il 49,1 per cento degli americani disapprova con decisione il lavoro del presidente, mentre solo il 20 per cento lo approva con convinzione. In un'analisi pubblicata sul New York Magazine, il giornalista Ed Kilgore descrive il secondo mandato di Trump come un lungo e costante scivolamento verso l'impopolarità. Il problema per i repubblicani è che mancano solo quattro settimane alle midterm del 3 novembre, le elezioni di metà mandato in cui si rinnovano tutta la Camera e un terzo del Senato.
Il sondaggio nazionale più recente, realizzato dall'agenzia Associated Press con il centro di ricerca NORC e pubblicato il primo ottobre, dà Trump al 31 per cento di approvazione e al 69 per cento di disapprovazione (il 51 per cento degli intervistati lo disapprova con decisione). Nell'ultima settimana altri sei sondaggi nazionali lo hanno collocato sotto il 40 per cento: Quinnipiac e Angus Reid Global al 34 per cento, Emerson, Economist/YouGov ed Echelon Insights al 36 per cento, Verasight al 37 per cento.
Gallup, l'istituto di sondaggi che misura l'approvazione dei presidenti dai tempi di Franklin Delano Roosevelt, ha l'archivio storico più lungo. I valori più bassi della sua serie appartengono a sei presidenti: Harry Truman (22 per cento nel febbraio 1952), Richard Nixon (24 per cento tra luglio e agosto 1974), George W. Bush (25 per cento nell'ottobre 2008), Jimmy Carter (28 per cento nel giugno 1979) e George H.W. Bush (29 per cento nel luglio 1992). L'ultimo della lista è proprio Trump, che nel gennaio 2021 era sceso al 34 per cento.
Dietro ciascuno di quei minimi c'era una crisi profonda. Truman era alle prese con la guerra di Corea e con una forte reazione contro il New Deal, i programmi economici e sociali avviati da Roosevelt, che avrebbe portato poco dopo alla vittoria schiacciante del repubblicano Dwight Eisenhower. Nixon stava per dimettersi. George W. Bush pagava insieme il fallimento della guerra in Iraq e una grave crisi finanziaria. Carter si avviava verso una pesante sconfitta alla rielezione. George H.W. Bush governava durante una recessione e con il Partito Repubblicano diviso, una situazione che avrebbe favorito l'elezione di Bill Clinton. Trump, nel gennaio 2021, aveva appena spinto i suoi sostenitori a tentare di ribaltare la sconfitta alle elezioni del 2020, un episodio che allora condannarono anche molti repubblicani.
Solo uno di questi minimi storici ha preceduto delle elezioni di metà mandato: quello di Nixon nel 1974. A novembre di quell'anno Nixon si era già dimesso e al suo posto c'era Gerald Ford, che per un breve periodo godette di una certa popolarità. I repubblicani persero comunque 48 seggi alla Camera e 5 al Senato.
Nel 1966, alla vigilia del voto, Lyndon Johnson era al 44 per cento secondo Gallup e i democratici persero 47 seggi alla Camera e 4 al Senato, mentre nel 1994 Bill Clinton era al 48 per cento e il suo partito ne perse 54 alla Camera e 8 al Senato. Nel 2006 George W. Bush, in una situazione a cui quella di oggi somiglia per molti aspetti, era al 37 per cento e i repubblicani persero 30 seggi alla Camera e 6 al Senato. Nel 2010 Barack Obama era al 45 per cento e i democratici persero 63 seggi alla Camera e 6 al Senato. Nel 2018 lo stesso Trump era al 44 per cento (i repubblicani persero 41 seggi alla Camera, ma ne guadagnarono 2 al Senato).
In alcuni di questi casi le grandi vittorie del partito di opposizione correggevano in parte i successi ottenuti in precedenza dal partito del presidente. Secondo Kilgore, però, la tendenza è abbastanza solida da rendere poco credibile l'ipotesi che i repubblicani riescano a conservare entrambe le camere del Congresso. La popolarità del presidente resta la variabile più importante per l'esito delle midterm. I singoli parlamentari del suo partito possono talvolta prendere le distanze dal suo operato, ma succede sempre meno a causa della polarizzazione e del voto di lista, cioè l'abitudine degli elettori a scegliere lo stesso partito per tutte le cariche presenti sulla scheda.
Il partito del presidente riesce a limitare i danni soprattutto quando al centro della campagna ci sono temi che lo favoriscono, oppure quando anche l'altro partito è impopolare. In parte è quello che successe nel 2022, quando la reazione alla sentenza della Corte Suprema che aveva cancellato Roe v. Wade, la decisione del 1973 che garantiva il diritto all'aborto in tutto il paese, aiutò i democratici, mentre i repubblicani avevano presentato alcuni candidati al Senato particolarmente deboli. Per Kilgore, però, l'approvazione di Trump rimane l'indicatore più affidabile di quello che succederà il 3 novembre. Oggi quell'indicatore è una cattiva notizia per i repubblicani.
Il presidente potrebbe anche non aver toccato il fondo. Kilgore scrive che, viste le condizioni del paese e una guerra con l'Iran che non accenna a finire, la sua popolarità potrebbe scendere ancora prima del voto, fino a ridursi al solo nucleo più fedele del movimento MAGA.
