Donald Trump ha raccontato di essere rimasto sorpreso quando i suoi collaboratori gli hanno spiegato che poteva costruire una grande sala da ballo alla Casa Bianca senza chiedere permessi. "Mi hanno detto: questa è la Casa Bianca, lei è il presidente degli Stati Uniti, può fare tutto quello che vuole", ha ricordato lo scorso ottobre durante una cena con i finanziatori del progetto. Da allora il presidente ha messo alla prova quell'affermazione e, quasi sempre, ne ha dimostrato la fondatezza: nel giro di una settimana aveva fatto demolire l'Ala Est della Casa Bianca, l'intervento più radicale sul complesso presidenziali da generazioni, e successivamente ha fatto abbattere alberi nei parchi pubblici, ordinato nuove statue e annunciato monumenti destinati a ridisegnare la capitale secondo la sua visione.
Per riuscirci, ricostruisce il Washington Post, Trump ha ignorato quasi tutte le consuetudini seguite dai predecessori e le proteste dei democratici al Congresso, ha rimodellato le commissioni di esperti e si è mosso più rapidamente dei giudici federali che volevano bloccarlo. Mentre in primavera un giudice federale valutava ancora se fermare i lavori alla vasca riflettente del Lincoln Memorial, l'amministrazione ha completato il cantiere in sei settimane, prima che arrivasse la sentenza. Alla fine, la vasca è stata poi nuovamente svuotata per un'altra serie di interventi. Alla Casa Bianca Trump ha pavimentato il Giardino delle Rose, aggiunto dorature in tutto l'edificio e tenuto chiuso per mesi il parco pubblico adiacente. In queste settimane gli operai stanno completando un nuovo eliporto e il presidente vuole terminare tutti i progetti entro la fine del mandato, nel gennaio 2029.
Chi può fermarlo?
Lunedì la Corte Suprema ha stabilito, con 5 voti contro 4, che un membro del National Trust for Historic Preservation, l'ente per la tutela del patrimonio storico istituito dal Congresso nel 1949 e autorizzato ad agire in giudizio, probabilmente non ha titolo per contestare la costruzione della sala da ballo, perché non ha dimostrato di aver subito un danno diretto. Il ricorso si fondava sulla dichiarazione di Alison Hoagland, membro del consiglio dell'ente, che vive a Capitol Hill e passa regolarmente davanti alla Casa Bianca: la mole dell'edificio, di circa 8.400 metri quadrati, ha sostenuto, danneggia i suoi "interessi estetici, culturali e storici".
La maggioranza ha replicato che "la semplice offesa, il disaccordo o il disgusto non costituiscono un danno concreto e particolare". I dissenzienti hanno invece osservato che quel danno assomiglia a quello riconosciuto in precedenza nel 1992 nella sentenza Lujan contro Defenders of Wildlife, il precedente che richiede un danno reale e non "ipotetico" per avere titolo ad agire. La causa prosegue nei tribunali inferiori, ma nel frattempo i lavori vanno avanti.
Il presidente della Corte John Roberts, nel dissenso condiviso dai tre giudici liberali Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson, ha scritto che "quella costruzione è probabilmente illegale", perché il Congresso non l'ha mai autorizzata espressamente, mentre la maggioranza non ha affrontato la questione. "Se il National Trust non può usare il contenzioso per difendere l'interesse pubblico alla conservazione, allora chi può farlo?", si è chiesta al Post Sara Bronin, docente di diritto alla George Washington University e presidente dell'Advisory Council on Historic Preservation durante l'Amministrazione Biden.
Il Congresso repubblicano lascia fare
Il Dipartimento di Giustizia ha sostenuto in tribunale che soltanto il Congresso, e non i giudici, avrebbe potuto fermare la sala da ballo. I funzionari dell'Amministrazione affermano però che il Congresso avrebbe di fatto già autorizzato il progetto stanziando ogni anno alcuni milioni di dollari per i "miglioramenti" della Casa Bianca. Per bloccarlo servirebbe quindi una nuova legge, che la leadership repubblicana non ha però alcuna intenzione di approvare.
Lo Speaker repubblicano della Camera dei Rappresentanti Mike Johnson e il leader della maggioranza repubblicana al Senato John Thune hanno anzi apertamente sostenuto la costruzione della sala da ballo dopo la sparatoria del 25 aprile alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca: per Johnson "sarà una soluzione", perché sorgerà nel complesso più sicuro del mondo e avrà vetri spessi 18 cm, mentre secondo Thune, l'attentato "ha indicato la necessità di modernizzare quella struttura". I vertici repubblicani hanno soltanto rinunciato a destinare centinaia di milioni di dollari di fondi pubblici alla sicurezza legata al progetto, dopo che diversi esponenti del partito si erano chiesti se dovessero essere i contribuenti a sostenerne il costo.
Commissioni rimodellate e tribunali in ritardo
Le commissioni federali che vigilano sulle costruzioni nell'area di Washington, create dal Congresso e tradizionalmente composte da architetti e urbanisti, in passato hanno rallentato o bloccato progetti delle diverse amministrazioni attraverso esami durati mesi o anni. Ma negli ultimi mesi, Trump ha licenziato i membri nominati da Joe Biden e li ha sostituiti con figure dalle qualifiche contestate, tra cui la propria assistente esecutiva.
Così, se un decennio fa la National Capital Planning Commission impiegò circa dieci mesi per perfezionare il progetto della nuova recinzione della Casa Bianca, quest'anno ha esaminato la sala da ballo in meno di 3 mesi e l'ha approvata il 2 aprile con modifiche minime. Una rapidità "senza precedenti nella storia recente", secondo Bruce Redman Becker, architetto nominato da Biden alla Commission of Fine Arts e rimosso da Trump l'anno scorso.
Will Scharf, allora presidente della Commissione, ha sostenuto dopo la demolizione dell'Ala Est che l'esame dell'organismo riguardasse soltanto le nuove costruzioni verticali e non le demolizioni. Ha inoltre affermato che il limite di 40. d'altezza previsto per i nuovi edifici della città non si applichi all'arco trionfale di 76m progettato vicino al cimitero di Arlington.
Il 27 agosto Trump lo ha nominato capo dei legali della Casa Bianca e lo ha sostituito con Mark Paoletta, avvocato repubblicano di lungo corso e consigliere legale dell'Office of Management and Budget, che lunedì ha scritto: "Il presidente Trump ha mostrato grande leadership nel portare avanti rapidamente questo importante complesso della sala da ballo", concludendo con un "ben fatto, signor presidente".
In tribunale l'Amministrazione ha adottato argomentazioni apparentemente opposte a seconda del progetto: la sala da ballo sarebbe troppo avanti perché i lavori possano essere fermati, mentre l'arco sarebbe ancora in una fase troppo preliminare per poter essere contestato. "Non esiste un cronoprogramma, non è nemmeno stato autorizzato dal National Park Service", hanno scritto la settimana scorsa gli avvocati del Dipartimento di Giustizia, sostenendo inoltre che il Congresso lo avrebbe implicitamente autorizzato approvando, un secolo fa, un progetto simile mai realizzato.
Lo stesso National Park Service ha però riconosciuto alla fine di agosto che l'arco avrebbe "effetti negativi" su 37 siti storici, pur sostenendone posizione e dimensioni. Le associazioni per la tutela del patrimonio hanno ottenuto una sola vittoria: a maggio il giudice federale Christopher Cooper ha bloccato la chiusura biennale del Kennedy Center prevista per i lavori voluti da Trump e ha ordinato di rimuovere il nome del presidente dall'edificio, come poi è avvenuto a giugno.
Un sondaggio Washington Post-Ipsos di luglio, condotto su 2.600 adulti, mostra che solo il 32% degli americani si dice “entusiasta” o “soddisfatto” dei cantieri di Trump, contro il 65% che si dichiara “insoddisfatto” o “irritato”. Il giudizio resta fortemente polarizzato: sette repubblicani su dieci li approvano, mentre nove democratici su dieci sono contrari. L’attenzione dedicata ai cantieri potrebbe inoltre aver contribuito al calo di consenso che complica la corsa repubblicana verso le elezioni di midterm di novembre. “Continua a parlare della sua sala da ballo mentre i repubblicani al Congresso preferirebbero sentirlo parlare di prezzi, spesa e benzina”, ha osservato Martha Joynt Kumar, storica della presidenza e professoressa emerita alla Towson University.
