Trump ha provato a vietare le macchine elettorali in metà degli Stati Uniti
Kurt Olsen, consigliere della Casa Bianca per la sicurezza elettorale, voleva farne dichiarare i componenti un rischio per la sicurezza nazionale, ma il piano è fallito
L'amministrazione di Donald Trump ha tentato di vietare le macchine per il voto della Dominion Voting Systems, usate in più della metà degli Stati americani, chiedendo al dipartimento del Commercio di dichiararne i componenti un rischio per la sicurezza nazionale. Il piano è poi naufragato perché chi lo guidava non è riuscito a fornire prove a sostegno della richiesta. Lo ha rivelato in esclusiva l'agenzia Reuters citando fonti dirette interne all'amministrazione.
A spingere il piano è stato Kurt Olsen, consigliere della Casa Bianca per la sicurezza elettorale e avvocato a cui il presidente ha affidato il compito di trovare prove delle teorie del complotto sui presunti brogli elettorali. Olsen voleva invalidare le macchine Dominion prima delle elezioni di metà mandato di novembre e arrivare a un sistema nazionale basato esclusivamente sul voto cartaceo conteggiato a mano, una richiesta più volte avanzata dallo stesso Trump. Più del 98% delle giurisdizioni elettorali americane produce già un riscontro cartaceo per ogni voto, secondo i dati diffusi lo scorso anno dalla U.S. Election Assistance Commission. Passare al conteggio manuale sarebbe caotico e potrebbe agevolare i brogli, ha dichiarato alla Reuters Alex Halderman, professore di informatica all'Università del Michigan.
L'idea è emersa mentre Olsen e altri funzionari discutevano di come il governo federale potesse togliere agli Stati il controllo delle elezioni, un'opzione che lo stesso Trump ha evocato pubblicamente. La Costituzione americana attribuisce questa competenza agli Stati proprio per impedire al potere esecutivo di concentrare l'amministrazione del voto. Una precedente inchiesta dell'agenzia di stampa ha rilevato che funzionari dell'amministrazione e investigatori in almeno otto Stati hanno chiesto documenti riservati, premuto per accedere alle apparecchiature di voto e riaperto casi di frode elettorale che tribunali ed esami bipartisan avevano respinto.
Il piano contro la Dominion è arrivato fino al dipartimento del Commercio. A settembre i funzionari del dicastero hanno cominciato a valutare quali basi legali invocare per metterlo in pratica, salvo poi accantonarlo per mancanza di prove. Tra i protagonisti delle discussioni ci sono stati Paul McNamara, che si è dimesso venerdì da alto collaboratore della direttrice dell'intelligence Tulsi Gabbard, e Brian Sikma, assistente speciale del presidente al Domestic Policy Council. McNamara dirigeva una task force dell'Office of the Director of National Intelligence che indagava sulle vulnerabilità delle macchine elettorali del Paese.
A inizio estate scorsa McNamara ha chiesto a funzionari del Commercio di considerare la possibilità di classificare i chip e il software della Dominion come un rischio per la sicurezza nazionale. Il dipartimento è guidato dal segretario Howard Lutnick. Un portavoce del Commercio ha negato che Lutnick abbia mai incontrato o discusso di integrità elettorale con McNamara, dicendo che il segretario non si è "occupato della questione". Un portavoce dell'ufficio di Gabbard, Olivia Coleman, ha sostenuto che né McNamara né l'agenzia hanno mai coordinato un piano con il Commercio per vietare le macchine Dominion. Olsen, McNamara e Sikma non hanno risposto alle richieste di intervista.
Le norme statunitensi sulla catena di fornitura permettono al segretario al Commercio di limitare le transazioni con aziende tecnologiche provenienti da Paesi designati come "avversari stranieri", tra cui Cina, Russia e il governo dell'ex presidente venezuelano Nicolas Maduro, rovesciato dall'esercito americano a gennaio. La teoria che Olsen sta cercando di provare è che le macchine Dominion sarebbero state infettate da codice controllato da venezuelani per rubare a Trump le elezioni del 2020. Indagini ripetute e cause civili dal 2020 non hanno mai prodotto alcuna prova di un'effrazione informatica delle macchine. Nel 2023 Fox News ha pagato 787 milioni di dollari alla Dominion in una causa per diffamazione legata a queste affermazioni.
Nel 2024 almeno 27 Stati hanno usato macchine Dominion, un numero simile a quello del 2020. L'azienda, con sede a Denver, è stata acquistata lo scorso ottobre da Liberty Vote USA del Colorado. Trump ha continuato a rilanciare la teoria del complotto, l'ultima volta il 12 maggio quando ha ricondiviso un video di sei anni fa di un conduttore della rete di estrema destra One America News che sosteneva, senza prove, che le macchine Dominion avessero cancellato milioni di voti.
Nel maggio del 2025 Olsen aveva guidato una missione federale che ha sequestrato le macchine Dominion usate da Porto Rico nelle elezioni per il governatore del 2024. L'analisi successiva, affidata al contractor di cybersicurezza Mojave Research, ha rilevato alcune vulnerabilità note ma nessuna traccia di codice di origine venezuelana e nessuna prova di intrusione. La squadra di Olsen ha comunque smontato alcune delle macchine convinta di trovare componenti fabbricati da Paesi indicati come avversari. Il risultato è stato un unico chip impacchettato in Cina dall'azienda americana Intel, ritenuto non rilevante per la sicurezza nazionale, e altri chip imballati in Giappone, Corea del Sud e Malesia. Nel rapporto di Olsen i chip sono stati descritti come "dell'Asia orientale", una formulazione che le fonti interpretano come un tentativo di mascherare il fallimento dell'operazione.
Una riunione alla Casa Bianca a settembre ha riunito esperti di cybersicurezza del National Security Council e la squadra di Olsen per discutere se nelle apparecchiature Dominion ci fossero tracce di codice venezuelano. Dopo l'incontro un funzionario politico del Commercio ha chiesto all'ufficio che valuta i rischi per la sicurezza nazionale legati alla catena di fornitura tecnologica di considerare possibili contromisure sulle macchine elettorali. L'ufficio ha esaminato la questione ma non ha intrapreso alcuna azione.
Il senatore democratico Alex Padilla, in un post su X di risposta alle rivelazioni, ha chiesto il licenziamento di Olsen definendolo una minaccia per la democrazia. I senatori democratici hanno già avviato un'iniziativa per rimuoverlo dall'incarico. Un portavoce della Casa Bianca, Davis Ingle, ha definito la ricostruzione una fuga di notizie selettiva e l'ha bollata come disinformazione.