Trump è diventato un peso per l'estrema destra europea
Dopo il voto ungherese, la guerra in Iran e lo scontro con il pontefice, i partiti populisti temono che la vicinanza al presidente americano sia un peso elettorale.
Donald Trump è diventato così tossico in Europa che persino i suoi alleati ideologici più stretti iniziano a considerarlo un peso. Lo scrive Politico in un'analisi che ricostruisce il progressivo allontanamento dei partiti populisti europei dal presidente americano.
Il segnale più netto arriva dalla Francia. Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, ha detto ai deputati del suo partito riuniti martedì che è necessario mantenere le distanze da Washington. A riferirlo a Politico è stato un alto dirigente del partito presente all'incontro. La prudenza francese non nasce oggi: un ex esponente di un gruppo rivale di estrema destra ha spiegato al giornale che Le Pen ha cambiato atteggiamento dopo l'assalto al Campidoglio del 2021, convincendosi che avvicinarsi troppo a Trump fosse un errore.
A precipitare la situazione sono stati tre fattori concomitanti. Il primo è la sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni parlamentari ungheresi di domenica, un voto in cui Trump era intervenuto più volte con appoggi pubblici e che aveva visto anche la visita del vicepresidente americano JD Vance nei giorni finali della campagna. Il secondo è la ricaduta politica della guerra in Iran, che molti cittadini europei, da Bologna a Budapest, attribuiscono al presidente americano insieme al conseguente aumento del costo dell'energia. Il terzo è lo scontro aperto tra Trump e papa Leone sulla stessa guerra.
Per la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, scrive Politico, gli attacchi del presidente americano al pontefice hanno rappresentato un punto di rottura. Schierarsi con il Santo Padre, osserva il giornale, è stato anche politicamente conveniente per Meloni, considerata la base elettorale cattolica del suo partito.
L'analisi dedica ampio spazio al caso ungherese come monito per gli altri populisti europei. Secondo il dirigente del Rassemblement National citato, la sconfitta di Orbán non si spiega solo con la stanchezza degli elettori dopo anni di governo. La vicinanza agli Stati Uniti nel contesto attuale, ha detto la fonte, non è stata gradita dagli elettori ungheresi. Il partito francese, in vista delle presidenziali del prossimo anno, cercherà di non apparire legato all'amministrazione Trump.
Una linea simile emerge in Germania, dove a settembre sono in programma importanti elezioni regionali. Torben Braga, deputato di Alternative für Deutschland e membro della commissione esteri del Bundestag, ha dichiarato a Politico che nel contesto elettorale mantenere legami con Trump non è un approccio promettente. Matthias Moosdorf, altro deputato di AfD, ha scritto su X che l'ostentata amicizia tra Budapest e l'amministrazione americana, compreso l'intervento di Vance a favore di Orbán, è pesata come una macina al collo del leader ungherese. La leader del partito Alice Weidel mantiene invece una posizione più morbida: ha detto ai giornalisti di non considerare i rapporti con Trump un peso e ha giudicato buona la campagna di Orbán.
Il quadro è più sfumato perché l'apertura verso Washington, quando conveniente, non è mancata. Politico ricorda che Louis Aliot, sindaco di Perpignano, ha rappresentato il Rassemblement National alla commemorazione del podcaster di destra Charlie Kirk, assassinato l'anno scorso. Le Pen e il presidente del partito Jordan Bardella hanno inoltre accettato l'invito dell'ambasciatore americano in Francia Charles Kushner. Un alleato di Le Pen, citato in forma anonima, ha detto al giornale che legami stretti con Washington possono diventare una zavorra ed essere male interpretati, aggiungendo che il partito apprezza gli amici americani ma non vuole ricevere ordini.
Quando Trump è tornato alla Casa Bianca lo scorso anno, osserva Politico, sembrava potesse dare una spinta decisiva ai movimenti populisti anti immigrazione europei. L'amministrazione ha anche formalizzato nella sua strategia di sicurezza nazionale lo sforzo di costruire una rete internazionale di alleati ideologici. AfD aveva inizialmente visto nel sostegno di Trump un'occasione per guadagnare legittimità e per aumentare la pressione sui conservatori del cancelliere Friedrich Merz affinché smantellassero la cosiddetta firewall, la barriera informale in vigore dalla fine della Seconda guerra mondiale che impedisce alla destra radicale di governare.
L'eredità di Orbán, conclude l'analisi, non scompare con la sua sconfitta. Il premier ungherese ha fornito il modello dell'agenda populista in Europa: atteggiamento di scontro con le istituzioni dell'Unione europea e attacchi allo stato di diritto e al sistema dei media. Molti esponenti della destra radicale attribuiscono la vittoria di Péter Magyar alla sua attenzione alla corruzione e ai temi economici quotidiani, non al rifiuto delle posizioni anti Bruxelles. Per questo, secondo l'alleato di Le Pen citato da Politico, la battaglia contro la Commissione europea non finisce qui. Serve un grande Paese che guidi la rivolta, ha detto la fonte, e se la vittoria arriverà in Francia nel 2027 altri Paesi seguiranno.