Trump difende l'accordo con l'Iran e ignora le condizioni che lui aveva fissato
Alla conferenza del G7 il presidente accetta che Teheran tenga missili, arricchisca uranio e riabbia i fondi congelati, motiva l'intesa con ragioni economiche e minaccia nuovi raid
Il presidente Donald Trump ha difeso l'accordo per fermare la guerra con l'Iran cancellando, una dopo l'altra, le condizioni che lui stesso aveva indicato come irrinunciabili per giustificare il conflitto. In una conferenza stampa di quasi settanta minuti a chiusura del vertice del G7, il gruppo delle sette grandi economie occidentali riunito a Évian-les-Bains, in Francia, ha lasciato intendere che Teheran potrà conservare parte dei suoi missili balistici, arricchire uranio e riavere accesso ai fondi congelati all'estero. Sono i tre nodi su cui per anni si è giocato il confronto con l'Iran e che lui aveva citato come prove del fallimento dei presidenti precedenti.
Il presidente ha rivendicato il diritto dell'Iran a tenere una parte dei suoi missili: "Devono averne alcuni, perché altri ne hanno". E ha aggiunto: "Devo forse lasciare che l'Arabia Saudita abbia i missili e loro no? Non funziona così. I missili non sono il problema. Colpiscono un piccolo punto, ma non fanno saltare in aria il pianeta".
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva detto che la capacità di produzione missilistica iraniana era stata "funzionalmente annientata" dai raid statunitensi e israeliani iniziati il 28 febbraio. Trump ha sostenuto di aver distrutto "probabilmente l'84-85 per cento" dei missili iraniani, mentre il resto sarebbe sepolto sottoterra e inutilizzabile. Le agenzie di intelligence americane hanno però stimato che Teheran ha conservato circa il 70 per cento dei suoi lanciatori mobili e una quota analoga dell'arsenale precedente alla guerra,
Per anni Trump e molti repubblicani si erano chiesti perché l'Iran dovesse poter arricchire uranio se, come sostiene, non vuole un'arma nucleare. A maggio il segretario di Stato Marco Rubio aveva detto a Fox News che Teheran deve "rinunciare all'arricchimento". Con Rubio alle sue spalle, mercoledì il presidente ha mostrato di non essere più d'accordo: "È un po' difficile quando altri lo hanno, quando lo hanno Stati confinanti, e tu non lasci che loro lo abbiano per l'elettricità e cose del genere. Bisogna usare un po' di buon senso".
Sul terzo punto, i miliardi di dollari iraniani bloccati nelle banche estere, il presidente ha detto che quei soldi andranno restituiti: "Non sono soldi nostri, sono soldi loro, e li abbiamo congelati a un certo punto. Immagino che dovremo restituirli. Se non lo facessimo, nessuno investirebbe più nel dollaro".
A spingere Trump verso l'intesa è stata soprattutto la preoccupazione per l'economia. Il presidente ha detto di voler evitare una "catastrofe economica" e di non voler essere paragonato a Herbert Hoover, alla Casa Bianca durante il crollo dei mercati del 1929 che aprì la Grande Depressione. "È sempre stato quello che non volevo essere", ha detto ai giornalisti riuniti per il vertice, secondo il Wall Street Journal. Ha ammesso di essere stato influenzato dalla corsa della Borsa mentre lavorava alla fine del conflitto, durato tre mesi e capace di far salire i costi dell'energia in un anno di elezioni di metà mandato.
Solo un mese prima il presidente aveva detto il contrario. A chi gli chiedeva quanto fosse mosso dalla situazione finanziaria degli americani, aveva risposto: "Nemmeno un po'. Non penso alla situazione finanziaria degli americani. Non penso a nessuno. Penso a una cosa sola: non possiamo permettere che l'Iran abbia un'arma nucleare. Tutto qui".
Mentre Trump parlava sul palco, alti funzionari americani leggevano ai giornalisti il testo del memorandum d'intesa, un documento che fissa principi e impegni senza valore di trattato vincolante. Un funzionario ha detto che il memorandum "non ci impegna letteralmente a nulla", ma che se gli iraniani si comporteranno bene gli Stati Uniti vorranno premiare quel comportamento.
L'accordo, in vigore per 60 giorni e prorogabile, segna un cambio di rotta rispetto alle posizioni di Trump degli ultimi mesi. Dopo aver mostrato interesse per un cambio di regime a Teheran, il presidente ha accettato un testo in cui le due parti si impegnano a "rispettare la reciproca sovranità e integrità territoriale e a non interferire negli affari interni dell'altro".
Lo Stretto di Hormuz, il braccio di mare da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, riaprirà subito e l'Iran potrà vendere il suo greggio senza sanzioni. Il testo prevede che per le navi commerciali non ci sia "alcun pedaggio per 60 giorni soltanto". Con il procedere dei negoziati gli asset iraniani verrebbero scongelati gradualmente e trasferiti alla Banca centrale iraniana, le sanzioni rimanenti verrebbero rimosse a patto che l'Iran rispetti gli impegni e verrebbe creato un fondo di investimento da 300 miliardi di dollari, finanziato in gran parte, secondo gli Stati Uniti, dai paesi del Golfo Persico.
L'accordo è stato annunciato domenica ma non è stato reso pubblico, su richiesta dell'Iran. In cambio del sollievo economico, Teheran si è impegnata a non dotarsi di un'arma nucleare, un impegno già preso molte volte in passato. Le questioni più delicate, a partire dai dettagli sul programma nucleare, sono state rinviate ai due mesi di trattativa che seguiranno, quando la pressione militare sull'Iran si è ormai allentata.
In una mossa inattesa, Trump ha firmato il memorandum mercoledì sera durante una cena alla reggia di Versailles, vicino a Parigi, sorprendendo alcuni dei suoi collaboratori. "L'ho firmato a Versailles. Appena firmato", ha detto. Aveva già apposto la firma digitale al documento, articolato in 14 punti, domenica. Poche ore prima aveva detto che l'intesa non era abbastanza importante da richiedere la sua firma e che avrebbe lasciato il compito al vicepresidente JD Vance. Anche il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha firmato.
I colloqui nucleari tra le due parti si terranno comunque a Lucerna, in Svizzera, da venerdì a domenica. Per gli Stati Uniti parteciperanno Vance e gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, con mediatori di Pakistan e Qatar. Scherzando, il presidente ha detto che affidando a Vance la firma e i negoziati il vice si prenderà parte della colpa in caso di fallimento: "Se funziona, mi prendo io il merito. Se non funziona, do la colpa a JD".
Trump ha minacciato nuovi attacchi se l'Iran non rispetterà i patti: "Se non onorano l'accordo, probabilmente torneremo a bombardarli finché non lo faranno. È incredibile cosa possono fare le bombe". Ha liquidato anche la mancanza di meccanismi che obblighino Teheran a rispettare l'intesa: "Cos'altro dovrei fare? Dire che vi porto in tribunale?". L'accordo è considerato la più grande scommessa di politica estera del suo secondo mandato, perché il presidente punta sul fatto che il regime iraniano sceglierà il progresso economico al posto dello sviluppo nucleare.
Falchi anti-iraniani come l'ex vicepresidente Mike Pence e l'ex ambasciatrice alle Nazioni Unite Nikki Haley hanno criticato la nuova linea, mentre alcuni tra gli avversari più aspri di Trump l'hanno applaudita. Christian Whiton, ex consulente del Dipartimento di Stato sotto George W. Bush e nel primo mandato di Trump, ha detto che il presidente sta facendo "molte delle cose che aveva criticato a Obama".
Il riferimento è all'accordo del 2015 con cui gli Stati Uniti di Barack Obama e altre potenze avevano limitato il programma nucleare iraniano in cambio della rimozione delle sanzioni. Trump e i repubblicani lo avevano attaccato proprio per il sollievo economico concesso a Teheran, che a loro dire finiva per finanziare le milizie filo-iraniane e il terrorismo.
Il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz si è opposto con forza all'idea di restituire i fondi: "La storia ci insegna che dare miliardi di dollari a lunatici teocratici che vogliono ucciderci non è una buona idea". Il National Iranian American Council, organizzazione della diaspora iraniana negli Stati Uniti, ha invece accolto con favore le parole del presidente, definendo le misure dell'accordo non concessioni ma "correzioni" di una politica di coercizione fallita.
Nella stessa conferenza Trump ha criticato Israele, alleato degli Stati Uniti, per la sua campagna in Libano. Pur riconoscendo il diritto del paese a difendersi, ha detto che a volte è stato troppo pesante: "Penso che potrebbero fare meglio con Hezbollah", il gruppo militare libanese filo-iraniano. "Quando due droni vengono lanciati nel deserto e cadono senza fare danni, non c'è bisogno di abbattere palazzi a Beirut".
Stati Uniti e Israele avevano lanciato i raid sull'Iran il 28 febbraio. Da allora Israele ha combattuto Hezbollah in Libano e occupato ampie porzioni del paese. Con il procedere dei negoziati Trump si è infuriato per gli attacchi israeliani su Beirut, temendo che potessero far saltare l'intesa, e alla fine ha deciso di chiudere il conflitto anche a costo di limitare le opzioni di Israele in Libano.
In Israele l'intesa ha scatenato una rabbia trasversale, diretta contro il primo ministro Benjamin Netanyahu, come ha raccontato l'Associated Press. I critici sostengono che abbia trascinato Trump nella guerra promettendo più di quanto il conflitto potesse ottenere e che ora il presidente stia tirando fuori Israele prima che il paese si senta pronto. L'ex primo ministro Ehud Barak, rivale di Netanyahu, ha detto all'emittente pubblica israeliana che "l'Iran ne esce più forte, Israele più debole".
Yair Lapid, che sfiderà Netanyahu alle elezioni d'autunno, ha definito l'accordo "uno dei più clamorosi fallimenti della politica estera e di sicurezza di Israele". Netanyahu ha replicato che continuerà a impedire all'Iran di ottenere armi nucleari "con o senza accordo" e ha rivendicato di non aver ceduto alla richiesta iraniana di un ritiro israeliano dal Libano. Sul fronte opposto, esponenti della sua coalizione come il ministro ultranazionalista per la Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir chiedono di proseguire la campagna in Libano fino allo smantellamento di Hezbollah.
Il presidente francese Emmanuel Macron, padrone di casa del vertice, ha appoggiato l'intesa definendola "necessaria", pur ammettendo che non risolve ogni problema, a partire dalla questione nucleare, e che resta il rischio di un collasso. L'accordo infatti non scioglie i nodi che hanno acceso la guerra: il programma nucleare iraniano, i missili e il sostegno di Teheran alle milizie della regione. Su questi punti si misureranno i sessanta giorni di trattativa.