Trump va a Pechino, Xi lo accoglie da posizione di forza
Il presidente americano cerca l'aiuto cinese per sbloccare lo Stretto di Hormuz mentre Pechino punta su tecnologia, Taiwan e allentamento delle restrizioni sui chip. Con lui 17 manager, tra cui Musk e Cook.
Donald Trump arriverà oggi, mercoledì 13 maggio, a Pechino per un vertice di due giorni con Xi Jinping, la prima visita di un presidente americano in Cina dal 2017. L'appuntamento, originariamente previsto per il 31 marzo, era stato rinviato di sei settimane a causa della guerra contro l'Iran scatenata da Stati Uniti e Israele, le cui conseguenze l'amministrazione Trump fatica a gestire. Il cessate il fuoco, secondo le parole dello stesso presidente lunedì, è "sotto respirazione assistita".
Il contesto in cui Trump si presenta a Pechino appare svantaggioso. Phil Gordon, analista della Brookings Institution ed ex consigliere diplomatico della vicepresidente Kamala Harris, ha riassunto la situazione su X scrivendo che il presidente americano arriverà in Cina con un'economia sotto pressione, sondaggi in calo, prospettive negative per le elezioni di metà mandato, scorte di munizioni chiave esaurite e mezzi militari trasferiti dall'Indo-Pacifico al Medio Oriente, umiliato da una potenza di terz'ordine mentre affronta una potenza di primo piano. La Casa Bianca presenta la visita come un'occasione per fare pressione sulla Cina affinché sfrutti la sua relazione con Teheran. Venerdì 8 maggio gli Stati Uniti hanno annunciato sanzioni contro nove aziende e cittadini di Cina continentale e Hong Kong, accusati di aver fornito componenti per i missili iraniani e immagini satellitari usate per colpire gli interessi americani nel Golfo Persico.
La Cina assorbe meglio degli Stati Uniti la crisi energetica generata dal blocco dello Stretto di Hormuz grazie al carbone, principale fonte energetica del Paese, agli investimenti nelle rinnovabili e alle ingenti riserve di idrocarburi accumulate proprio per prevenire questo tipo di rischi. Le vendite cinesi di auto elettriche e batterie crescono nel mondo proprio per il panico sugli approvvigionamenti petroliferi. Resta tuttavia molto esposta in caso di recessione globale, essendo la prima potenza esportatrice mondiale. La commissione congressuale americana U.S.-China Economic and Security Review Commission ha calcolato che gli acquisti cinesi rappresentano circa il 90 per cento del petrolio esportato dall'Iran.
Pechino ha mostrato di non voler intervenire direttamente. Il 6 maggio il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è stato ricevuto a Pechino dall'omologo Wang Yi, che ha sollecitato la riapertura dello stretto attribuendo però la richiesta alla "comunità internazionale" e non agli Stati Uniti. Henrietta Levin, senior fellow del Center for Strategic and International Studies di Washington, ha dichiarato alla CBS che la Cina non ha alcun interesse a risolvere i problemi che gli Stati Uniti si sono creati in Medio Oriente. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha invece dichiarato a Fox News che acquistando petrolio iraniano Pechino finanzia il terrorismo e ha chiesto alla Cina di intervenire diplomaticamente.
Il commercio resta il dossier centrale. La guerra dei dazi avviata nella primavera 2025 aveva portato le tariffe americane sulle merci cinesi fino al 145 per cento, con risposte simmetriche da parte di Pechino, incluse restrizioni sulle esportazioni di terre rare. A ottobre 2025, durante un incontro in Corea del Sud, i due presidenti avevano siglato una tregua estesa di un anno: la Cina si era impegnata ad acquistare soia dagli agricoltori americani, gli Stati Uniti avevano ridotto i dazi di oltre la metà. A febbraio la Corte Suprema ha censurato in parte i dazi reciproci imposti dalla Casa Bianca, contribuendo a una certa stabilizzazione. La Cina ha intanto introdotto in aprile nuove norme per identificare e contrastare le misure straniere rivolte contro le sue aziende, ordinando per esempio a una raffineria che acquistava greggio iraniano di ignorare le sanzioni americane.
Tra i leve negoziali cinesi spicca il quasi monopolio sulle terre rare, materiali indispensabili per qualsiasi prodotto, dagli smartphone ai caccia. Pechino ha imposto un nuovo requisito di permessi per l'esportazione che può inasprire in qualsiasi momento. Trump è accompagnato da 17 dirigenti d'azienda, tra cui Elon Musk (Tesla, SpaceX), Tim Cook (Apple), Kelly Ortberg (Boeing) e il fondatore di Nvidia Jensen Huang. La presenza di questa delegazione lascia presagire annunci su acquisti cinesi di aerei Boeing, prodotti energetici come petrolio e gas naturale, e probabilmente nuove forniture agricole.
Sul fronte tecnologico, Pechino punta a un ulteriore allentamento delle restrizioni americane sulla vendita di chip avanzati per l'intelligenza artificiale. Washington ha autorizzato a gennaio la vendita dei secondi migliori processori di Nvidia. Huang ha sostenuto presso l'amministrazione che vendere i chip alle aziende cinesi creerebbe dipendenza dalla tecnologia americana. Zhao Minghao, esperto di relazioni internazionali dell'università Fudan, ha osservato in dichiarazioni scritte all'Associated Press che l'atteggiamento cinese è cambiato in modo sottile e ora il governo sembra più concentrato sullo sviluppo dell'industria nazionale dei chip che sulla dipendenza dai semiconduttori americani.
Taiwan rappresenta il dossier più delicato. Pechino vuole spingere gli Stati Uniti a passare dalla formula "non sostengono" l'indipendenza dell'isola alla formula "si oppongono" all'indipendenza, una differenza sottile ma che vincolerebbe anche le amministrazioni future. A dicembre 2025 Washington aveva annunciato un pacchetto di vendite di armi a Taipei da 11,1 miliardi di dollari, comprendente missili anti-veicoli blindati e droni. Un secondo pacchetto è stato congelato per non compromettere il vertice. Durante una telefonata di febbraio Xi aveva definito Taiwan "la questione più importante" tra i due Paesi e aveva invitato Trump ad affrontarla "con prudenza". Lunedì, interrogato sulla prosecuzione delle vendite di armi all'isola, Trump ha risposto che ne avrebbe discusso con Xi, aggiungendo che il presidente cinese preferirebbe che non lo facesse. Levin ha dichiarato alla CBS che Taiwan è il perno dell'economia globale moderna, dato che ospita le principali capacità produttive di semiconduttori al mondo, e che senza l'isola non esisterebbe la rivoluzione dell'intelligenza artificiale.
Il programma del vertice è essenziale. I due leader avranno colloqui giovedì al Palazzo del Popolo, con una possibile visita al Tempio del Cielo e un banchetto serale, prima di un ultimo incontro venerdì mattina. Non è prevista una dichiarazione comune. La Casa Bianca ha fatto sapere domenica che si discuterà anche della creazione di un nuovo "Board of Trade" per mantenere aperto il dialogo economico. Trump ha citato pubblicamente lunedì il caso del magnate dell'editoria hongkonghese Jimmy Lai, condannato a febbraio a vent'anni di carcere.
Wu Xinbo, decano del Centro di studi internazionali dell'università Fudan di Shanghai, ha osservato a Le Monde che dopo il conflitto con l'Iran Trump ci penserà due volte prima di impegnarsi in un conflitto all'estero, in particolare in Asia-Pacifico, e che questo rappresenta una buona notizia per la Cina. Jon Czin, esperto della Brookings Institution ed ex coordinatore della politica cinese del Consiglio di sicurezza nazionale sotto l'amministrazione precedente, ha dichiarato a Le Monde che Pechino cerca con questo vertice e con ogni interazione di quest'anno di guadagnare tempo, spazio e margine per rafforzarsi prima del prossimo scontro, anticipando il ritorno a un approccio americano molto più duro nei propri confronti. Xi è atteso negli Stati Uniti in autunno.
Henrietta Levin ha sintetizzato alla CBS la differenza strategica tra le due parti: gli Stati Uniti puntano ad accordi commerciali rapidi e ristretti, con impatto concreto, che il presidente possa annunciare in un comunicato stampa o su Truth Social, mentre la Cina si concentra su questioni strategiche le cui risposte plasmeranno il futuro dell'Asia del XXI secolo.