Perché Obama è stato un presidente di successo

L'eredità del 44esimo presidente americano resta solida su politica interna, con risultati paragonabili a quelli di Lyndon Johnson, mentre sulla politica estera il bilancio è più contraddittorio.

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Perché Obama è stato un presidente di successo
Official White House Photo by Pete Souza

L'Amministrazione Obama, nonostante le critiche provenienti da destra e sinistra, ha prodotto risultati concreti su politica interna paragonabili a quelli dei grandi presidenti democratici del Novecento. È la tesi sostenuta da Noah Smith, economista americano ed editorialista.

Il punto di partenza dell'analisi è un paradosso. Secondo i sondaggi Gallup, Obama resta molto più popolare di Trump, Biden, Bush o Clinton. Eppure tra gli appassionati di politica iperimpegnati le critiche all'ex presidente sono trasversali: i progressisti lo accusano di non essere stato l'eroe di sinistra dei loro sogni, i liberali moderati di non aver costruito le fondamenta di un successo elettorale duraturo per i democratici, i conservatori di essere stato il responsabile di tutti i mali americani dal 2008 in poi.

Smith definisce le critiche della destra americana come le più irrazionali. Sostiene che l'amministrazione Obama "è stata probabilmente la più scrupolosamente pulita della storia americana, l'esatto opposto di quella di Trump". Contesta anche l'idea diffusa negli ambienti conservatori che Obama sia un sostenitore della cultura woke, ricordando che nel 2019 l'ex presidente criticava la cancel culture, nel 2020 attaccava lo slogan "defund the police" e nel 2021 era tornato a criticare il wokismo.

Il cuore dell'analisi riguarda i risultati concreti della presidenza Obama, soprattutto sul fronte interno. Obama ereditò una situazione difficilissima: la crisi finanziaria del 2008 e l'inizio della peggiore recessione economica dalla Grande Depressione. La risposta fu l'American Recovery and Reinvestment Act, un pacchetto di stimolo fiscale che, secondo i dati della Brookings Institution citati nell'articolo, fu in percentuale del PIL più grande di qualsiasi cosa stessero facendo gli altri paesi ricchi. Smith afferma che "la maggior parte dei ricercatori che hanno esaminato la questione ha concluso che l'ARRA ha salvato milioni di posti di lavoro".

I numeri del confronto storico sono significativi. La disoccupazione raggiunse il 25 per cento nel 1933, mentre nel 2009-2010 disoccupazione e sottoccupazione combinate toccarono solo il 17 per cento. Bastarono sei o sette anni per recuperare il calo del PIL pro capite causato dalla crisi del 2008, contro gli undici anni necessari dopo la Grande Depressione. Smith attribuisce parte del merito anche alla Federal Reserve, ma sostiene che "la coraggiosa azione fiscale di Obama è parte del motivo per cui abbiamo avuto un mezzo decennio perso invece di un decennio perso".

Il secondo grande successo individuato dall'economista è l'Affordable Care Act, noto come Obamacare. Smith lo descrive come "il più significativo e ampio intervento di riforma sanitaria dai tempi di Medicaid nel 1965". La riforma si ispirò al cosiddetto modello Bismarck, che garantisce copertura universale attraverso assicuratori pubblici o privati, e più direttamente alla riforma sanitaria di Mitt Romney quando era governatore del Massachusetts. Smith riconosce anche i limiti della legge: non è riuscita a contenere la traiettoria al rialzo dei costi sanitari e ha lasciato comunque il 10-11 per cento degli americani senza assicurazione. Tuttavia sottolinea che la riforma "ha guadagnato popolarità negli anni successivi alla sua entrata in vigore".

Il terzo pilastro dell'eredità obamiana è il Dodd-Frank Act del 2010, la legge che ha trasformato la regolamentazione finanziaria americana. La normativa ha creato nuove agenzie governative, tra cui il Financial Stability and Oversight Council, l'Orderly Liquidity Authority, l'Office of Financial Research e il Consumer Financial Protection Bureau. Ha inoltre introdotto la cosiddetta regola Volcker, che vieta molti tipi di trading proprietario alle banche di importanza sistemica. Lo shock pandemico ha rappresentato secondo Smith un test importante per il Dodd-Frank: non si è verificata "nessuna grande ondata di insolvenze sui prestiti bancari" e le banche hanno continuato a prestare regolarmente. La creazione di nuove imprese, temuta come possibile vittima della nuova regolamentazione, ha invece iniziato a crescere dopo l'entrata in vigore della legge e ha avuto un picco durante la pandemia.

Una sezione dell'analisi è dedicata alle azioni esecutive intraprese dopo la vittoria del Tea Party alle elezioni di midterm del 2010, che resero impossibile far passare ulteriori grandi leggi. Nel 2012 Obama creò il programma Deferred Action for Childhood Arrivals (DACA), che ha protetto dall'espulsione "centinaia di migliaia di persone" portate illegalmente in America da bambini. Nel secondo mandato lanciò il Clean Power Plan, che ordinava agli Stati di ridurre le emissioni di carbonio. Il piano fu annullato da Trump dopo pochi anni, ma secondo Smith "probabilmente ha spinto gli Stati a iniziare a guardare con più attenzione all'energia solare ed eolica".

Sul fronte della politica estera il giudizio è più sfumato. Smith riconosce i successi nella guerra al terrorismo: l'uccisione di Osama bin Laden, il ritiro dall'Iraq, la riduzione della presenza in Afghanistan e la sconfitta dell'ISIS. Più critico il bilancio sulla Primavera araba e sui conflitti che ne seguirono, anche se l'economista sostiene di "non essere convinto che Obama potesse fare molto di più", dato che "l'appetito americano per ulteriori avventure militari in Medio Oriente era nullo".

Le critiche più severe di Smith riguardano la gestione delle grandi potenze rivali. "La debole risposta di Obama al sequestro russo del territorio ucraino ha finito per incoraggiare ulteriore avventurismo di Putin e ha portato all'attuale guerra catastrofica", scrive. Sulla Cina, l'economista sostiene che Obama "rifiutò di riconoscere l'importanza dell'ascesa di Xi Jinping e della concomitante svolta aggressiva e nazionalista del paese", restando "eccessivamente affezionato alla fallita idea clintoniana che l'engagement avrebbe reso la Cina più progressista". Il pivot verso l'Asia arrivò, secondo Smith, "troppo poco e troppo tardi".

La conclusione dell'economista è che Obama "ha fatto grandi progressi sui problemi che ha ereditato da Bush: un settore finanziario devastato, un'economia in collasso, un gran numero di persone non assicurate e una minaccia islamista ancora spaventosa". Obama viene definito "un presidente da crisi" che "ha respinto la crisi". L'amarezza dei progressisti viene attribuita alle loro "aspettative gonfiate" del 2008, quando agli stadi pieni dei comizi tutti parlavano di come Obama avrebbe cambiato tutto.

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