Trump respinge la controproposta iraniana

Teheran chiede risarcimenti di guerra, fine delle sanzioni e sovranità sullo Stretto di Hormuz. Il presidente americano definisce l'offerta "totalmente inaccettabile". Il petrolio sale di quasi il 5%.

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Trump respinge la controproposta iraniana
Official White House Photo by Molly Riley

Il presidente Donald Trump ha respinto la controproposta iraniana per porre fine alla guerra in Medio Oriente, definendola "totalmente inaccettabile" e prolungando uno stallo che dura da dieci settimane e che ha bloccato lo Stretto di Hormuz, sconvolgendo i mercati energetici globali. "Ho appena letto la risposta dei cosiddetti rappresentanti dell'Iran. Non mi piace, totalmente inaccettabile", ha scritto Trump in un post su Truth Social, usando le maiuscole per enfatizzare il rifiuto. In una breve telefonata con Axios, il presidente ha aggiunto: "Non mi piace la loro lettera. È inappropriata".

La controproposta di Teheran, trasmessa attraverso mediatori pakistani, chiede risarcimenti di guerra, piena sovranità sullo Stretto di Hormuz, la fine delle sanzioni americane e il rilascio dei beni iraniani congelati. Secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa iraniana Tasnim, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, il testo iraniano insiste sulla necessità di revocare le sanzioni statunitensi sulla vendita di petrolio iraniano e di porre fine al blocco navale americano dei porti iraniani al momento della firma. La proposta mantiene il formato di un memorandum d'intesa iniziale seguito da trenta giorni di negoziati, durante i quali si proverebbe a raggiungere un accordo complessivo.

Il Wall Street Journal ha scritto che l'Iran ha respinto le richieste americane sul programma nucleare e sulle scorte di uranio altamente arricchito. Teheran ha proposto negoziati separati e ha offerto di diluire parte del proprio uranio altamente arricchito, trasferendone il resto in un paese terzo, con la clausola che il materiale tornerebbe in Iran se Washington dovesse uscire da un eventuale accordo. L'Iran avrebbe accettato di sospendere l'arricchimento, ma per un periodo inferiore alla moratoria di vent'anni proposta dagli Stati Uniti, e ha rifiutato di smantellare le proprie installazioni nucleari.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha mantenuto un tono di sfida mentre i negoziati proseguivano. "Non chineremo mai la testa davanti al nemico, e se si parla di dialogo o negoziato, non significa né resa né arretramento", ha scritto su X. Il portavoce dell'esercito iraniano, il generale di brigata Mohammad Akraminia, ha dichiarato all'agenzia IRNA che eventuali nuovi errori di calcolo degli avversari sarebbero accolti con "opzioni sorprendenti", portando il conflitto in aree "che il nemico non ha previsto". Il nuovo Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, che non è apparso pubblicamente dall'inizio del conflitto, ha emesso nuove direttive per le operazioni militari, secondo quanto riferito dall'emittente di stato senza ulteriori dettagli.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in un'intervista a 60 Minutes della CBS, ha affermato che la guerra non è finita perché "c'è ancora del lavoro da fare". L'Iran non ha consegnato il proprio uranio arricchito né smantellato i siti di arricchimento, ha aggiunto Netanyahu, e continua a sostenere i propri alleati regionali e a sviluppare il programma missilistico balistico. Il premier israeliano ha condizionato la fine delle ostilità al ritiro dell'uranio altamente arricchito dal territorio iraniano. Secondo Rafael Grossi, direttore generale dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, l'uranio altamente arricchito iraniano si trova ancora con grande probabilità nei tunnel del complesso nucleare di Isfahan, nonostante i bombardamenti americano-israeliani. L'Iran possiede 440,9 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, una soglia tecnica vicina al 90% necessario per la fabbricazione di armi nucleari.

Gli Stati Uniti e Israele hanno avviato attacchi coordinati contro l'Iran il 28 febbraio. Teheran ha risposto con attacchi contro Israele e contro i paesi arabi alleati di Washington, chiudendo lo Stretto di Hormuz, da cui transita un quinto della fornitura mondiale di petrolio. Trump ha dichiarato un cessate il fuoco indefinito il mese scorso, comunicando al Congresso che le ostilità erano state "terminate", anche se nello Stretto è continuato un confronto teso e diversi paesi del Golfo hanno denunciato attacchi di droni iraniani negli ultimi giorni. Durante il fine settimana gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato due droni provenienti dall'Iran, il Qatar ha condannato un attacco a una nave cargo nelle sue acque, mentre il Kuwait ha riferito di droni ostili entrati nel proprio spazio aereo.

I mercati hanno reagito al fallimento delle trattative con un forte rialzo del greggio. I future sul West Texas Intermediate con consegna a giugno sono saliti del 4,96% a 100,3 dollari al barile, mentre il Brent con consegna a luglio è salito del 4,92% a 105,76 dollari al barile. Una petroliera qatariota di GNL ha attraversato lo Stretto domenica per la prima volta dall'inizio della guerra, un passaggio approvato dall'Iran per costruire fiducia con Qatar e Pakistan, ma l'apertura simbolica ha fatto poco per allentare le preoccupazioni del mercato. Christopher Wong, stratega valutario di OCBC Bank, ha dichiarato a CNBC che "il petrolio è rimasto molto sensibile ai titoli, con i mercati sospesi tra le speranze di de-escalation e il rischio che gli scontri sporadici mantengano un premio di rischio energetico".

Lo stallo irrisolto pesa sul vertice tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping, in programma a Pechino dal 13 al 15 maggio, dove la guerra con l'Iran sarà al centro dei colloqui. Washington ha cercato di spingere Pechino a fare pressione su Teheran perché riapra lo Stretto, anche se non è chiaro quanto la Cina sia disposta a esercitare tale pressione. Ben Emons, direttore generale di Fed Watch Advisors, ha previsto come scenario di base una "distensione gestita con risultati potenzialmente limitati", probabilmente nella forma di un linguaggio congiunto vago sulla de-escalation. La Cina condivide con Washington l'interesse a uno Stretto stabile, ha aggiunto Emons, ma non può apparire come un attore che fa concessioni a danno della propria collaborazione con Teheran. La scorsa settimana Pechino ha ospitato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il capo della diplomazia cinese Wang Yi ha riaffermato la "partnership strategica" tra i due paesi, esortando però Teheran a perseguire una soluzione diplomatica.

Sul fronte europeo, i ministri della Difesa francese e britannico copresiederanno martedì una riunione in videoconferenza con gli omologhi dei paesi disposti a contribuire a una missione per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz. Una quarantina di paesi sono coinvolti nella definizione dei contributi militari. Londra ha annunciato il prepiazzamento in Medio Oriente del cacciatorpediniere HMS Dragon, mentre Parigi ha inviato la portaerei Charles-de-Gaulle nel Golfo. Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha avvertito che la presenza di navi da guerra francesi e britanniche nello Stretto sarebbe accolta con una "risposta decisa e immediata", definendo lo Stretto "una via d'acqua sensibile vicina a Stati costieri" su cui solo l'Iran detiene il diritto sovrano di definirne lo statuto. Il presidente francese Emmanuel Macron, in conferenza stampa a Nairobi, ha replicato che la Francia non ha "mai considerato" un dispiegamento militare nello Stretto, ma una missione di sicurezza "concertata con l'Iran" per garantire la libertà di navigazione.

Le operazioni israeliane in Libano hanno provocato oltre 2.846 morti e 8.693 feriti tra il 2 marzo e il 10 maggio, secondo l'ultimo bilancio del ministero della Salute libanese. L'esercito israeliano ha affermato di aver colpito nel fine settimana più di quaranta obiettivi di Hezbollah. Il senatore repubblicano Lindsey Graham della South Carolina ha scritto su X che Trump dovrebbe ora considerare un'azione militare, citando gli attacchi al traffico marittimo internazionale e contro gli alleati statunitensi nella regione.

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