A poco più di un mese dalle midterm, un numero crescente di candidati repubblicani sta prendendo le distanze dal presidente Donald Trump. Secondo un'analisi di David A. Graham pubblicata sull'Atlantic, però, è una strategia che raramente funziona: nella storia recente, i parlamentari del partito del presidente che hanno provato a smarcarsi da lui hanno perso comunque, travolti dall'ondata contraria.
I casi si sono moltiplicati negli ultimi dieci giorni. La deputata della Florida Maria Elvira Salazar, eletta in un collegio che Trump aveva vinto di 15 punti nel 2024, ha diffuso uno spot che critica la politica sull'immigrazione dell'amministrazione e dice che gli elettori ispanici si sentono "traditi". Byron Donalds, candidato repubblicano a governatore della Florida, ha tolto dal suo sito quasi tutti i riferimenti a Trump, nonostante la sua carriera si sia costruita sulla fedeltà al presidente. Mike Rogers in Michigan e Ashley Hinson in Iowa, entrambi candidati al Senato, chiedono la fine della guerra in Iran. Tom Tiffany, candidato a governatore del Wisconsin, ha cambiato idea all'improvviso e ora riconosce che Joe Biden ha vinto le presidenziali del 2020.
Per Graham queste prese di distanza dicono due cose. La prima riguarda le informazioni che i candidati ricevono in privato sull'impopolarità del presidente e sul peso che ha sulle loro campagne. La seconda è la loro rarità: negli ultimi anni le critiche pubbliche a Trump da parte dei repubblicani sono state quasi inesistenti, qualunque cosa facesse il presidente.
Il contesto spiega il fenomeno. Il partito del presidente perde quasi sempre seggi alle elezioni di metà mandato (le midterm, appunto), per un effetto pendolo che riporta gli elettori verso l'opposizione. Quest'anno i repubblicani partono ancora più svantaggiati, perché Trump è arrivato a questo appuntamento con un gradimento storicamente basso, peggiore anche di quello del 2018, quando i democratici conquistarono la Camera. Pesano l'inflazione che non scende e la guerra in Iran, che la sta aggravando senza produrre risultati.
Secondo Graham lo schema si ripete quasi ogni quattro anni. Nel 1994 molti democratici provarono a dissociarsi da Bill Clinton, nel 2006 i repubblicani si allontanarono da George W. Bush, nel 2010 e nel 2014 i democratici evitarono Barack Obama. Le uniche eccezioni sono state il 1998, segnato dall'impeachment di Clinton, e il 2002, quando Bush godeva ancora del consenso seguito all'11 settembre. Anche nel 2018 alcuni repubblicani cercarono di separarsi da Trump, che invece chiedeva agli elettori di votare come se il suo nome fosse sulla scheda. Dopo la sconfitta, il presidente attribuì la colpa proprio a chi si era smarcato.
I casi riusciti sono pochi e marginali. Nel 2010 il democratico Joe Manchin, candidato al Senato in West Virginia, girò uno spot in cui sparava con un fucile contro una legge sulle emissioni sostenuta da Obama e vinse. Manchin però poteva contare su anni di credibilità come governatore centrista.
Nel complesso questi tentativi non cambiano il risultato. I parlamentari più schierati tendono a rappresentare collegi sicuri e sopravvivono anche alle ondate più forti. I moderati che prendono le distanze dal presidente, invece, occupano più spesso seggi contesi e sono i primi a cadere. Secondo Graham è anche per questo che pochi repubblicani hanno criticato Trump negli ultimi otto anni: chi lo aveva fatto ha perso il seggio nel 2018, perché la distanza presa non era bastata a compensare la reazione degli elettori contro il presidente.
Su alcuni dei temi in cui i candidati si smarcano, il Partito Repubblicano nel suo insieme è allineato con Trump. Se il partito mantenesse il controllo del Congresso, qualche critico isolato non basterebbe a cambiare la linea. Hinson chiede la fine della guerra in Iran, ma ha votato più volte contro le misure per limitarla, l'ultima la settimana scorsa. I leader repubblicani di Camera e Senato, inoltre, hanno cercato di aggirare le risoluzioni che chiedevano di chiudere il conflitto e si sono opposti a qualsiasi limite ai poteri della Casa Bianca.
Lo stesso vale per l'immigrazione, il tema su cui Trump ha costruito la sua carriera politica negli ultimi dieci anni e che sta più a cuore alla sua base. I repubblicani della Camera non hanno mostrato alcun interesse a frenarlo. Salazar ha detto alla trasmissione Face the Nation che il presidente era stato "molto ricettivo" al suo messaggio, ma Trump ha risposto ai giornalisti: "Io sono molto duro sui confini e lei no".
Per Graham, al di là delle minacce di Trump di interferire con il voto, la dinamica di questa campagna è piuttosto normale. Quasi tutti gli indicatori dicono che i democratici conquisteranno la Camera: resta da capire con quale margine e se riusciranno a prendere anche il Senato. In questo quadro molti repubblicani possono fare poco per salvarsi. E poiché Trump con ogni probabilità darà comunque la colpa ai candidati sconfitti, hanno sempre meno motivi per trattenere le critiche.
