Marco Rubio a Pechino: la metamorfosi del falco anti-Cina di Trump

Il Segretario di Stato, che da senatore era tra i critici più duri di Pechino, ha accompagnato Trump nella sua visita in Cina. Le sanzioni del 2020 che gli vietano l'ingresso nel Paese sono state aggirate con una formula diplomatica.

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Marco Rubio a Pechino: la metamorfosi del falco anti-Cina di Trump
Official State Department photo by Freddie Everett

Nel corso della visita di Stato di Trump a Pechino, anche Marco Rubio ha incontrato Xi Jinping a Pechino nonostante dal 2020 sia sanzionato dal governo cinese e gli fosse stato formalmente vietato l'ingresso nel Paese. Il Segretario di Stato americano, che da senatore della Florida era stato tra i critici più duri del Partito comunista cinese, ha accompagnato il presidente nella sua prima visita in Cina del suo secondo mandato.

Davanti alla Grande Sala del Popolo, Rubio ha salutato Xi con cordialità, senza sorridere. All'interno è apparso colpito dalla solennità del luogo, indicando più volte con un sorriso l'altezza del soffitto. Era la stessa istituzione che meno di 18 mesi fa aveva descritto come "l'avversario quasi pari più potente e pericoloso che questa nazione abbia mai affrontato".

Pechino ha risolto il problema delle sanzioni con una formula diplomatica costruita su misura. Liu Pengyu, portavoce dell'ambasciata cinese a Washington, ha spiegato al New York Times che le misure restrittive riguardavano "le azioni e la retorica di Rubio quando ha prestato servizio come senatore degli Stati Uniti", non il suo attuale incarico nell'Amministrazione Trump.

La disciplina del Segretario di Stato

Entrato nell'Amministrazione Trump con la reputazione di principale falco anti-Cina del Partito Repubblicano, Rubio si è progressivamente allineato a una linea più accomodante su richiesta di Trump. A NBC News ha spiegato così il cambiamento: "Sono il responsabile della diplomazia americana e applico la politica estera del presidente". Trump, da parte sua, ha più volte espresso ammirazione per il presidente cinese Xi Jinping e ha insistito sulla necessità di costruire relazioni solide tra le due potenze.

Il presidente americano ha mostrato entusiasmo per tutta la durata della visita. Venerdì, durante un tè con Xi, ha definito la visita come "incredibile" e ha rivendicato "fantastici accordi commerciali, eccezionali per entrambi i Paesi". Xi, ha aggiunto Trump, è "un uomo che rispetto molto".

Rubio ha invece mantenuto un profilo più sobrio. Sempre nella intervista a NBC ha sostenuto che gli Stati Uniti devono ricostruire la propria manifattura industriale e ha avvertito che ai cinesi "questo non piacerà, perché vogliono dominare quei settori". Ha inoltre confermato la linea contraria alla vendita a Pechino di alcuni semiconduttori avanzati e ribadito che Washington non accetterà "alcun cambiamento forzato dello status quo" su Taiwan, l'isola di fatto indipendente che il Partito Comunista Cinese punta a controllare.

Tra fermezza residua e realpolitik

In pubblico, oggi Rubio insiste sulla possibile cooperazione tra i due Paesi. "Nelle aree dove possiamo trovare una cooperazione reciproca, penso che possiamo farlo", afferma. Intanto, però, il Dipartimento di Stato da lui guidato continua a sanzionare aziende cinesi attive in diversi Paesi. Anche "China House", l'ufficio interno incaricato di coordinare la strategia verso Pechino, prosegue il lavoro su una linea pensata per contenere l'influenza globale del Partito Comunista Cinese.

A dicembre Washington aveva annunciato un pacchetto da 11 miliardi di dollari per la vendita di armi a Taiwan, provocando l'irritazione di Pechino. Alla vigilia del summit, però, il Dipartimento non ha dato seguito a un secondo pacchetto da 13 miliardi già approvato dal Congresso, nonostante le pressioni esercitate sulla Casa Bianca.

La distanza rispetto al Rubio senatore resta comunque evidente. Nell'agosto 2015, durante la corsa per la nomination repubblicana poi vinta da Trump, accusò l'allora presidente democratico Barack Obama di appeasement verso la Cina e chiese che la Casa Bianca non "stendesse il tappeto rosso" per Xi Jinping in occasione della sua visita a Washington. Ora è stato proprio lo stesso Rubio a partecipare, in prima persona, al banchetto di Stato a Pechino.

Da senatore Rubio aveva sostenuto le proteste di Hong Kong nel 2019, promosso leggi per accelerare la vendita di armi a Taiwan e guidato l'approvazione delle norme che imponevano sanzioni ai funzionari cinesi ritenuti responsabili della repressione degli uiguri nello Xinjiang, definita da lui "crimini contro l'umanità e genocidio". Fu proprio in risposta a quelle iniziative che Pechino impose le sanzioni personali contro Rubio che ora sono state accantonate. Per Rubio, il viaggio a Pechino segna così il punto più visibile della sua trasformazione: da avversario ideologico della Cina a esecutore disciplinato della realpolitik di Trump.

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