I Dem alla ricerca di un'identità dopo la sconfitta del 2024
Rob Flaherty, ex vicedirettore della campagna di Kamala Harris, ha pubblicato sul Bulwark un'analisi sulle cause della sconfitta democratica e su cosa serve per ricostruire il partito in vista del 2028.
Il Comitato Nazionale Democratico americano aveva commissionato nel 2025 un rapporto per analizzare le ragioni della sconfitta alle presidenziali del 2024, ma quel documento non è mai stato reso pubblico. Rob Flaherty, vicedirettore della campagna di Kamala Harris e responsabile della parte digitale, ha pubblicato sul Bulwark un'analisi dettagliata che ricostruisce errori, limiti e prospettive del Partito Democratico americano. Secondo Flaherty, il rapporto ufficiale non sarebbe mai uscito perché chi doveva redigerlo non è riuscito a portarlo a termine, producendo solo un riassunto sommario di interviste condotte senza coinvolgere davvero lo staff della campagna né i grandi finanziatori.
Il punto centrale dell'analisi è che i democratici hanno perso perché non avevano un marchio politico riconoscibile. Per marchio Flaherty non intende il logo o gli aspetti visivi, ma la storia che spiega perché un candidato si presenta alle elezioni. Senza un racconto chiaro collegato alle convinzioni profonde della candidata, ogni tattica resta inefficace. La ricerca interna mostrava che la campagna raggiungeva gli elettori giusti e che gli spot pubblicitari funzionavano, ma qualcosa di più grande non si saldava. Il fenomeno non riguardava solo gli Stati Uniti, anche perché i partiti al governo nel mondo stavano subendo sconfitte pesanti, come il rapidissimo logoramento del Labour britannico dopo la vittoria.
Flaherty insiste sulla disillusione diffusa verso le istituzioni. La sensazione che nulla funzioni più, che media, governo e imprese abbiano fallito, ha colpito il marchio democratico in quanto partito percepito come responsabile dello status quo. L'elettore indeciso di oggi, secondo Flaherty, non sceglie più tra destra e sinistra ma tra cambiamento e distruzione totale del sistema. In questo contesto, ridurre il distacco negli Stati contesi non è bastato a colmare il deficit nazionale.
Sulla scelta di Joe Biden di ricandidarsi, Flaherty è netto: il presidente non avrebbe dovuto correre per un secondo mandato. L'età, 81 anni al momento della corsa, era il peggior elemento negativo non perché percepita come segno di demenza, ma perché alimentava la sensazione che Biden non capisse più cosa stessero vivendo gli elettori. Questo ha eroso quella che era la sua forza principale, l'empatia. Lo stesso problema si è poi trasferito su Harris, vista come incapace di rappresentare un cambiamento rispetto all'amministrazione in carica. Una primaria vera, con un candidato finanziato e con un messaggio populista in chiave economica, avrebbe potuto rigenerare il marchio del partito. La primaria lampo di sette giorni a 107 giorni dal voto, dopo il ritiro di Biden, era cosa diversa.
Sul fronte della comunicazione, Flaherty descrive uno scollamento tra il messaggio della campagna pagata e quello che emergeva sui media spontanei e organici, dove dominavano i temi della libertà e la cosiddetta brat girl summer. Sull'economia, quando il messaggio è arrivato, ha funzionato: Harris ha cominciato a ridurre il distacco sulla fiducia degli elettori in materia economica. Trump però era più chiaro, dicendo semplicemente che l'economia andava male e che Harris sosteneva il contrario. Nel tentativo di attaccare Trump la campagna ha oscillato tra tre linee, "non adatto", "instabile" e "senza controlli", senza che nessuna funzionasse davvero.
Lo spot della campagna di Trump sui detenuti transgender, ampiamente discusso, secondo i dati interni non è stato il più efficace della stagione. Quello più efficace risale a luglio 2024 e mostrava Harris affermare che la bidenomics stava funzionando. La forza della pubblicità repubblicana stava nel costruire un marchio coerente attraverso esempi diversi, riconducibili tutti a un'unica narrazione, secondo cui la candidata si occupava di temi lontani dalla vita reale degli elettori. Rispondere direttamente sul terreno dei diritti trans avrebbe significato combattere su un tema in cui i democratici erano in svantaggio. I test sui gruppi di discussione indicavano che era più efficace tornare a parlare di economia. Flaherty cita le elezioni del 2025 in Virginia come conferma che gli attacchi repubblicani su temi trans non hanno funzionato quando gli elettori li hanno considerati irrilevanti.
Sul caso Joe Rogan, Flaherty conferma di essere stato coinvolto nelle trattative e di averne sostenuto la realizzazione. L'intervista non si è poi fatta perché, a suo giudizio, è stato Rogan stesso, non il suo staff, a spostare di continuo le condizioni. Il principale risultato mediatico è arrivato il 16 ottobre con l'intervista di Harris a Bret Baier su Fox News, che ha anche generato uno dei picchi di raccolta fondi del mese. Sul tema podcast, i sondaggi pre elezione indicavano che più elettori avevano visto Harris che Trump in formato podcast: la strategia di Trump puntava a parlare a lungo a un singolo pubblico, quella di Harris a interventi più brevi su pubblici diversi.
La questione di Gaza ha pesato sulla campagna in modi non sempre misurabili nei sondaggi. Per molti elettori si è trasformata in una questione morale a cui la campagna non sapeva dare risposta. Le proteste hanno spesso oscurato gli eventi pubblici, i creatori digitali temevano di esprimere sostegno a Biden per timore delle reazioni nei commenti. Flaherty cita una frase di un collega della campagna che descriveva la situazione paragonandola a un pesce in decomposizione appeso al collo per tutta la durata della corsa. Secondo Flaherty il candidato democratico del 2028 finirà per sostenere in qualche forma condizioni agli aiuti militari a Israele.
Una parte significativa dell'analisi riguarda i creatori di contenuti online e il ruolo della pubblicità digitale. Flaherty contesta l'idea che la campagna abbia speso troppo in digitale a scapito della televisione. Nel 2024 la spesa tra televisione lineare e digitale è stata bilanciata, mentre nelle campagne tradizionali al Senato del 2022 il 70 per cento andava ancora alla televisione lineare. Le abitudini di consumo, sostiene, non giustificano più questa proporzione. Sul fronte dei creatori, considerarli come spazi pubblicitari è un errore: pagarli come si paga uno spot porta a perdere il loro valore reale, che è la fiducia costruita con il loro pubblico. Le campagne, secondo Flaherty, dovrebbero investire soprattutto nei creatori locali e in quelli che normalmente non parlano di politica, lasciando ai gruppi esterni e al partito il compito di sostenere un ecosistema progressista di creatori sul lungo periodo.
Sul piano organizzativo, Flaherty individua tre problemi strutturali. Il primo è la scelta della sede della campagna a Wilmington, in Delaware, città vicina alla residenza di Biden ma poco attraente per i giovani che dovevano trasferirsi, con scarsa disponibilità di alloggi e di spazi. Il secondo è la divisione strategica tra la campagna e il super PAC Future Forward, con due piani non allineati su pubblicità televisiva, messaggi negativi e tempi di spesa. Il terzo è la lentezza dei processi di approvazione, che impediva alla campagna di stare al passo della velocità delle piattaforme digitali. Sui processi interni, gli account social KamalaHQ funzionavano grazie a un sistema su Signal in cui chiunque aveva cinque minuti per obiettare prima della pubblicazione, senza modifiche.
Guardando avanti, Flaherty individua quattro cambiamenti fondamentali. Il primo riguarda la coalizione elettorale, che oggi non è abbastanza ampia per vincere. Negli ultimi dieci anni i democratici hanno scambiato elettori popolari per elettori con redditi e livelli di istruzione più alti, perdendo soprattutto tra gli operai di varie etnie, in particolare gli uomini. Per recuperarli serve un populismo economico autentico, candidati con vero carisma e un atteggiamento di reale insofferenza verso lo status quo. Il secondo punto riguarda il Comitato Nazionale Democratico, che deve costruire da subito le infrastrutture necessarie per il candidato del 2028, perché chi vincerà le primarie sarà probabilmente senza fondi e senza tempo per organizzarsi da zero.
Il terzo cambiamento riguarda YouTube, che Flaherty considera il principale campo di battaglia digitale, visto come piattaforma di streaming superiore a Netflix e utilizzata da oltre l'80 per cento della popolazione americana. Adam Schiff ed Elissa Slotkin sono citati come politici che hanno investito tempo in contenuti dedicati alla piattaforma, accumulando visualizzazioni nel tempo. Il quarto cambiamento riguarda l'intelligenza artificiale, che già oggi offre vantaggi nella pianificazione media, nella ricerca e nella produzione di contenuti, e che entro il ciclo elettorale del 2027 e 2028 potrebbe automatizzare gran parte del lavoro di base solitamente affidato a giovani con stipendi bassi. Flaherty ritiene che il rischio principale legato all'intelligenza artificiale per la politica non siano i video manipolati ma centinaia di migliaia di agenti automatizzati capaci di plasmare il tono del dibattito online, fabbricare consenso e generare confusione diffusa.
Il problema di fondo, sostiene Flaherty, è che le campagne democratiche continuano a operare con strutture pensate per un mondo che non esiste più. Il digitale non è un reparto ma il modo in cui funziona oggi la comunicazione, l'organizzazione, la raccolta fondi e la pubblicità. La campagna del futuro dovrebbe essere divisa per pubblico, élite informate, elettori da convincere ed elettori da mobilitare, e non più per canale. Chi capirà per primo questo cambiamento, conclude Flaherty, avrà un vantaggio decisivo. Gli altri continueranno a commissionare autopsie.