L'Iran richiude lo Stretto di Hormuz, il greggo torna a salire. Ma Trump: "L'accordo è vicino"
Teheran condiziona la riapertura dello Stretto alla fine del blocco navale americano sui porti iraniani, iniziato il 13 aprile. Il 21 aprile scade la tregua, mentre gli Stati Uniti di fronte, all'incertezza, estendono l'esenzione sulle sanzioni al petrolio russo.
L'Iran ha richiuso oggi lo Stretto di Hormuz al traffico navale, dopo averlo brevemente riaperto il giorno prima. Teheran ha fatto sapere che lo Stretto resterà "sotto stretta gestione e controllo" delle Forze Armate iraniano finché gli Stati Uniti non toglieranno il blocco ai porti iraniani, imposto dalla sera del 13 aprile. Il presidente Donald Trump ha replicato che il blocco andrà avanti fino a quando Teheran non accetterà un accordo di pace.
I mercati hanno reagito subito. Il Brent in Europa è tornato a sfiorare i 95 dollari al barile sul mercato Ice di Londra. Il giorno prima, dopo l'annuncio della riapertura iraniana, era sceso a 90 dollari. Prima della guerra, attraverso Hormuz passava un quinto del petrolio mondiale. Intanto, due navi mercantili hanno riferito di essere state colpite mentre cercavano di attraversare lo Stretto, come riporta Reuters citando tre fonti del settore marittimo.
Il blocco navale americano è il cuore del cosiddetto "Piano B" dell'Amministrazione Trump. Nel corso della guerra, Washington ha colpito decine di migliaia di obiettivi in Iran senza riuscire a distruggere del tutto il programma nucleare e missilistico, né a rovesciare il regime. Da qui la scelta di cambiare strategia: uscire dalla guerra lasciando Teheran indebolita, privandola del controllo su Hormuz e quindi della leva sul mercato petrolifero globale.
I risultati dei primi 5 giorni di blocco restano però parziali. Il Comando Centrale della flotta statunitense ha fatto sapere di aver fermato o dirottato una ventina di petroliere e altre navi, limitandosi a comunicazioni radio con minacce di abbordaggio. Il numero di petroliere che ogni giorno lasciano il Golfo Persico è così rimasto quasi invariato rispetto all'avvio del blocco, ma resta dieci volte inferiore ai livelli pre-guerra.
La battaglia diplomatica e il ruolo ambiguo di Riyadh
Sul piano legale la questione resta controversa. Non esistono regole condivise per i blocchi navali del traffico civile. Il diritto internazionale consuetudinario e la Carta delle Nazioni Unite considerano il blocco in tempo di pace un atto di aggressione, salvo i casi di legittima difesa. Nel Golfo Persico, però, non è tempo di pace: la guerra tra Stati Uniti e Iran, pur non dichiarata formalmente, va avanti da più di un mese. Washington ha provato a rispettare i criteri della Dichiarazione di Londra del 1909, definendo l'area del blocco e annunciando che si sarebbe applicato a navi di qualsiasi bandiera. Né Iran né Stati Uniti hanno però ratificato la Convenzione sul diritto del mare del 1982, che considera Hormuz una zona di libera navigazione commerciale.
Sul fronte diplomatico, intanto, i Ministri degli Esteri di Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita si sono riuniti ad Antalya, al Forum Diplomatico, per coordinare gli sforzi di mediazione. È il terzo vertice a quattro dall'inizio della guerra. Finora il mediatore principale è stato il Pakistan, che ha ospitato i colloqui di pace del fine settimana scorso, mentre Egitto e Turchia hanno spinto i negoziati dietro le quinte. Una fonte a conoscenza dei colloqui ha spiegato ad Axios che le riunioni servono a tenere allineati i tre mediatori e Riyadh, il Paese più influente del Golfo e con un peso notevole sull'Amministrazione Trump.
La posizione saudita è il nodo più delicato. Funzionari americani hanno riferito ad Axios che Riyadh ha cambiato linea più volte e in pubblico dice cose diverse da quelle che sostiene in privato. Prima della guerra i sauditi si dicevano favorevoli alla via diplomatica, mentre chiedevano sottovoce a Washington un intervento militare. Anche negli ultimi giorni hanno confidato agli americani il timore di chiudere la guerra prima che il regime iraniano sia stato abbastanza indebolito. Allo stesso tempo, ai mediatori ripetono però di volere la fine immediata delle ostilità: le infrastrutture petrolifere ed energetiche saudite hanno già subito danni e rischiano di subirne altri.
Venerdì pomeriggio Trump ha detto che i colloqui con l'Iran sarebbero proseguiti anche nel fine settimana. "Se ci sono differenze, le appianerò. Non credo ci siano differenze troppo significative", ha dichiarato. Fonti sentite da Axios riferiscono però che i divari su alcuni punti chiave restano, pur in presenza di progressi significativi. Le indiscrezioni parlano di un possibile compromesso che riporterebbe le parti a un accordo simile a quello sul nucleare firmato da Teheran con l'Amministrazione di Barack Obama nel 2015, questa volta con durata ventennale. Trump ha già fatto sapere che non gli basta.
Il paradosso russo e lo scenario militare
L'Amministrazione americana ha intanto prorogato fino al 16 maggio l'esenzione sulle vendite di petrolio e prodotti petroliferi russi. La nuova licenza, annunciata dal Dipartimento del Tesoro, vale per i carichi imbarcati entro il 17 aprile. "Mentre i negoziati con l'Iran si intensificano, il Tesoro vuole garantire la disponibilità di petrolio per chi ne ha bisogno", ha dichiarato a Reuters un rappresentante del dipartimento. La licenza precedente era scaduta l'11 aprile e il Segretario al Tesoro Scott Bessent aveva assicurato pubblicamente che non sarebbe stata rinnovata.
Il paradosso è evidente. Per contenere i prezzi del greggio e l'inflazione interna, Washington è costretta nuovamente a sospendere le sanzioni su Mosca e garantire così al Cremlino entrate aggiuntive che finanziano anche la guerra contro l'Ucraina. Secondo il Financial Times, la Russia ha già incassato 150 milioni di dollari al giorno in più grazie alla guerra in Medio Oriente. A marzo il petrolio russo degli Urali ha toccato in media i 77 dollari al barile secondo le stime riportate da Reuters: si tratta del massimo da ottobre 2023, contro i 59 previsti dal bilancio statale e i 44,59 pre-guerra. Nonostante il rialzo, nel primo trimestre 2026 il deficit di bilancio russo ha superato del 20% il piano annuale, arrivando a quota 4.600 miliardi di rubli.
Se i negoziati dovessero fallire, comunque, agli Stati Uniti resta l'opzione militare per riaprire Hormuz. Durante la tregua la flotta americana ha continuato ad accumulare forze ingenti: oltre dieci cacciatorpediniere sono arrivate nel Mar Arabico per contrastare droni e missili iraniani, assieme a navi da sbarco con marines per una possibile operazione via terra sulla costa iraniana e probabilmente mezzi specializzati per lo sminamento. Un dispiegamento che molti considerano come sovradimensionato per un semplice blocco, ma che potrebbe essere sufficiente a ripristinare il traffico commerciale nei volumi pre-bellici tramite convogli. Si tratta però di un'operazione ad alto rischio: basterebbe un singolo attacco iraniano andato a segno contro una petroliera per convincere gli armatori internazionali a fare marcia indietro e trasformare il tentativo di chiudere la guerra in una nuova spirale di escalation.