La Virginia aderisce al patto per eleggere il presidente con il voto popolare
Il National Popular Vote Compact raggiunge 222 voti elettorali sui 270 necessari per entrare in vigore, ma restano ostacoli politici e legali
La governatrice della Virginia Abigail Spanberger ha firmato lunedì la legge che inserisce il suo Stato nel National Popular Vote Interstate Compact, l'accordo tra Stati che punta a rendere decisivo il voto popolare nelle elezioni presidenziali americane. Con questa adesione, gli Stati firmatari salgono a 18, più il Distretto di Columbia, per un totale di 222 voti elettorali. Ne servono 270 perché il patto diventi operativo.
Il meccanismo è semplice: ogni Stato aderente si impegna ad assegnare i propri grandi elettori non al candidato che vince nel proprio territorio, ma a quello che ottiene più voti a livello nazionale. In questo modo il Collegio elettorale resterebbe formalmente in piedi, ma il suo esito sarebbe determinato dal voto popolare complessivo. L'accordo però si attiverebbe solo quando gli Stati firmatari raggiungessero insieme la soglia dei 270 voti elettorali, cioè la maggioranza necessaria per eleggere un presidente.
La firma della Virginia arriva dopo le elezioni statali del 2025, che hanno consegnato ai democratici il controllo completo del governo della Virginia: governatrice, Camera dei delegati e Senato. Il deputato statale democratico Dan Helmer ha dichiarato a NPR che l'adesione è il risultato di un percorso durato almeno dieci anni. Tutti gli Stati che nel 2024 hanno votato per Kamala Harris, tranne il New Hampshire, fanno ora parte del patto. Nessuno Stato che ha votato per il presidente Trump vi ha aderito.
L'iniziativa nasce vent'anni fa da un'idea accademica. Nel 2001 il giurista Robert W. Bennett della Northwestern University e i fratelli Akhil e Vikram Amar, professori rispettivamente a Yale e alla University of California, proposero di usare la legislazione statale per aggirare il Collegio elettorale senza dover modificare la Costituzione. Nel 2006 John Koza, informatico e ex grande elettore, trasformò l'idea in un patto formale tra Stati e fondò l'organizzazione National Popular Vote Inc. per promuoverlo. Il Maryland fu il primo Stato ad aderire nel 2007. Da allora il processo è stato lento ma costante: la California, con i suoi 54 voti elettorali, è il peso massimo del gruppo.
Il tema tocca un nervo scoperto della democrazia americana. In cinque occasioni nella storia degli Stati Uniti il vincitore della presidenza ha perso il voto popolare. Le ultime due volte è successo con candidati repubblicani: George W. Bush nel 2000 e Trump nel 2016. Questo spiega in parte la netta divisione partitica sulla questione. Secondo il Pew Research Center, il 63% degli americani preferirebbe che il presidente fosse eletto con il voto popolare, ma la differenza tra i due schieramenti è enorme: 8 democratici su 10 sono favorevoli, contro il 46% dei repubblicani. Il sondaggio è stato condotto prima delle elezioni del 2024, nelle quali il presidente Trump vinse sia il voto popolare sia il Collegio elettorale.
Patrick Rosenstiel, consulente del National Popular Vote e repubblicano dichiarato, ha respinto l'idea che il Collegio elettorale favorisca il suo partito. Il sistema attuale, ha sostenuto a NPR, costringe i candidati di entrambi i partiti a concentrarsi solo sugli Stati in bilico, ignorando la maggior parte degli elettori. Alyssa Cass, strategist democratica della stessa organizzazione, ha fatto un'osservazione simile: le elezioni presidenziali sono decise dagli elettori di pochi Stati contesi, mentre i voti di quattro americani su cinque, che vivono in Stati sicuramente democratici o repubblicani, risultano irrilevanti.
I sostenitori del patto ritengono che la Costituzione dia agli Stati piena libertà di decidere come assegnare i propri grandi elettori. L'Articolo II, Sezione 1, affida alle legislature statali il potere esclusivo di scegliere il metodo di nomina degli elettori. Il sistema attuale, in cui quasi tutti gli Stati assegnano tutti i loro voti elettorali al candidato che vince nello Stato (il cosiddetto winner-take-all), non è previsto dalla Costituzione: è una scelta legislativa dei singoli Stati, che potrebbe essere cambiata.
Non tutti i giuristi concordano. Il professor Norman R. Williams ha scritto che i padri fondatori respinsero esplicitamente l'idea di un'elezione popolare diretta del presidente, e che nessuno Stato ha mai assegnato i propri grandi elettori sulla base di voti espressi fuori dai propri confini. Patrick Valencia, attuale vice procuratore generale dello Iowa, ha sostenuto che il patto rappresenta un tentativo di sovvertire le procedure elettorali previste dalla Costituzione. Altri studiosi sottolineano che i cambiamenti alle regole elettorali, come il suffragio universale o l'abbassamento dell'età di voto, hanno storicamente richiesto emendamenti costituzionali.
Un rapporto del Congressional Research Service del 2019 ha concluso che il patto genererebbe probabilmente un ampio contenzioso legale e che la Corte Suprema finirebbe per essere coinvolta. I promotori stessi hanno dichiarato che intendono cercare l'approvazione del Congresso se un numero sufficiente di Stati aderisse. Rosenstiel ha ammesso a NPR che le cause legali sarebbero probabili al raggiungimento dei 270 voti elettorali, ma si è detto fiducioso che i tribunali confermerebbero la legittimità dell'accordo.
Il percorso verso i 270 voti elettorali resta comunque incerto. Mancano ancora 48 voti e non è chiaro quali Stati potrebbero essere i prossimi ad aderire. Proposte di legge sono in discussione in Arizona, Kansas, Pennsylvania e South Carolina, ma nessuna ha ancora superato la fase di commissione. In Wisconsin un tentativo è già fallito. Nessun governatore repubblicano ha mai firmato l'adesione al patto, e finché questa divisione partitica persiste, raggiungere la soglia resterà difficile.