La guerra ha reso l'Iran più radicale. E ora Riyadh chiede a Trump di fermarsi
L'eliminazione della vecchia guardia di Teheran non ha prodotto leader moderati: ha consegnato il potere a una rete di ideologi ultraconservatori legati ai Pasdaran. Intanto Riyadh teme ora che l'Iran blocchi il Mar Rosso e metta in ginocchio la sua economia.
A un mese dall'inizio della guerra, il presidente Trump aveva definito la nuova leadership iraniana "più ragionevole". I fatti raccontano il contrario. Il 13 marzo, in piazza Enqelab, a Teheran, è apparso un enorme cartellone: ritrae Mojtaba Khamenei, nuovo Leader Supremo dell'Iran, in trincea mentre ordina ai comandanti dei Pasdaran di aprire il fuoco. Il testo lo paragona all'Imam Ali, figura venerata dell'islam sciita.
Mojtaba Khamenei è sopravvissuto al raid aereo che ha ucciso suo padre Ali e altri membri della famiglia. Da quando è stato nominato non è mai apparso in pubblico e c'è chi ipotizza che sia rimasto gravemente ferito. La sua assenza, però, non ha aperto un vuoto di potere. Ha piuttosto accelerato l'ascesa di una rete di uomini che condividono la sua stessa visione del mondo. Per gli oppositori del regime è la rappresentazione visiva del loro peggior incubo: un Iran militarizzato, guidato da una leadership ancora più intransigente di quella precedente.
L'offensiva americana e israeliana si basava su una premessa precisa: eliminare i vertici del regime avrebbe aperto la strada a una sua trasformazione, o almeno all'emergere di interlocutori più flessibili. Non è andata così. "La guerra ha cambiato il regime, e non in senso positivo", ha dichiarato al Wall Street Journal Danny Citrinowicz, ex responsabile del desk Iran nell'intelligence militare israeliana. "Abbiamo creato una realtà peggiore di quella che gli iraniani vivevano prima della guerra."
Il vuoto lasciato dalla vecchia guardia è stato, infatti, colmato da figure che non mostrano alcun interesse per la mediazione, né sul piano interno né su quello internazionale. Sono uomini formati nella guerra con l'Iraq, cresciuti nei Pasdaran, convinti che il conflitto in corso anticipi la venuta del Mahdi, il messia dell'islam sciita.
Chi comanda davvero ora
Il nuovo capo della sicurezza nazionale è Mohammad Bagher Zolghadr, ex comandante dei Pasdaran. Prima della Rivoluzione Islamica del 1979 guidava un gruppo paramilitare responsabile dell'uccisione di un ingegnere petrolifero americano. Secondo un memoriale pubblicato da lui stesso su una rivista storica iraniana, ha partecipato personalmente anche all'assassinio di due agenti di polizia. Ha co-fondato la Forza Quds, specializzata nell'addestramento di milizie straniere, così come una separata unità dedicata alla repressione violenta degli oppositori politici.
Le sue posizioni erano così estreme che uno dei suoi subordinati, il generale Qassem Soleimani, si dimise temporaneamente per protesta, secondo quanto riferito al Wall Street Journal da Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies di Washington. Neppure il suo predecessore, Ali Larijani, ucciso il mese scorso, non era un pacifista. Era però un politico capace di negoziare, con una reputazione costruita nei colloqui sul nucleare. Zolghadr, al contrario, ha fatto della sconfitta di Israele e della conquista del suo territorio il cuore dei suoi scritti.
Il nuovo comandante in capo dei Pasdaran è invece Ahmad Vahidi, accusato di aver partecipato all'attentato del 1994 contro il centro della comunità ebraica di Buenos Aires, in cui morirono 85 persone. Ha fondato a Teheran una scuola di formazione per funzionari pubblici supervisionata dai Pasdaran, che oggi sta plasmando una nuova generazione di dirigenti politici ultraconservatori iraniani.
Anche il consigliere militare di Mojtaba Khamenei, Mohsen Rezaie, è accusato di coinvolgimento nell'attentato di Buenos Aires. In una recente dichiarazione televisiva ha escluso qualsiasi compromesso: "Lo scontro continuerà finché non saranno soddisfatte diverse condizioni", tra cui la revoca delle sanzioni e un risarcimento per i danni di guerra. "La risposta iraniana non sarà più occhio per occhio. Sarà testa per occhio, mano e piede per occhio."
Sopravvissuto al raid che ha ucciso il padre Ali. Non è più apparso in pubblico. Un ex compagno di studi riferisce che si identifica con il Khorasani, figura che nell'ideologia religiosa sciita precede il Mahdi.
Prima della rivoluzione guidò un gruppo paramilitare responsabile dell'omicidio di un ingegnere americano. Co-fondò la Forza Quds. Le sue posizioni erano così estreme che Qassem Soleimani si dimise temporaneamente per protesta.
Accusato di coinvolgimento nell'attentato di Buenos Aires del 1994 (85 morti). Ha fondato una scuola di formazione per funzionari pubblici supervisionata dai Pasdaran, che sta plasmando la prossima generazione politica iraniana.
Anch'egli accusato per Buenos Aires. In TV ha escluso ogni compromesso: «La risposta iraniana non sarà più occhio per occhio. Sarà testa per occhio, mano e piede per occhio.»
L'ideologia che guida le decisioni
Dietro le scelte della nuova leadership c'è un sistema ideologico coerente, non semplice retorica bellicosa. Mojtaba Khamenei si è formato a Qom sotto la guida dell'ayatollah Mohammad Taghi Mesbah Yazdi, considerato il padre spirituale degli ultraconservatori iraniani. La dottrina che lui ha assorbito si chiama mahdismo: l'idea che costruire una società islamica autentica e distruggere i nemici dell'Iran, Israele in primo luogo, acceleri il ritorno dell'Imam Mahdi.
Questa ideologia viene insegnata nei seminari religiosi e durante l'addestramento paramilitare. Metà dei sei mesi di orientamento obbligatorio per le nuove reclute dei Pasdaran è dedicata alla formazione ideologica. "La dottrina apocalittica del mahdismo ha guidato il comportamento del regime in tempo di guerra", ha detto al Wall Street Journal Kasra Aarabi, esperto dei Pasdaran presso l'associazione United Against Nuclear Iran, "e ha fornito una giustificazione per azioni che altrimenti potrebbero sembrare irrazionali", come l'espansione del conflitto agli Stati del Golfo.
Jaber Rajabi, ex membro dei Pasdaran che aveva studiato con Khamenei a Qom prima di disertare nel 2016, ha aggiunto un dettaglio rivelatore: Khamenei gli avrebbe confidato di aver fatto sogni in cui si identifica con il Khorasani, figura profetica che nell'ideologia sciita precede la venuta del Mahdi. "Se qualcuno chiede qual è la cosa più pericolosa che potrebbe accadere all'Iran e alla regione", ha detto Rajabi in un'intervista televisiva in arabo, "la risposta è: Mojtaba Khamenei."
Riyadh si tira indietro
Mentre in Iran si consolida la nuova leadership ultraconservatrice, uno degli attori regionali che avevano sostenuto in privato l'offensiva americana ed israeliana sta lentamente riconsiderando la propria posizione. L'Arabia Saudita, riferiscono diplomatici del Golfo al Telegraph, sta, infatti, facendo pressione sugli Stati Uniti perché riducano l'intensità della guerra: il principe ereditario Mohammed bin Salman vuole che Trump revochi il blocco navale dei porti iraniani nel Golfo Persico e torni al tavolo dei negoziati.
La svolta è significativa. Dopo i raid aerei americani sulle strutture nucleari iraniane dello scorso giugno, Riyadh aveva abbandonato la sua tradizionale cautela. Il principe ereditario si era allineato con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, leggendo quel momento come un'opportunità storica per ridisegnare il Medio Oriente. Gli altri Stati del Golfo, però, non condividevano il suo ottimismo, ed a buon ragione visto come si sono evolute le cose.
Ora Riyadh teme le conseguenze di questa scelta. La preoccupazione principale riguarda Bab al-Mandab, lo Stretto che controlla l'accesso al Mar Rosso. Se l'Iran ordinasse agli Houthi yemeniti di bloccarlo, le esportazioni saudite di greggio verso l'Asia verrebbero completamente paralizzate. Quei flussi passano ora dal porto di Yanbu, sul Mar Rosso, dopo che la chiusura dello Stretto di Hormuz ha costretto Riyadh a riconvertire il traffico attraverso il suo oleodotto interno di circa 1.200 km. Reindirizzarli verso nord, attraverso il Canale di Suez, è in gran parte impraticabile: le superpetroliere non possono transitare a pieno carico e ogni rotta alternativa aggiungerebbe fino a 29 giorni di navigazione.
L'Arabia Saudita ha già dimostrato di poter assorbire il blocco di Hormuz. Le sue esportazioni sono tornate vicine ai 7 milioni di barili al giorno e la contrazione economica prevista per quest'anno, intorno al 3%, è molto più contenuta rispetto al 14% stimato per Qatar e Kuwait. Ma Bab al-Mandab è un'altra storia.
Gli Houthi hanno già dimostrato di poter colpire: tra il 2023 e lo scorso anno hanno condotto 190 attacchi contro navi commerciali nel Mar Rosso, affondandone 2 e sequestrandone una terza, provocando un crollo del traffico marittimo superiore al 60%. I raid americani, britannici e israeliani ne hanno ridotto la capacità offensiva, ma secondo alcuni analisti il gruppo filo iraniano conserva ancora i mezzi per condurre una campagna di disturbo.
Il prezzo di una strategia che vacilla
Molti Stati del Golfo avevano scommesso sul ritorno di Trump alla presidenza: avevano aumentato la produzione di petrolio e promesso investimenti miliardari negli Stati Uniti, puntando così a comprare, in cambio, protezione e stabilità. Invece, osservano sempre di più alcuni funzionari regionali, il Medio Oriente oggi è più instabile di prima.
Riyadh, ovviamente, non romperà con Washington. Il principe ereditario non ammetterà mai in pubblico di aver sbagliato. Ma sta di fatto che la sua politica verso l'Iran si sta spostando di nuovo verso la cautela. L'Arabia Saudita ha dimostrato di poter reggere la chiusura dello Stretto di Hormuz. Non vuole scoprire se è in grado di reggere anche quella potenziale del Mar Rosso.