Il Pentagono prepara piani militari per una possibile operazione a Cuba

Secondo fonti riservate citate da USA Today, il dipartimento della Difesa starebbe intensificando i preparativi in vista di un eventuale ordine di intervento da parte del presidente Donald Trump sull'isola caraibica.

Il Pentagono prepara piani militari per una possibile operazione a Cuba
Sgt. Jorge Borjas / 26th Marine Expeditionary Unit

Il Pentagono sta accelerando la pianificazione di una possibile operazione militare a Cuba, nel caso il presidente Donald Trump decida di ordinare un intervento sull'isola. Lo scoop è stato pubblicato da USA Today, che ha raccolto la testimonianza di due fonti a conoscenza della direttiva, rimaste anonime perché non autorizzate a parlare con i media.

Le direttive rappresentano un'accelerazione delle tensioni tra Stati Uniti e Cuba, iniziate a gennaio quando l'amministrazione Trump ha ridotto le forniture di petrolio verso l'isola. La misura fa parte di una campagna più ampia volta a imporre cambiamenti politici al governo comunista dell'Avana. In una dichiarazione a USA Today, il Pentagono ha fatto sapere di pianificare una vasta gamma di scenari possibili e di restare pronto a eseguire gli ordini del presidente.

Nonostante la crescente attenzione dell'amministrazione statunitense sul conflitto con l'Iran, i rapporti con l'Avana si sono deteriorati rapidamente nelle ultime settimane. Trump ha dichiarato di attendersi presto l'onore di "prendere Cuba, in qualche forma", aggiungendo di poter fare "qualsiasi cosa" voglia con l'isola, che si tratti di liberarla o di conquistarla. Il 13 aprile, parlando alla Casa Bianca con USA Today, il presidente ha aggiunto che gli Stati Uniti potrebbero occuparsi di Cuba una volta terminate le operazioni contro Teheran.

Dall'altra parte, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha promesso resistenza in caso di attacco militare americano. In un'intervista a Newsweek, Díaz-Canel ha dichiarato che il paese combatterà e si difenderà, aggiungendo che "morire per la patria è vivere".

Il contesto regionale è già profondamente mutato dopo l'operazione statunitense che il 3 gennaio ha estratto l'ex presidente venezuelano Nicolás Maduro dal suo complesso a Caracas. Nel blitz all'alba sono rimasti uccisi 32 militari cubani che facevano parte della scorta di Maduro. L'operazione ha avuto un forte impatto sulle comunità in esilio di venezuelani e cubani nel sud della Florida, alimentando le speculazioni su Cuba come prossimo obiettivo.

A differenza di quanto accaduto prima degli interventi in Venezuela e in Iran, però, i funzionari americani non stanno costruendo un argomento pubblico su una presunta "minaccia imminente" rappresentata dall'Avana per gli Stati Uniti. Lo ha osservato Brian Fonseca, direttore del Jack D. Gordon Institute for Public Policy della Florida International University, che ha studiato a lungo le forze armate cubane. Fonseca ha dichiarato a USA Today che i preparativi potrebbero configurarsi più come una minaccia militare che come una strategia operativa vera e propria, parlando di una fase in cui prevale la "segnalazione" politica.

USA Today aveva già rivelato a marzo che i due paesi erano in trattative per un possibile accordo economico storico in grado di riavviare le relazioni bilaterali. Entrambe le parti hanno ammesso di trovarsi nelle fasi iniziali del tentativo di uscire dalla crisi, ma non è chiaro quanto ciascuna sia disposta a cedere.

L'ipotesi di un intervento militare a Cuba ricorre nel dibattito statunitense da decenni, fin da quando Fidel Castro e le sue forze ribelli entrarono all'Avana nel 1959, per poi dichiarare fedeltà all'Unione Sovietica e al comunismo. Secondo Fonseca, le condizioni attuali renderebbero un'operazione americana rapida e di successo quasi certo, vista la situazione deteriorata dell'equipaggiamento militare cubano e la scarsa propensione degli ufficiali a sostenere un regime impopolare. L'esperto ha però precisato a USA Today che la fase successiva, quella dell'instaurazione dello stato di diritto e del sostegno ai leader dell'opposizione, risulterebbe ben più complessa. "Sarà una vittoria militare molto facile", ha affermato Fonseca, "ma una vittoria politica molto più difficile".

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