La deriva autoritaria di Trump è colpa dei Repubblicani
Sull'Atlantic, l'ex consulente legale dei repubblicani al Senato sostiene che la deriva autoritaria della seconda amministrazione Trump nasce da decenni di teorie giuridiche conservatrici che hanno rafforzato il potere presidenziale.
La seconda amministrazione Trump ha portato alla luce quello che alcuni studiosi di diritto definiscono un "esecutivo senza vincoli", con un presidente che governa per ordini esecutivi, decreti d'emergenza e transazioni di tipo estorsivo, premiando gli alleati e punendo gli avversari. È la tesi al centro di un saggio pubblicato sull'Atlantic da Gregg Nunziata, direttore esecutivo della Society for the Rule of Law ed ex consulente dei senatori repubblicani sulle nomine giudiziarie. Secondo l'autore, gli Stati Uniti stanno vivendo una fase di "cesarismo americano" e i conservatori legali, di cui lui stesso fa parte, hanno una responsabilità diretta nella costruzione del sistema che oggi mette in crisi la repubblica.
Nunziata paragona l'attuale presidente a Giulio Cesare, che si presentava come servitore della repubblica pur ignorando leggi e consuetudini. La repubblica romana, ricorda, non sopravvisse a quel modello. Allo stesso modo, l'attuale amministrazione non avrebbe una vera agenda legislativa, ma procederebbe attraverso atti unilaterali del presidente, avventure militari all'estero decise per impulso personale e l'uso delle forze armate come strumento politico interno. Il Congresso risulta marginalizzato e i tribunali appaiono riluttanti a frenare gli eccessi del presidente.
Per giustificare questo approccio, scrive Nunziata, i sostenitori più convinti di Trump usano argomenti che ricordano quelli di Cesare. L'autore cita il vicecapo dello staff della Casa Bianca Stephen Miller, secondo cui "l'intera volontà della democrazia è incarnata nel presidente eletto". Molti repubblicani difendono le scelte del presidente in nome del suo "mandato" elettorale e attaccano i giudici "non eletti" che osano pronunciarsi contro di lui.
Per Nunziata si tratta di una visione incompatibile con la Costituzione americana, fondata sull'idea che la libertà richieda autorità divise. Cita James Madison, secondo cui l'accumulo di potere in un solo ramo dello Stato è "la definizione stessa della tirannia". Le conseguenze sarebbero già visibili: poiché ordini esecutivi e dichiarazioni d'emergenza non hanno la stabilità delle leggi approvate dal Congresso, le politiche cambiano radicalmente da un'amministrazione all'altra, rendendo difficile pianificare per famiglie e imprese e penalizzando investimenti e crescita.
Il cuore dell'articolo è la ricostruzione storica di come il movimento giuridico conservatore, di cui l'autore fa parte da tutta la carriera, abbia contribuito a questa deriva. Per gran parte della storia americana, i conservatori sono stati i più scettici verso il potere esecutivo. Negli anni Settanta, però, l'attenzione si spostò sul presunto attivismo dei tribunali. La sentenza Roe v. Wade divenne il simbolo di una Corte Suprema che, secondo la destra, sostituiva il legislatore. Da lì nacque la battaglia contro chi "legifera dal banco del giudice", attraverso ricerca accademica, advocacy e lavoro organizzativo.
Quella concentrazione sul potere giudiziario, unita al contesto politico, fece però trascurare gli altri due rami dello Stato. Molti leader del movimento, ricorda Nunziata, avevano servito nelle amministrazioni repubblicane di Nixon e Ford, tra cui i futuri giuristi William Rehnquist, Robert Bork e Antonin Scalia. Vivendo in un'epoca di controllo democratico quasi ininterrotto del Congresso, e dopo aver visto la presidenza umiliata dallo scandalo Watergate, finirono per considerare l'esecutivo come l'unico strumento praticabile di azione politica.
Col tempo, la simpatia per l'autorità presidenziale si trasformò in teoria. Il movimento, un tempo legato all'interpretazione "stretta" della Costituzione, scoprì un'inattesa elasticità nel testo. Alcuni iniziarono a sostenere che l'Articolo II conferisse al presidente ogni potere non esplicitamente limitato dalla Costituzione. Il dovere di "vigilare sulla fedele esecuzione delle leggi" venne riletto come licenza a reinterpretarle. Soprattutto, molti conservatori arrivarono a credere che il ruolo di comandante in capo conferisse al presidente un'autorità unilaterale ampia in materia di sicurezza nazionale, una posizione di grande peso in un paese costantemente in stato di guerra, anche contro attori non statali.
Durante l'amministrazione Reagan, i giuristi conservatori abbracciarono anche la cosiddetta unitary executive theory, secondo cui il presidente ha il controllo esclusivo del ramo esecutivo. Negli ultimi anni questa teoria ha guadagnato terreno nei tribunali. Nunziata segnala che la Corte Suprema sembra orientata ad accettare la rimozione, decisa da Trump, di un membro della Federal Trade Commission, una decisione che potrebbe aprire la strada a pronunce ben più radicali. Le interpretazioni più estreme consentirebbero al presidente di licenziare qualsiasi dipendente federale, ignorare le tutele del pubblico impiego ed eliminare l'indipendenza della Federal Reserve.
Mentre i giuristi elaboravano queste teorie, i loro alleati politici conquistavano per la prima volta da decenni la maggioranza al Congresso. La nuova maggioranza repubblicana, sfiduciata verso un'istituzione a lungo dominata dai democratici, varò "riforme" che indebolirono il Congresso stesso: tagli al personale, in particolare a quello tecnico e non partitico, indebolimento delle commissioni, limiti di mandato per i loro presidenti. Tutti elementi che riducevano la capacità di controllo sull'esecutivo.
Anche i tribunali cambiarono. La nuova generazione di giudici conservatori, per frenare il potere giudiziario, finì per rafforzare quello presidenziale. Vennero adottate dottrine che imponevano ai giudici di rimettersi all'interpretazione che le agenzie davano della propria autorità e che riducevano il controllo giudiziario sull'esecutivo. La cosiddetta "presunzione di regolarità", ad esempio, presume che il presidente e i suoi agenti agiscano in buona fede.
Il punto più alto di questa tendenza, secondo l'autore, fu la sentenza Trump v. United States del 2024, sulla possibile responsabilità penale di Trump per il ruolo nell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio. La maggioranza della Corte, invece di preoccuparsi di un presidente che aveva tentato un golpe, si impegnò a proteggere il paese dal pericolo ipotetico di una presidenza paralizzata da accuse infondate, costruendo dal nulla, scrive Nunziata, una vasta immunità presidenziale.
Negli anni recenti la Corte ha mostrato qualche apertura nel limitare lo stato amministrativo, ma resta meno disposta a contestare gli abusi dell'esecutivo in materia di sicurezza nazionale. Lo scorso anno una corte d'appello ha annullato il ricorso di Trump a poteri di guerra per accelerare il rimpatrio di cittadini venezuelani, osservando che il Venezuela non stava in realtà invadendo gli Stati Uniti. Un giudice conservatore dissenziente ha sostenuto che la dichiarazione presidenziale di un'invasione è "conclusiva, definitiva e completamente al di fuori del potere di sindacato dei giudici federali non eletti". Per Nunziata si tratta ormai di un'abdicazione giudiziaria.
Anche la recente sentenza che ha bocciato i dazi imposti da Trump si è limitata a stabilire che la specifica norma d'emergenza invocata non autorizzava i dazi, senza affrontare il nodo più ampio dei poteri d'emergenza. Tre giudici conservatori hanno comunque dissentito. Il giudice Clarence Thomas ha scritto a parte sostenendo che il Congresso può delegare al presidente qualunque suo potere, purché non si tratti di "poteri legislativi fondamentali".
Nunziata indica alcune direzioni di marcia. I tribunali dovrebbero leggere in modo restrittivo i poteri esecutivi non ancorati al testo costituzionale e respingere le dichiarazioni d'emergenza palesemente pretestuose. Cita la proposta dello studioso conservatore Yuval Levin di una dottrina che, in caso di dubbio, sciolga le questioni a favore del governo repubblicano, restituendo le scelte politiche al legislatore. Andrebbe inoltre rivisto l'uso del cosiddetto shadow docket, il binario d'urgenza con cui la Corte Suprema ha spesso sospeso, anche solo in via temporanea, sentenze sfavorevoli all'amministrazione, causando danni in alcuni casi irreparabili.
I tribunali da soli, però, non bastano. Il Congresso deve riscoprire il proprio ruolo, sostiene l'autore, anche aumentando le risorse dedicate al ramo legislativo e riformandone le procedure. Una proposta concreta è la creazione di un ufficio legale del Congresso analogo all'Office of Legal Counsel del Dipartimento di Giustizia, così da non lasciare solo agli avvocati dell'esecutivo il compito di definire i confini del potere presidenziale. Servirebbero poi leggi per rafforzare le citazioni del Congresso, proteggere dalle persecuzioni politiche, limitare i poteri d'emergenza e impedire al presidente di trarre profitto dalla carica. L'autore arriva a indicare la grazia presidenziale, definita un residuo monarchico e fonte di scandali, come possibile bersaglio di un emendamento costituzionale.
La conclusione è un appello al mondo conservatore: se davvero crede nella libertà ordinata, nei limiti costituzionali e nello stato di diritto, deve contribuire a frenare Cesare, non per il bene di un partito, ma della repubblica.