Lunedì sera il presidente Trump ha tenuto un comizio a Grand Island, in Nebraska, uno Stato saldamente repubblicano. Ufficialmente l'evento serviva a sostenere i candidati del partito in vista delle midterm, le elezioni di metà mandato in cui si rinnovano la Camera e una parte del Senato. Secondo il reportage pubblicato sull'Atlantic dalla giornalista Ashley Parker, però, il comizio è servito soprattutto al presidente per ritrovare l'affetto della sua base più fedele, in un clima che ricordava più il 2016 che il 2026.
Grand Island è una tappa del giro che Trump sta facendo negli Stati considerati sicuri per i repubblicani, di cui avevamo già scritto. Il presidente attraversa un periodo difficile: i tassi d'interesse e i prezzi sono alti e la sua approvazione è bassa. A Lincoln, un'ora e mezza più a est, la benzina costa 4,14 dollari al gallone (circa 3,8 litri). Pesano anche la guerra con l'Iran, cioè proprio il tipo di conflitto in Medio Oriente che Trump aveva promesso di evitare, e la delusione di una parte della sua base per i documenti sul caso Epstein, che non hanno confermato le teorie su una rete di pedofili nascosta negli apparati dello Stato. Nessuno di questi temi è entrato nel comizio.
Secondo Parker, a Trump non sembra importare davvero come andranno i candidati repubblicani. Preferisce comunque che vincano, se non altro per evitare le indagini che un Congresso controllato dai democratici potrebbe aprire su di lui. Come la convention per le midterm organizzata il mese scorso a Dallas, voluta da pochi repubblicani oltre al presidente, anche la tappa in Nebraska è sembrata un modo per rassicurarsi sulla solidità della propria base. Le corse per il governatore e per il Senato dello Stato sono più combattute di quanto i repubblicani vorrebbero, ma il Cook Political Report, un centro di analisi elettorale indipendente, le classifica rispettivamente come "sicuramente repubblicana" e "probabilmente repubblicana". Poco dopo essere salito sul palco, lo stesso Trump ha ricordato di aver vinto il Nebraska "tutte e tre le volte con una valanga di voti".
Il pubblico era composto in gran parte da sostenitori di lunga data, non da elettori indecisi o delusi passati da Biden a Trump. Anche quando Parker chiedeva esplicitamente dell'economia e dell'inflazione, i presenti davano la colpa soprattutto a Biden o ai democratici, risalendo fino a Barack Obama e Bill Clinton. Alcuni negavano che l'economia vada male quanto raccontano i giornali. Un'agricoltrice ha detto di accettare i costi dei dazi perché riequilibrare il commercio sarà un bene per il paese nel lungo periodo. Un'allevatrice si è lamentata della decisione del presidente di autorizzare le importazioni di carne bovina per abbassarne il prezzo, ma ha giudicato comunque positivo il suo bilancio.
Su più di una decina di persone intervistate dall'Atlantic, quasi tutte approvavano la guerra con l'Iran. Le ragioni erano sempre le stesse: il regime islamico non deve ottenere la bomba atomica, è meglio combatterlo lì che sul territorio americano e l'intervento è arrivato fin troppo tardi. Una donna indossava una maglietta con la scritta "Finish Iran", cioè "finite l'Iran".
Dentro la sala ad attendere il pubblico c'erano cartelli prestampati rossi e blu con gli slogan della campagna: niente tasse sulle mance, niente tasse sulla Social Security (il sistema pensionistico pubblico), prezzi più bassi e buste paga più alte. Trump ha fatto quello per cui era venuto. Ha elogiato il governatore Jim Pillen, il senatore Pete Ricketts e il deputato Adrian Smith, tutti repubblicani e tutti in corsa per la rielezione, e li ha fatti salire sul palco per un breve intervento ciascuno. Ha però anche detto cose false, attaccato i media e si è allontanato dal testo preparato.
Il passaggio più duro è arrivato sull'Iran. Il presidente ha detto che, se il paese si dotasse di un'arma nucleare, potrebbe colpire una grande città governata dai democratici: "Possono distruggere una città". Poi ha immaginato l'indifferenza di chi critica la guerra: "Lasciate che distruggano Los Angeles. Lasciate che distruggano San Diego". Combattere l'Iran, ha aggiunto, è "un prezzo molto piccolo da pagare" per evitare attacchi simili.
C'è stato anche un aspetto che al presidente non sarebbe piaciuto. Di recente Trump si è lamentato di come i media raccontano le dimensioni delle folle ai suoi eventi. Dopo il comizio in Ohio aveva scritto sui social che l'arena era "totalmente piena". A Grand Island la fila era lunga ed era cominciata presto, tanto da girare attorno a quasi tutti gli edifici della fiera statale e proseguire lungo la strada. Il Pinnacle Bank Expo Center, un padiglione di oltre 9.000 metri quadrati, era però tutt'altro che pieno, con diverse sedie vuote e spazi liberi in fondo e ai lati.
Nel parcheggio una venditrice di gadget a tema Trump offriva giacche con le paillettes a 100 dollari, contro i 250 o più che chiede alle raccolte fondi e agli eventi privati. Nel primo pomeriggio ne aveva già vendute 88. Ha raccontato di aver partecipato a circa 260 comizi di Trump dal 2016 e di aver visto l'entusiasmo per il presidente salire e scendere a seconda della guerra e dell'economia.
L'unica eccezione al consenso sulla guerra erano due ragazzi della zona di poco più di vent'anni. Indossavano magliette nere con slogan antisemiti diffusi negli ambienti dell'estrema destra online, che accusavano Trump di essere una pedina del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. I due hanno spiegato all'Atlantic di aver votato per Trump per la promessa di "America First", cioè di mettere gli interessi americani al primo posto, e di sentirsi traditi da un presidente che ora combatte le guerre di altri paesi. Per rafforzare il punto hanno citato l'attivista conservatore Charlie Kirk, secondo cui "non è la nostra guerra".
Mentre erano in fila prima dell'inizio del comizio, un addetto alla sicurezza si è avvicinato e ha detto loro che potevano restare, ma solo nella metà posteriore della sala, lontano dalle telecamere, dal presidente e dal resto del pubblico. Secondo Parker, è il segno di che cosa fosse davvero l'evento in Nebraska: un comizio costruito attorno a Trump e all'immagine che ha di sé, in cui nulla doveva disturbare quella rappresentazione.
