Il sostegno a Israele non è più bipartisan: si rompe il consenso a Washington
Un sondaggio Cnn mostra che il 47% dei repubblicani e il 72% dei democratici considerano l'appoggio a Israele un problema. Cresce il numero dei candidati di entrambi i partiti che chiedono di tagliare gli aiuti a Israele.
Il sostegno a Israele divide entrambi i partiti americani. Per decenni era stato uno dei pilastri del consenso bipartisan a Washington, ma ora non è più così: alcuni candidati di entrambi i partiti alle prossime elezioni di midterm chiedono, senza mezzi termini, di interrompere o ridurre drasticamente gli aiuti militari, mentre i sondaggi registrano un'erosione senza precedenti dell'immagine di Israele dinanzi all'opinione pubblica americana. Lo scrive il Washington Post in un'analisi pubblicata il 6 maggio 2026.
Secondo un sondaggio CNN di fine marzo, quasi metà dei repubblicani, il 47%, e quasi tre quarti dei democratici, il 72%, considerano il sostegno a Israele come un tema che crea problemi all'interno del proprio partito. Solo il mese scorso, 40 senatori democratici hanno votato a favore di una risoluzione del senatore Bernie Sanders per bloccare le vendite di armi a Israele, il numero più alto in assoluto: a luglio erano stati 27 a votare a favore di una misura analoga.
I sondaggi sull’opinione pubblica raccontano l’inversione di tendenza anche dell’elettorato americano verso Israele. Secondo un sondaggio Washington Post-Abc News-Ipsos condotto a fine aprile, ora il 47% degli americani ritiene eccessivo il sostegno degli Stati Uniti a Israele, contro il 18% registrato da un sondaggio Pew Research Center nel 2015. Nello stesso periodo, la quota di chi considera eccessivo tale sostegno è salita dal 26% al 66% tra i democratici, dal 20% al 51% tra gli indipendenti e dal 7% al 22% tra i repubblicani.
La fine del consenso bipartisan:
Israele ora divide entrambi i partiti
L'opinione pubblica si è ribaltata in soli 11 anni: la quota di americani che giudica eccessivo il sostegno a Israele è passata dal 18% al 47%. Al Senato 40 esponenti democratici hanno votato per bloccare le vendite di armi a Israele, mentre tra i giovani repubblicani il 57% esprime un'opinione sfavorevole.
Il sostegno a Israele giudicato eccessivo: 2015 vs 2026
La quota di americani che ritiene eccessivo l'appoggio degli Stati Uniti a Israele è cresciuta in tutti i segmenti dell'elettorato. Tra i democratici è passata dal 26% al 66%. Tra i repubblicani, dal 7% al 22%.
L'inversione è più forte tra i democratici, ma è generalizzata. Persino tra i repubblicani la quota di chi ritiene eccessivo a Israele il sostegno è triplicata, segnale di un consenso che non regge più ai vecchi argini partitici.
Quanto Israele divide i due partiti, secondo i loro stessi elettori
In un sondaggio CNN di fine marzo 2026, una larga maggioranza degli elettori democratici e quasi metà di quelli repubblicani considerano il sostegno a Israele un tema che crea problemi all'interno del proprio partito.
In 9 mesi, 13 senatori democratici hanno cambiato posizione. È il numero più alto in assoluto a sostegno di una risoluzione di questo tipo presentata dal senatore Bernie Sanders.
L'opinione su Israele divide gli elettori per età, soprattutto a destra
Una rilevazione Pew Research Center di marzo 2026 mostra come le opinioni sfavorevoli su Israele crescano tra i giovani in entrambi i partiti, ma il salto generazionale sia particolarmente marcato tra i repubblicani.
Il Michigan come banco di prova del nuovo corso democratico verso Israele
Nella corsa alle primarie democratiche per il Senato in Michigan i tre candidati principali sono molto vicini tra loro, ma le posizioni su Israele segnano una linea di frattura netta. Il 36% dell'elettorato è ancora indeciso.
La frattura generazionale e il caso Michigan
La frattura è anche generazionale e riguarda in modo particolare i repubblicani. Una rilevazione Pew Research Center di marzo mostra che, tra gli elettori del partito repubblicano sotto i cinquant'anni, il 57% ha un'opinione sfavorevole di Israele, contro il 24% degli over 50. Tra i democratici, i giudizi negativi raggiungono l'84% sotto i cinquant'anni e il 76% sopra quella soglia. Un'indagine dell'istituto conservatore Manhattan Institute dello scorso anno ha rilevato come le posizioni anti-Israele siano più diffuse tra i giovani repubblicani e tra i nuovi arrivati nella coalizione di Trump che nella base storica del partito.
Tra i democratici, invece, all'irritazione già presente per la guerra a Gaza si è aggiunta la critica al ruolo israeliano nella guerra contro l'Iran. La candidata al Senato in Michigan Mallory McMorrow, dopo aver partecipato a un viaggio in Israele finanziato dall'American Israel Public Affairs Committee, la principale lobby filo-israeliana nota come Aipac, in ottobre ha definito per la prima volta "genocidio" la guerra a Gaza. La scorsa settimana, in un'intervista radiofonica, ha detto che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha convinto Donald Trump a entrare in guerra con l'Iran e che gli Stati Uniti stanno pagando il prezzo di un conflitto in cui non avevano motivo di farsi trascinare.
Il caso Michigan è centrale per capire la trasformazione in corso tra i democratici. Un sondaggio Glengariff Group di aprile condotto per la Detroit Regional Chamber of Commerce dà la deputata filo-israeliana Haley Stevens al 25%, l'ex funzionario sanitario della contea di Wayne Abdul El-Sayed, critico di Israele, al 23%, e McMorrow al 16%, con il 36% degli elettori ancora indecisi. El-Sayed ha attaccato Stevens per aver accettato il sostegno dell'Aipac, che a sua volta non ha fatto sapere se interverrà nella corsa.
Anche a destra cresce il dissenso
Tra i repubblicani, Trump si sta scontrando con una parte della sua base elettorale, che giudica la guerra all'Iran in contraddizione con la promessa "America First". Joe Kent, ex funzionario antiterrorismo, si è dimesso a marzo dalla direzione del National Counterterrorism Center scrivendo che la guerra è cominciata sotto la pressione di Israele e della sua potente lobby americana. Il presidente ha negato che Israele abbia influenzato la decisione di attaccare Teheran e ha definito "perdenti" i suoi critici di destra.
Ma, in un contesto ostile come questo, persino figure storicamente filo-israeliane stanno modificando la propria posizione. A gennaio il senatore Lindsey Graham, da sempre tra i più convinti sostenitori di Israele al Senato, ha proposto di accelerare la riduzione degli aiuti americani rispetto alla tabella decennale avanzata da Netanyahu. Lo scorso mese, all'Ohio State University, l'imprenditore Vivek Ramaswamy, oggi candidato repubblicano come governatore dell'Ohio, ha ricordato che nel 2024 era l'unico tra i candidati repubblicani alla presidenza a chiedere la fine degli aiuti a Israele e ha aggiunto che molti di quelli che allora dissentivano ora la pensano come lui.
Jeremy Ben-Ami, fondatore e presidente di J Street, alternativa progressista all’Aipac, ha sintetizzato tutto questo al Washington Post con parole nette: è finita per sempre l’epoca dell’Israele da sostenere “giusto o sbagliato” che fosse, della relazione speciale sottratta a ogni discussione e dei finanziamenti senza alcuna condizione.