Il punto di rottura per la democrazia americana potrebbe arrivare non nella notte elettorale del 3 novembre, ma piuttosto la mattina del 3 gennaio 2027, quando la nuova Camera dei Rappresentanti si riunirà per iniziare il mandato del 120º Congresso. È lo scenario delineato da J. Michael Luttig, per quindici anni giudice della Corte d'Appello federale del Quarto circuito e a lungo punto di riferimento della destra giuridica americana, in un intervento pubblicato dal New Republic.
La ricostruzione ruota attorno a una figura poco conosciuta fuori da Washington: il clerk della Camera, figura equivalente al segretario generale, che prima dell'insediamento prepara l'elenco ufficiale dei rappresentanti eletti. Quel documento determina chi può partecipare alle operazioni iniziali della nuova legislatura, a cominciare dall'elezione dello Speaker. Secondo Luttig, prima della scadenza del suo mandato a mezzogiorno del 3 gennaio, lo speaker uscente Mike Johnson potrebbe rimuovere l'attuale clerk, Kevin McCumber, e nominare temporaneamente al suo posto una persona disposta a omettere dall'elenco alcuni democratici eletti.
La legge federale, in particolare il 2 U.S.C. § 26, stabilisce che il clerk della Camera uscente debba inserire nell'elenco i deputati le cui credenziali attestino che sono stati regolarmente eletti secondo le leggi statali o federali. In caso di rimozione del clerk, un'altra norma consente allo Speaker di nominare temporaneamente un sostituto fino all'elezione del nuovo clerk da parte della Camera.
Il nodo costituzionale e il ruolo della Corte Suprema
Il fondamento costituzionale di un'eventuale contestazione dei risultati sarebbe l'Articolo I, sezione 5 della Costituzione degli Stati Uniti, secondo cui ciascuna Camera giudica "le elezioni, i risultati e i requisiti" dei propri membri. La portata di questo potere, tuttavia, non è illimitata. Nel 1969, con la sentenza Powell v. McCormack, la Corte Suprema ha stabilito che la Camera dei Rappresentanti non poteva escludere Adam Clayton Powell, rieletto nel 1966, sulla base di requisiti ulteriori rispetto a quelli previsti dalla Costituzione.
La sentenza Powell, però, non riguardava una controversia su chi avesse effettivamente vinto un'elezione. Luttig ne ricava un principio più ampio: a suo giudizio, una maggioranza semplice della Camera non potrebbe negare il seggio a un candidato regolarmente eletto limitandosi ad affermare, senza prove, che il voto sia stato alterato da frodi.
Se un clerk omettesse dall'elenco rappresentanti in possesso di una regolare certificazione statale, secondo Luttig gli interessati potrebbero rivolgersi a un giudice federale per ottenere un writ of mandamus, cioè un ordine che imponga al funzionario di adempiere a un compito vincolato dalla legge. La controversia potrebbe quindi arrivare fino alla Corte Suprema. Più incerto è ciò che accadrebbe se, una volta costituita, fosse la stessa Camera a decidere di non insediare alcuni deputati regolarmente eletti: su questo punto non esiste consenso tra gli studiosi circa l'ampiezza del controllo che i tribunali potrebbero esercitare sulle decisioni adottate ai sensi dell'Articolo I, sezione 5.
Luttig descrive comunque un simile stallo come una grave finestra di vulnerabilità. Una Camera dei Rappresentanti incapace di organizzarsi e di legiferare limiterebbe fortemente la capacità del Congresso di reagire a crisi internazionali o economiche, per esempio a un'escalation cinese attorno a Taiwan o a nuovi sviluppi della guerra in Ucraina.
L'ex giudice guarda con diffidenza anche all'eventuale ruolo della Corte Suprema. Cita Trump v. United States, che nel 2024 ha riconosciuto agli ex presidenti l'immunità assoluta per gli atti compiuti nell'esercizio dei poteri costituzionali esclusivi e almeno un'immunità presuntiva per gli altri atti ufficiali. Richiama inoltre una seconda sentenza, Trump v. Anderson, nel quale la Corte ha evitato di stabilire se Trump fosse personalmente ineleggibile ai sensi della Sezione 3 del Quattordicesimo Emendamento, e critica il ricorso della Corte alle procedure d'urgenza del cosiddetto "shadow docket", spesso decise senza udienza orale e senza un'opinione motivata completa.
L'appello di Luttig e le obiezioni
L'appello di Luttig è rivolto soprattutto ai repubblicani: prima delle elezioni di novembre dovrebbero dichiarare pubblicamente che non parteciperanno a eventuali tentativi di escludere i candidati dell'altro Partito regolarmente eletti. L'ex giudice invita inoltre i membri di entrambi gli schieramenti a impegnarsi a rispettare il risultato delle urne e a trasformare in tema elettorale l'eventuale rifiuto degli avversari di assumere lo stesso impegno.
Sullo sfondo ci sono le dichiarazioni di Donald Trump sul voto di novembre. Il 2 febbraio, durante un'intervista con l'ex vicedirettore dell'FBI Dan Bongino, tornato a condurre il suo podcast dopo le dimissioni dall'agenzia, il presidente ha affermato che i repubblicani dovrebbero "prendere il controllo" del voto in almeno quindici "luoghi" non precisati e "nazionalizzare" il voto. La Costituzione attribuisce anzitutto agli Stati la regolazione delle elezioni per il Congresso, pur consentendo al Congresso federale di intervenire sulle regole, ma non assegna al presidente il potere di amministrarle direttamente.
Nel discorso in prima serata del 16 luglio sull'"integrità elettorale", Trump ha inoltre denunciato il voto dei non cittadini, vulnerabilità dei registri elettorali, rischi per i sistemi elettronici e interferenze straniere. I documenti pubblicati dalla Casa Bianca indicavano reali vulnerabilità e tentativi di interferenza, ma non dimostravano che questi fenomeni avessero alterato su larga scala i risultati delle elezioni americane.
La lettura di Luttig è però contestata. Il giurista Derek Muller, sull'Election Law Blog, ha definito eccessivamente allarmistiche molte delle ricostruzioni sul 3 gennaio. L'obiezione centrale è che la Camera dei Rappresentanti non è un organo permanente: a mezzogiorno del 3 gennaio termina il mandato della legislatura precedente e Johnson cessa automaticamente di essere Speaker. Inoltre, il nuovo Congresso può contestare tutte le decisioni prese durante la fase di organizzazione.
Altri studiosi riconoscono però che un clerk disposto a violare i propri obblighi potrebbe provocare almeno un grave caos procedurale e giudiziario. Più che un meccanismo certo per sovvertire il risultato elettorale, dunque, quello descritto da Luttig resta uno scenario controverso sulle vulnerabilità della delicata fase in cui una Camera dei Rappresentanti termina il proprio mandato e quella successiva deve ancora organizzarsi.
