Groenlandia, le richieste di Trump: basi a tempo indeterminato e veto sugli investimenti stranieri
Da gennaio Washington, Copenaghen e Nuuk negoziano in segreto sul futuro dell'isola. I funzionari groenlandesi temono però che le richieste americane comprimano la loro sovranità per generazioni.
Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia stanno trattando in segreto da 4 mesi a Washington per ridefinire il futuro dell'isola artica. Lo rivela il New York Times, in un'inchiesta basata su fonti delle tre capitali. L'obiettivo è offrire al presidente Donald Trump una via d'uscita dalle minacce di occupazione militare e disinnescare una crisi che sin da subito ha rischiato di incrinare la coesione della Nato. Ma le richieste emerse al tavolo preoccupano i leader groenlandesi.
Secondo il New York Times, Washington vuole, infatti, modificare l'accordo di difesa firmato con la Danimarca nel 1951, quando la Groenlandia era ancora una colonia danese. L'obiettivo è consentire alle truppe americane di restare sull'isola a tempo indeterminato, anche nel caso in cui un giorno la Groenlandia diventasse indipendente. Gli Stati Uniti chiedono, inoltre, un potere di veto sui principali investimenti stranieri, per impedire l'ingresso di capitali russi e cinesi. Groenlandesi e danesi si oppongono con fermezza. Sul tavolo c'è anche la cooperazione sulle risorse naturali: l'isola è ricca di petrolio, uranio, terre rare e altri minerali critici, in larga parte ancora sepolti sotto i ghiacci.
L'Artico torna al centro della strategia americana
Le delegazioni si sono incontrate 5 volte da gennaio, quando Trump ha minacciato di "prendersi" la Groenlandia definendola essenziale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. A guidare i colloqui per Washington è Michael Needham, uno dei principali consiglieri del Segretario di Stato Marco Rubio. Trump ha poi attenuato i toni e oggi è assorbito dal conflitto con l'Iran, ma la Casa Bianca ha fatto sapere che l'interesse per l'isola resta vivo.
Il negoziato segreto sul futuro della Groenlandia
Da gennaio Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia stanno trattando a Washington per disinnescare le minacce di Trump. Sul tavolo: presenza militare statunitense a tempo indeterminato, veto sugli investimenti stranieri e accesso alle risorse artiche.
Risorse, rotte artiche e sicurezza nazionale
Per Washington la Groenlandia concentra 3 interessi decisivi: una posizione chiave per sorvegliare la Russia, l'accesso a porti in acque profonde e riserve di minerali strategici sempre più indispensabili.
Per Washington la Groenlandia è la chiave di volta per chiudere il triangolo artico con Alaska e Canada, e per tagliare fuori capitali russi e cinesi dalle filiere dei minerali critici.
Cosa chiedono gli Stati Uniti
Le delegazioni trattano sotto la guida di Michael Needham, consigliere del Segretario di Stato Marco Rubio. 3 le richieste principali finora emerse dai colloqui.
Washington vuole garantire alle truppe americane di restare sull'isola a tempo indeterminato, anche nel caso in cui un giorno la Groenlandia raggiungesse l'indipendenza.
È il punto più controverso. Gli Stati Uniti chiedono di poter bloccare i principali investimenti esteri sull'isola, soprattutto per impedire l'ingresso di capitali russi e cinesi. Danesi e groenlandesi si oppongono: comprimerebbe la sovranità di Nuuk.
Accesso privilegiato a petrolio, uranio, terre rare e altri minerali critici ancora sepolti sotto i ghiacci. Una posta strategica nella competizione globale sulle filiere dei minerali essenziali per la transizione tecnologica e militare.
Cosa pensa ciascun attore
Trump ha attenuato i toni rispetto alle minacce di "prendersi" l'isola, oggi è assorbito dal conflitto con l'Iran. Ma la Casa Bianca ha fatto sapere che l'interesse per la Groenlandia resta vivo. Il Pentagono procede con i piani di espansione delle basi militari.
Non rifiutano in linea di principio una presenza militare americana più ampia sull'isola, ma per loro il veto sugli investimenti è una linea rossa. Il premier Nielsen ribadisce che il rapporto con la Danimarca si decide a Nuuk, non a Washington.
Si oppone con fermezza alle richieste sul veto per gli investimenti. Paradosso negoziale: Copenaghen potrebbe finire per recuperare influenza sull'isola tramite un meccanismo di vaglio degli investitori, dato che la Groenlandia non dispone di un'intelligence autonoma per individuare legami con Mosca o Pechino.
Dal proclama di Trump al tavolo di Washington
Alcuni politici groenlandesi hanno cerchiato due date sul calendario: il 14 giugno, compleanno di Trump, e il 4 luglio, festa nazionale americana. Vivian Motzfeldt, ex Ministra degli Esteri groenlandese, ha detto al New York Times che, se le guerre in Iran e in Ucraina dovessero chiudersi, Trump tornerebbe a concentrarsi sull'isola e anche la Russia sposterebbe la propria attenzione sull'Artico.
Intanto il Pentagono procede con i piani di espansione militare. Il generale Gregory M. Guillot, capo del Northern Command, ha spiegato al New York Times che la Groenlandia entrerà in una catena di radar e basi collegata ad Alaska e Canada. Servono inoltre un porto in acque profonde e una sede per le forze speciali da far ruotare sull'isola per attività di addestramento. Un ufficiale dei Marines è stato inviato a Narsarsuaq, nel sud della Groenlandia, per ispezionare l'aeroporto risalente alla Seconda guerra mondiale, il porto e i possibili alloggi per le truppe.
Il nodo della sovranità groenlandese
I groenlandesi non vogliono diventare cittadini americani, ma non respingono in linea di principio una presenza militare statunitense più ampia nell'isola. Durante la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda, la Groenlandia ha già ospitato migliaia di soldati americani, prima che tutte le basi, tranne una, venissero chiuse. Il vero punto di scontro è il controllo degli investimenti. Secondo fonti coinvolte nei colloqui, le richieste americane comprimerebbero la sovranità di Nuuk.
Per superare l'impasse, si discute un meccanismo in cui sarebbe Copenaghen a vagliare i potenziali investitori, con un contributo americano. La Groenlandia non dispone infatti di un'intelligence autonoma in grado di individuare eventuali legami con Mosca e Pechino. Il paradosso è che il negoziato, nato per allentare la pressione di Trump, potrebbe finire per restituire alla Danimarca un'influenza maggiore sull'isola.
Justus Hansen, deputato del Parlamento groenlandese, ha però già detto al New York Times che, se gli americani ottenessero tutto ciò che chiedono, non ci sarebbe mai una vera indipendenza. "Tanto varrebbe alzare la nostra bandiera solo a metà", ha aggiunto. Da parte sua il primo ministro Jens-Frederik Nielsen, 34 anni, ex giocatore di badminton di alto livello, ha detto che la Groenlandia è disposta a fare affari, ma che le rigide regole non cambieranno. E sull'indipendenza è stato netto: il rapporto tra Groenlandia e Danimarca va deciso internamente. Non spetta agli americani, né a nessun altro.