A tre settimane dal voto di metà mandato, l'esito delle midterm dipende soprattutto da una fetta precisa dell'elettorato: chi nel 2024 ha votato Donald Trump senza riconoscersi nel movimento MAGA. È la tesi di un'analisi di Ed Kilgore pubblicata sul New York Magazine, secondo cui i repubblicani avrebbero fatto meglio a tenere il presidente lontano dalla campagna elettorale. Molti di questi elettori oggi sono delusi dal presidente e la strategia di Trump, tutta concentrata sullo zoccolo duro dei suoi sostenitori, difficilmente li riporterà dalla parte del partito.
Le elezioni di metà mandato sono quasi sempre un giudizio sull'operato e sul carattere di chi occupa la Casa Bianca. Secondo la media dei sondaggi di RealClearPolitics, uno dei principali aggregatori americani, il 38,1 per cento degli americani approva il lavoro del presidente e il 59,5 per cento lo disapprova. I presidenti con un livello di impopolarità simile escono quasi sempre dalle midterm con perdite pesanti. Trump però conserva un nucleo di sostenitori che non si sposta.
I democratici hanno impostato la campagna su quello che considerano il punto debole del presidente: il costo della vita, alto e in aumento, su cui Trump ha un bilancio scarso e verso cui ha mostrato disinteresse. A questo hanno aggiunto la corruzione cresciuta nella sua amministrazione e la guerra contro l'Iran, presentata come una guerra scelta e non necessaria. I repubblicani invece hanno puntato soprattutto a mobilitare i sostenitori più fedeli di Trump e a portarli alle urne, cercando allo stesso tempo di far emergere nei moderati i dubbi sugli avversari.
Per Kilgore la mobilitazione della base non basterà a vincere, perché quegli elettori sono già motivati. Un piccolo aumento della loro affluenza può contenere l'avanzata democratica negli Stati più conservatori. Ma anche nella migliore delle ipotesi non sono abbastanza numerosi per superare i democratici, molto motivati, sommati alla grande massa di elettori indecisi che non apprezzano l'economia di Trump, non approvano la guerra e sono stanchi del suo stile.
Le residue speranze dei repubblicani di limitare i danni, cioè di tenere il Senato e lasciare ai democratici una maggioranza risicata alla Camera, passano dagli elettori che hanno scelto Trump nel 2024 senza essere suoi sostenitori convinti. Molti sono repubblicani tradizionali che non hanno mai abbracciato il trumpismo. Altri sono indipendenti scontenti dei risultati economici di Joe Biden, che ricordavano il primo mandato di Trump come un periodo di relativa prosperità. Una piccola parte erano persino democratici stanchi di un presidente ultraottantenne o di alcune correnti del proprio partito.
Una nuova indagine del Pew Research Center, uno dei principali istituti di ricerca americani, mostra che solo il 67 per cento degli elettori che hanno votato Trump nel 2024, verificati sulle liste elettorali, approva il suo lavoro da presidente. La quota scende al 57 per cento tra gli elettori ispanici e al 49 per cento tra gli under 30 che lo avevano sostenuto due anni fa. Il sondaggio settimanale dell'Economist e di YouGov va nella stessa direzione: il 21 per cento degli elettori di Trump del 2024 disapprova il suo operato, ma tra chi si definisce MAGA la quota scende al 7 per cento.
Questo calo spiega gran parte del quadro nazionale. Nel 2024 i repubblicani avevano vinto il voto popolare per la presidenza con un margine di 1,5 punti e il voto popolare complessivo per la Camera con 2,6 punti. Oggi sono indietro di 7,9 punti nel cosiddetto generic ballot, il sondaggio in cui si chiede agli elettori quale partito voteranno per la Camera senza indicare i nomi dei candidati e che serve a stimare il voto nazionale. Il distacco è più ampio in altre medie (9 punti per Silver Bulletin, 8,5 per Decision Desk HQ). Rispetto a due anni fa i repubblicani hanno perso più di dieci punti di margine. A pesare c'è anche il voto di chi nel 2024 non è andato alle urne, un gruppo che mescola gli astenuti di allora e i nuovi elettori: secondo Pew si divide a favore dei democratici in un rapporto di circa tre a due.
Portare in giro Trump nei comizi a ripetere i suoi cavalli di battaglia e a vantarsi dei risultati ottenuti difficilmente aiuterà i repubblicani a recuperare. Secondo Kilgore potrebbe invece funzionare la tattica, molto costosa, di attaccare senza sosta i democratici, perché molti elettori di Trump delusi non sono convinti nemmeno dall'opposizione. Amy Walter, direttrice del Cook Political Report, una delle principali newsletter americane di analisi elettorale, ha descritto la stessa difficoltà del partito: mentre Trump chiede ai suoi di votare come se fosse lui il candidato, la coalizione che lo aveva portato alla vittoria si è spaccata.
Walter cita un sondaggio di Echelon Insights realizzato per Puck News. A gennaio del 2025 il 59 per cento dei repubblicani si identificava soprattutto con Trump e il 36 per cento con il partito. Oggi le proporzioni si sono quasi invertite: solo il 34 per cento dei repubblicani si considera prima di tutto un sostenitore di Trump, contro il 56 per cento che si sente legato al Partito Repubblicano. Per questo, secondo Walter, il problema dei repubblicani non è portare alle urne gli elettori di Trump, ma convincere a votare quelli che non si riconoscono nel movimento MAGA.
Per fermare l'onda blu, sostiene Kilgore, i repubblicani avrebbero bisogno di un Trump in secondo piano e di usare le loro grandi risorse economiche per attaccare i democratici, sia come partito sia come singoli candidati. L'obiettivo sarebbe pareggiare la sfida tra le due basi mobilitate e convincere circa metà degli altri elettori che votano a scegliere i repubblicani come il male minore. Invece di sentire Trump che chiede di votare come se fosse sulla scheda, gli elettori dovrebbero dimenticarsi di lui. Il presidente però non sembra disposto a farsi da parte. La sua presenza costante rischia di pesare sulle ultime settimane di campagna dei candidati repubblicani.
