Epidemia di Ebola in Congo e Uganda, l'Oms dichiara l'emergenza sanitaria internazionale

Il focolaio nella Repubblica Democratica del Congo ha già infettato più di 300 persone causato la morte di oltre 80. Gli esperti puntano il dito contro lo smantellamento di USAID voluto da Trump.

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Epidemia di Ebola in Congo e Uganda, l'Oms dichiara l'emergenza sanitaria internazionale

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato un'emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l'epidemia di Ebola scoppiata nella Repubblica Democratica del Congo e già arrivata oltre confine, in Uganda. Il virus ha ucciso più di 80 persone e ne ha contagiate oltre 300, tra cui almeno un cittadino statunitense. Numeri così alti al momento dell'annuncio fanno temere che il focolaio sia stato individuato quantomeno con ritardo.

Ebola è una malattia particolarmente grave, con un tasso medio di letalità intorno al 50% e per questo le autorità sanitarie tendono a intervenire appena emergono i primi casi. Nel 2025, per esempio, il Congo aveva dichiarato un focolaio dopo appena 28 contagi, poi concluso con 45 morti. Questa volta l'allarme parte da una base molto più ampia.

Jeremy Konyndyk, che durante l'Amministrazione Obama si occupò della risposta a Ebola per l'Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale, USAID, ha detto a Npr di essere "molto, molto preoccupato". Secondo Konyndyk, il focolaio congolese ha già "più slancio al momento dell'individuazione" rispetto all'epidemia dell'Africa occidentale del 2014, che provocò oltre 11.000 morti.

Il ceppo raro e le difficoltà sul terreno

Una parte del ritardo potrebbe dipendere dalla natura stessa del virus. Il ceppo coinvolto è il Bundibugyo, una variante rara che i test rapidi usati sul campo spesso non riescono a rilevare. I campioni devono quindi essere inviati a laboratori più attrezzati e, in un Paese vasto e complesso come la Repubblica Democratica del Congo, questo passaggio può richiedere giorni preziosi.

A complicare il quadro c'è anche la geografia del focolaio. I contagi si concentrano in una remota area mineraria attraversata da un conflitto in corso. In zone simili, gli operatori umanitari svolgono spesso una funzione essenziale di sorveglianza informale: arrivano dove il personale governativo fatica a operare, raccolgono segnali d'allarme e segnalano possibili focolai.

Proprio questa rete, però, si sarebbe indebolita. Gli Stati Uniti hanno storicamente sostenuto la sorveglianza epidemiologica nella regione, considerata uno dei principali punti caldi mondiali per le malattie infettive. Il personale di USAID sul territorio congolese segnalava focolai sospetti, mentre i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) fornivano supporto tecnico per il trasporto dei campioni e le analisi di laboratorio.

Il nodo USAID e il rischio per il resto del mondo

L'Amministrazione Trump ha smantellato USAID nel 2025 e i CDC hanno subito tagli ripetuti ai finanziamenti. Secondo Konyndyk, queste decisioni hanno indebolito la capacità di risposta americana proprio mentre emergeva il nuovo focolaio complesso. "Siamo in una posizione molto, molto più debole per rispondere a un'epidemia di Ebola di questo tipo rispetto a quella in cui ci trovavamo anche solo 18 o 24 mesi fa", ha detto a Npr.

Il Dipartimento di Stato ha respinto le critiche, definendo "false" le accuse secondo cui la riforma di Usaid avrebbe ridotto la capacità di risposta a Ebola. In una conferenza stampa di domenica, Satish Pillai, responsabile della risposta a Ebola per i CDC, non ha voluto rispondere direttamente sul punto. Ha però spiegato che i CDC sono stati informati del primo caso solo il giorno prima dell'annuncio ufficiale del focolaio, mentre di solito il preavviso è più lungo, attribuendo il ritardo alle "difficili condizioni sul terreno".

Il rischio per i Paesi esterni alla regione resta comunque basso. L'Ebola non si trasmette per via aerea come il Covid o l'influenza e difficilmente può trasformarsi in una minaccia pandemica globale. Il problema principale riguarda quindi Congo e Uganda: il ceppo Bundibugyo è raro e, al momento, non esistono vaccini o trattamenti approvati specificamente contro questa variante.

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