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Da vent'anni gli americani non si fidano più del governo
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Politica interna 4 min di lettura

Da vent'anni gli americani non si fidano più del governo

Dal 2008 la fiducia nel governo federale non si è mai ripresa ed è scesa al 16 per cento. Per i democratici è un rischio anche in caso di vittoria alle midterm.

Nel 2024 appena il 16 per cento degli elettori americani diceva di fidarsi del governo federale, cioè di credere che a Washington si faccia la cosa giusta almeno la maggior parte delle volte. Nel 1964 era il 79 per cento. Secondo un'analisi di Bryan Bennett pubblicata sulla sua newsletter Walking Through the Data, la sfiducia verso le istituzioni non è una caratteristica di queste midterm: è ai minimi da quasi vent'anni e da allora non si è mai ripresa.

Il New York Times ha definito il voto del 3 novembre "l'elezione della sfiducia". Per Bennett è soltanto l'ultima di una lunga serie iniziata a metà degli anni Duemila. La sua ricostruzione si basa sui dati dell'American National Election Studies (ANES), un'indagine accademica che intervista gli elettori americani in occasione delle elezioni e che raccoglie dati dal 1948. L'analisi si concentra sulle presidenziali tra il 1964 e il 2024.

La fiducia nel governo era già crollata una volta, tra la guerra del Vietnam e lo scandalo Watergate. Dal 79 per cento del 1964 era scesa al 64 per cento nel 1968, al 56 per cento nel 1972, al 36 per cento nel 1976 e infine al 25 per cento nel 1980. Dopo quel minimo però era risalita. Nel 1984 era tornata al 45 per cento e, dopo un nuovo calo negli anni Novanta, nel 2000 era di nuovo al 45 per cento. Nel 2002, dopo gli attentati dell'11 settembre, aveva toccato il 55 per cento, il valore più alto di questo secolo. Nel 2004 si fidava ancora del governo quasi un americano su due, il 48 per cento.

Il periodo tra il 2005 e il 2008 ha cambiato tutto. Durante il secondo mandato di George W. Bush gli americani hanno assistito alle menzogne, alla cattiva gestione e ai costi della guerra in Iraq, alla risposta fallimentare all'uragano Katrina e soprattutto alla crisi finanziaria globale. Tra il 2004 e il 2008 la fiducia è scesa dal 48 al 30 per cento. È il secondo calo più ripido tra due presidenziali nella serie dell'ANES, superato solo da quello tra il 1972 e il 1976, quando in mezzo c'erano il Watergate e le dimissioni di Richard Nixon.

La differenza rispetto agli anni Settanta è che questa volta la ripresa non è mai arrivata. Dopo il 2008 la fiducia ha continuato a scendere fino al 16 per cento del 2024 ed è rimasta sui livelli più bassi della serie per circa vent'anni, un'elezione dopo l'altra.

Il quadro peggiora se si guarda a quanto gli americani si sentono rappresentati. L'ANES chiede infatti agli intervistati se il governo sia gestito da pochi grandi interessi che pensano a se stessi oppure nell'interesse di tutti, se i politici si preoccupino di ciò che pensano le persone comuni e se le persone comuni abbiano voce in capitolo su quello che fa il governo.

Nel 1980 e nel 1992 la fiducia nel governo era bassa, rispettivamente al 25 e al 30 per cento, ma gli elettori si sentivano ancora in buona parte rappresentati. Nel 1980 due terzi degli intervistati, il 67 per cento, pensavano che le persone avessero voce in capitolo e il 51 per cento credeva che ai politici importasse la loro opinione. Solo il 24 per cento riteneva però che il governo lavorasse nell'interesse di tutti. Nel 1992 le quote erano simili: 63 per cento, 42 per cento e 20 per cento.

Tra il 2008 e il 2024 si sono tenute cinque elezioni presidenziali e in tutte meno della metà degli elettori ha dato una risposta positiva a ciascuna delle tre domande. Negli ultimi sessant'anni era successo solo un'altra volta, nel 1996. Nel 2024 si sono registrati i valori più bassi di sempre: solo il 24 per cento pensava che le persone comuni avessero voce in capitolo e solo il 15 per cento che ai politici importasse la loro opinione. La quota di chi riteneva che il governo lavorasse nell'interesse di tutti, storicamente la più bassa delle tre, era al 17 per cento, sotto il peggior dato registrato prima del 2008.

Secondo Bennett questa situazione ha reso la politica americana più imprevedibile. Negli ultimi vent'anni gli elettori si sono divisi in modo sempre più netto tra i due partiti, così a decidere le elezioni è un gruppo ristretto di persone che tende a punire chi è al potere, in un periodo in cui il giudizio sull'andamento del paese è negativo da molto tempo. Allo stesso tempo è cresciuto l'interesse per i candidati esterni alla politica tradizionale, che per loro natura si presentano contro chi governa.

Nel 2024 i democratici hanno già pagato questo clima. Durante la presidenza di Joe Biden molti elettori erano convinti che l'economia andasse male e che il costo della vita fosse aumentato troppo. Negli exit poll del 2024 Trump aveva un vantaggio di 7 punti sulla gestione dell'economia e alla vigilia del voto quasi due elettori su tre ritenevano che il paese stesse andando nella direzione sbagliata.

Anche se i democratici riconquistassero Camera e Senato alle midterm e poi la Casa Bianca nel 2028, secondo Bennett il potere ottenuto sarebbe subito in pericolo alle elezioni del 2030 e del 2032, a meno che il partito non riesca a interrompere la sfiducia cronica verso il governo o il giudizio negativo sull'andamento del paese. Il mandato dei senatori dura sei anni: i candidati democratici al Senato che potrebbero vincere a novembre rischiano di essere sconfitti nel 2032. Senza un piano per invertire queste tendenze, secondo Bennett, quella notte elettorale potrebbe essere per i democratici peggiore di quelle del 2016 e del 2024.

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Lorenzo Ruffino
Autore

Lorenzo Ruffino

Scrive regolarmente da anni di politica, elezioni, società e economia con un approccio data-driven. È parte di Focus America dal 2018, ha una newsletter su Substack.

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