Cosa vogliono gli elettori Democratici

Populismo economico, moderazione sulle questioni culturali e stop agli aiuti militari a Israele: le indicazioni che emergono dal nuovo sondaggio del New York Times sull'elettorato del partito

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Cosa vogliono gli elettori Democratici
Adam Schultz / Biden for President

Il Partito democratico americano, ancora in cerca di una direzione dopo la sconfitta di Kamala Harris nelle elezioni presidenziali del 2024, ha davanti una possibile strada. Un nuovo sondaggio del New York Times e del Siena College mostra che i suoi elettori chiedono populismo economico, moderazione sulle questioni culturali considerate centrali nella sconfitta di Harris e uno stop agli aiuti militari a Israele.

Il sondaggio definisce "coalizione democratica" l'insieme di elettori democratici, indipendenti che si schierano con il partito e indipendenti che hanno votato Harris nel 2024. Una maggioranza piuttosto netta si dice sostanzialmente soddisfatta del posizionamento ideologico del partito: solo il 20 per cento ritiene che sia troppo a sinistra e solo il 17 per cento che sia troppo a destra. L'insoddisfazione che emerge non riguarda quindi l'ideologia, ma il fallimento dei democratici nel fermare il presidente Trump, prima alle urne e ora al governo.

Sulla direzione complessiva da prendere il quadro resta diviso. Il 47 per cento degli elettori della coalizione democratica vorrebbe vedere il partito spostarsi verso il centro, il 28 per cento chiede invece uno spostamento a sinistra e il 19 per cento preferirebbe che il partito non si muovesse. Quando la domanda viene riformulata in funzione delle presidenziali del 2028, lo spostamento al centro guadagna terreno: il 52 per cento lo considera necessario per vincere, contro il 25 per cento che spinge verso sinistra.

La preferenza per il centro si indebolisce molto quando si entra nel merito dei singoli temi. Sull'immigrazione solo il 46 per cento ritiene necessaria una virata centrista per vincere, e sui diritti delle persone transgender la percentuale scende al 38 per cento. È sul tema della criminalità che la voglia di moderazione è più forte, mentre sui temi economici accade l'opposto. La metà degli elettori della coalizione democratica vorrebbe vedere il partito muoversi più a sinistra sulla sanità, contro un 25 per cento che chiede il contrario. Sull'economia generale il fronte è spaccato a metà: 38 per cento per il centro, 37 per cento per la sinistra.

Il movimento dell'abundance, che propone di facilitare la costruzione di case, infrastrutture ed energia riducendo i vincoli burocratici, resta sconosciuto a oltre il 90 per cento degli elettori democratici. Messi davanti alla scelta tra un candidato che persegua quell'agenda e uno che invece prometta di abbassare i prezzi attaccando i monopoli delle grandi aziende, gli elettori democratici preferiscono il populista con un margine di due a uno.

Sotto questa preferenza c'è una diffusa convinzione che il sistema economico americano non funzioni. L'88 per cento della coalizione democratica giudica il sistema economico ingiusto per la maggior parte degli americani e l'83 per cento ritiene che il sistema politico ed economico abbia bisogno di cambiamenti almeno "significativi". È un terreno fertile per un linguaggio politico incentrato sulla disuguaglianza, sul potere delle grandi aziende e sulla corruzione del sistema.

Il tema di Israele, che durante gli anni di Joe Biden aveva diviso l'ala progressista dall'establishment del partito, è oggi un punto di consenso. Solo il 15 per cento degli elettori democratici dice di simpatizzare più con Israele che con i palestinesi, mentre il 74 per cento si oppone a nuovi aiuti militari ed economici al governo di Benjamin Netanyahu.

Le indicazioni non sono univoche. Due terzi della coalizione democratica vogliono uno spostamento verso il centro su almeno uno fra immigrazione, diritti transgender e criminalità, anche se senza un consenso su quale di questi temi. Quasi il 70 per cento ritiene che almeno un movimento in quella direzione sia necessario per vincere nel 2028. Lo spostamento al centro può inoltre riguardare il linguaggio e lo stile più che i contenuti: parte del rigetto del cosiddetto "woke" non riguardava il programma del partito, ma una politica identitaria percepita come moralistica e invadente nella vita quotidiana.

La combinazione di populismo economico, moderazione culturale e progressismo sulla politica estera si ritrova in alcuni dei candidati democratici che hanno avuto più successo in questo ciclo elettorale, pur provenendo da aree ideologiche diverse. Graham Platner nel Maine, più a sinistra, e il senatore Jon Ossoff in Georgia, più moderato, hanno entrambi costruito la propria immagine attaccando la corruzione e il potere delle grandi aziende, sostenendo restrizioni agli aiuti militari a Israele e mettendo in secondo piano le guerre culturali. Anche Zohran Mamdani, eletto a New York, può essere descritto con la stessa formula.

Resta aperta la domanda più importante: un candidato di questo profilo avrebbe davvero più possibilità di vincere le presidenziali del 2028, in un contesto in cui la popolarità del presidente Trump è in calo? E un'eventuale amministrazione democratica costruita su questa agenda riuscirebbe a governare meglio della precedente? Il sondaggio non risponde a queste domande, ed è proprio dai fallimenti elettorali e di governo degli ultimi anni che è nato il malcontento da cui adesso il partito cerca di uscire.

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