Bovino 2028, l’ex comandante della Border Patrol che sogna la Casa Bianca

L’uomo simbolo del giro di vite sull’immigrazione a Minneapolis ha aperto un comitato esplorativo per una sua possibile candidatura alla presidenza nel 2028. Difende le espulsioni di massa degli immigrati irregolari e ora è passato anche ad attaccare i vertici dell’Amministrazione Trump.

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Bovino 2028, l’ex comandante della Border Patrol che sogna la Casa Bianca
Immagine creata con l'intelligenza artificiale

Gregory Bovino, ex comandante della Border Patrol e uno dei volti più noti della politica anti immigrazione di Donald Trump, punta direttamente alla Casa Bianca. Ha aperto un comitato esplorativo in vista delle elezioni presidenziali del 2028 e lo ha pure confermato a NewsNation: per il momento sta solo valutando la fattibilità di una candidatura, ma è pronto a lanciarsi nella corsa “se tutto andrà al suo posto”.

Bovino è andato in pensione a marzo dopo quasi trent’anni nella Border Patrol. Il suo comitato ha aperto il sito Bovino2028.com, dove compaiono il logo “House Bovino – Men Fight Back” e una fotografia che lo ritrae con un cappotto finito al centro di polemiche in quanti alcuni lo hanno definito come un capo d’abbigliamento riconducibile all’epoca nazista.

A gennaio, durante il World Economic Forum, il governatore della California Gavin Newsom lo aveva senza mezzi termini paragonato a un’uniforme delle SS naziste. Bovino ha respinto le accuse, sostenendo che il cappotto gli era stato fornito dalla Border Patrol e che lo utilizza da oltre venticinque anni.

Una campagna all’insegna della linea dura

Il suo sito elettorale adotta da subito toni particolarmente aggressivi. Sotto il titolo “Una strategia nazionale audace”, Bovino viene celebrato per aver “sedato le orde di stranieri che hanno invaso le città della nostra nazione” così come per una leadership fondata su una “mentalità da guerriero”.

La notizia della sua possibile candidatura è stata anticipata dal Daily Beast, che ha riportato una sua dichiarazione particolarmente significativa: “Se fossi presidente, guiderei quell’operazione di espulsione dal fronte e starei in prima linea di tanto in tanto”.

Dopo il pensionamento, Bovino ha continuato a intervenire nel dibattito sull’immigrazione. Ha aperto un account personale su X dopo la chiusura del profilo ufficiale della Customs and Border Protection e sostiene che i rimpatri di massa rappresentino l’unica strada per garantire una reale sicurezza dei confini.

Le sue critiche si sono concentrate soprattutto sul nuovo Segretario del Dipartimento di Sicurezza Interna, Markwayne Mullin, ex senatore repubblicano dell’Oklahoma. Bovino lo accusa di aver ostacolato gli agenti dell’ICE impiegati nel centro di detenzione di Delaney Hall, nel New Jersey, teatro nei giorni scorsi di scontri tra manifestanti e forze federali.

In particolare, Bovino contesta a Mullin di non aver autorizzato l’uso di lacrimogeni contro i manifestanti, una tattica che lui stesso aveva adottato nelle operazioni condotte a Los Angeles, Chicago e Minneapolis. La replica del Segretario è stata liquidatoria: “Non l’ho mai incontrato, per me è irrilevante. Non so chi sia”.

Le polemiche e lo scontro con l’Amministrazione Trump

A gennaio Bovino è stato rimosso dal suo incarico dopo la morte di Renee Good e Alex Pretti, uccisi a Minneapolis da agenti federali dell’immigrazione. Secondo quanto riportato dal The Atlantic, dopo questi episodi, Bovino è stato trasferito in California.

Pretti, infermiere di un reparto di terapia intensiva, stava soccorrendo una manifestante spinta violentemente a terra quando gli agenti lo hanno circondato e gli hanno confiscato la pistola che portava legalmente con sé. Dopo averlo disarmato, hanno aperto il fuoco, uccidendolo sul colpo. La sua morte è stata ripresa da alcuni video che hanno fatto velocemente il giro del mondo.

Interrogato sul caso pochi giorni dopo, Trump ha definito Bovino “un tipo piuttosto sopra le righe”, aggiungendo: “In alcuni casi va bene così. Forse qui non è andata molto bene”.

Dopo la sua uscita di scena, la guida delle operazioni è passata a Tom Homan, lo “zar dei confini” della Casa Bianca. Homan ha subito preso le distanze dallo stile del suo predecessore, affermando di non essere interessato a slogan o apparizioni mediatiche. Anche lui, però, è diventato bersaglio delle critiche di Bovino, che lo accusa di essere troppo morbido e di “non aver fatto nulla” dopo la morte di Sheridan Gorman, studentessa universitaria di Chicago uccisa, secondo le accuse, da un cittadino venezuelano.

Nel mirino dell’ex comandante è finita anche la capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles, accusata di voler “ammorbidire e annacquare le espulsioni di massa”.

Bovino sostiene inoltre che negli Stati Uniti vivano 106 milioni di immigrati irregolari, una cifra rilanciata personalmente sul suo account X. Si tratta di un dato enormemente superiore alle stime ufficiali: il Dipartimento di Sicurezza Interna valuta infatti la popolazione di immigrati senza documenti attualmente presente negli Stati Uniti attorno agli 11 milioni di persone, un valore dieci volte più basso.

Se davvero il comitato esplorativo dovesse trasformarsi in una candidatura ufficiale, Bovino si troverebbe ad affrontare una competizione a destra particolarmente difficile. Trump ha già indicato come “imbattibile” una possibile successione guidata dal vicepresidente JD Vance e dal Segretario di Stato Marco Rubio, considerati da molti i due favoriti per raccogliere l’eredità politica dell’attuale presidente.

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