Bocciati anche i nuovi dazi globali del 10 per cento di Trump
Il Tribunale di commercio internazionale ha stabilito che il presidente ha invocato in modo improprio una legge del 1974 per imporre le tariffe ai partner commerciali. La Casa Bianca farà ricorso.
I dazi globali del 10 per cento imposti dal presidente Donald Trump nel febbraio 2026 sono illegali. Lo ha stabilito il Tribunale di commercio internazionale degli Stati Uniti, con sede a New York, in una sentenza che rappresenta un nuovo duro colpo alla strategia commerciale della Casa Bianca dopo la bocciatura subita pochi mesi fa davanti alla Corte Suprema.
La decisione, presa con due voti contro uno da un collegio di tre giudici, riguarda le tariffe temporanee che l'amministrazione aveva introdotto a febbraio per sostituire i dazi più ampi cancellati dalla Corte Suprema il 28 febbraio. Secondo i giudici, il presidente ha oltrepassato i poteri commerciali che il Congresso gli aveva delegato per legge. Le tariffe sono state definite "invalide" e "non autorizzate dalla legge". Il terzo giudice del collegio ha invece ritenuto che la normativa concedesse al presidente maggiore margine di azione.
Il provvedimento contestato si fonda sulla Sezione 122 del Trade Act del 1974, una disposizione mai usata prima. Permette al presidente di imporre dazi fino al 15 per cento per un massimo di 150 giorni in risposta a "ampi e gravi deficit della bilancia dei pagamenti" e a "problemi fondamentali nei pagamenti internazionali". I giudici hanno spiegato che la norma fu approvata in un contesto storico molto specifico, quando il dollaro era ancora ancorato all'oro e le riserve auree del paese erano in via di esaurimento. Una situazione, hanno osservato, che non ha nulla a che vedere con quella attuale.
La sentenza, lunga 53 pagine, blocca direttamente la riscossione dei dazi soltanto per i tre soggetti che avevano fatto causa: lo Stato di Washington, la società di spezie Burlap & Barrel e l'azienda di giocattoli Basic Fun. Per gli altri importatori la situazione resta incerta. Jeffrey Schwab, direttore del contenzioso del Liberty Justice Center, l'organizzazione libertaria che ha rappresentato le due aziende, ha dichiarato che non è chiaro se gli altri imprenditori dovranno continuare a pagare i dazi. La normativa imponeva comunque la scadenza delle tariffe al 24 luglio.
Dave Townsend, avvocato esperto di commercio internazionale dello studio Dorsey & Whitney, ha dichiarato al New York Times che la sentenza aprirà la strada ad altre aziende per chiedere l'annullamento delle tariffe e il rimborso dei pagamenti già effettuati. Townsend ha però avvertito che il caso potrebbe arrivare anche alla Corte Suprema. Ryan Majerus, partner dello studio King & Spalding, ha previsto che il processo di rimborso, se avviato, potrebbe protrarsi fino al 2027.
L'amministrazione si era trovata costretta a introdurre questi nuovi dazi dopo la sentenza della Corte Suprema di febbraio. In quell'occasione i giudici avevano cancellato le tariffe ben più ampie che Trump aveva imposto nel 2025 invocando l'International Emergency Economic Powers Act del 1977. La Costituzione statunitense attribuisce al Congresso il potere di stabilire le tasse, comprese le tariffe doganali, anche se i parlamentari possono delegarne parte al presidente. Per quei dazi è già in corso una procedura di rimborso che riguarda circa 166 miliardi di dollari incassati.
Trump ha reagito con durezza alla sentenza, attaccando i giudici parlando con i giornalisti. Ha definito "positivo" un solo voto e ha bollato gli altri due come provenienti da "due giudici radicali di sinistra". Il presidente ha poi annunciato che la sua amministrazione aggirerà la decisione: "Riceviamo una sentenza, e lo facciamo in un modo diverso. Stiamo incassando centinaia di miliardi di dollari dai dazi, e li stiamo togliendo a paesi che ci hanno derubato per anni". La Casa Bianca dovrebbe presentare ricorso davanti alla Corte d'Appello federale del District of Columbia.
L'amministrazione sta già preparando il piano alternativo. L'Office of the U.S. Trade Representative ha avviato due indagini commerciali sotto la Sezione 301, una disposizione che consente di imporre dazi fino al 100 per cento in caso di rischio per la sicurezza nazionale o economica. La prima indagine riguarda 16 partner commerciali, tra cui Cina, Unione Europea e Giappone, accusati di sovrapproduzione e di pratiche che danneggiano i produttori americani. La seconda esamina 60 economie, dalla Nigeria alla Norvegia, che insieme rappresentano il 99 per cento delle importazioni statunitensi, per verificare se contrastino adeguatamente il commercio di prodotti realizzati con il lavoro forzato. Le audizioni si sono svolte a Washington nelle ultime due settimane.
Timothy Brightbill, avvocato dello studio Wiley Rein, ha definito la sentenza "un rifiuto netto dell'uso della Sezione 122 da parte del presidente". Ha aggiunto che la decisione sarà sicuramente impugnata, ma esiste già un "Piano C" rappresentato proprio dalle indagini Sezione 301, i cui risultati dovrebbero portare a nuovi annunci di dazi a luglio.
La sentenza arriva in un momento delicato dal punto di vista diplomatico. Trump si prepara a recarsi in Cina la prossima settimana per incontrare il leader Xi Jinping, e i dazi saranno tra i principali argomenti del vertice. La pronuncia rischia di indebolire la posizione negoziale del presidente.
Anche una ventina di Stati americani, tra cui New York, California e Pennsylvania, avevano presentato ricorso a marzo contro i dazi del 10 per cento. Il tribunale ha però stabilito che la maggior parte di loro non aveva la legittimazione attiva per contestare le tariffe. Il procuratore generale dell'Oregon, Dan Rayfield, ha dichiarato che il suo Stato continuerà a rivolgersi ai tribunali finché Trump tenterà di tassare illegalmente i cittadini.