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Un Repubblicano su cinque potrebbe decidere di non votare a novembre
Politica interna 17 min di lettura

Un Repubblicano su cinque potrebbe decidere di non votare a novembre

Sondaggi e campagne porta a porta allarmano sempre di più il partito: il 20% della base repubblicana più fedele può restare a casa o votare democratico, soprattutto a causa dell’inflazione e dell’aumento dei prezzi.

Circa un elettore su cinque tra i repubblicani più fedeli rischia di restare a casa a novembre o di votare per i democratici. È quanto emerge da un’analisi di Americans for Prosperity Action, il super PAC conservatore legato al miliardario Charles Koch, citata dal Washington Post a poco più di tre mesi dalle elezioni di metà mandato.

Il dato preoccupa perché arriva in un ciclo elettorale già difficile per il partito. Il gradimento di Donald Trump resta basso e, storicamente, la forza politica che controlla Washington tende a perdere seggi alle elezioni di metà mandato. La novità è che la smobilitazione riguarda ora anche gli elettori più assidui: persone che hanno partecipato a tutte le ultime quattro primarie e a tutte le ultime quattro elezioni generali.

Gli elettori a rischio si concentrano in Iowa, Ohio, North Carolina, Montana, New Hampshire e Michigan. Alcuni affermano che potrebbero rinunciare al voto, altri valutano di sostenere i democratici, soprattutto a causa dell’inflazione e dell’andamento dell’economia. L’analisi combina i risultati dei sondaggi con le indicazioni raccolte durante le campagne porta a porta.

“Si tratta di una fetta ampia”, ha dichiarato al Washington Post Nathan Nascimento, direttore esecutivo di AFP Action. “È un numero che fa paura”. Quel 20% non comprende, peraltro, gli elettori conservatori già a bassa propensione al voto, ovvero quelli che si presentano solo quando Trump è sulla scheda ma disertano le altre consultazioni. Mobilitarli rappresenta un problema diverso e altrettanto serio.

Midterm 2026

La base repubblicana si raffredda

Un'analisi di AFP Action, il super PAC della rete Koch, stima che circa un elettore repubblicano su cinque tra i più assidui rischi di restare a casa a novembre — o di votare per i democratici.

Gli elettori più fedeli del partito
1 su 5 rischia di non votare alle elezioni di metà mandato o di passare ai democratici

La stima riguarda i fedelissimi: elettori che hanno partecipato a tutte le ultime quattro primarie e a tutte le ultime quattro elezioni generali.

Il divario

I democratici sono molto più motivati

Vantaggio democratico tra gli elettori «certi di votare», oggi e alla vigilia dell'ondata blu del 2018.

2018
+0 pt
2026
+0 pt
Nel 2018, con un divario di appena 2 punti, i democratici riconquistarono la Camera guadagnando 40 seggi.
Voto generico per il Congresso — elettori registrati
DEM
0%
REP
0%
Tra i soli elettori «assolutamente certi» di votare il vantaggio democratico sale a 8 punti: 53% contro 45%.

Approvazione di Trump al 37% tra gli adulti americani. Storicamente, il partito che controlla la Casa Bianca perde seggi alle elezioni di metà mandato.

La mappa del rischio

Sei Stati sotto osservazione

Dove si concentrano gli elettori fedeli a rischio smobilitazione, secondo il porta a porta di AFP Action.

IA
Iowa
2 corse aperte
OH
Ohio
NC
North Carolina
MT
Montana
NH
New Hampshire
MI
Michigan

In Iowa, Stato ormai considerato solidamente repubblicano, sia la corsa per il governatorato sia quella per il Senato restano aperte e competitive. Il gruppo più a rischio: uomini sotto i 40 anni, preoccupati per economia e prezzi.

Le cause

Perché la base è fredda

Tocca ogni voce per il dettaglio.

È il motivo più citato nel porta a porta, insieme alla guerra in Iran. Dopo la proroga dei tagli fiscali del 2025, il Congresso non ha approvato altre misure significative contro l'aumento del costo della vita.
La legge simbolo sull'obbligo di documento per votare è passata alla Camera a febbraio, ma al Senato mancano i 60 voti per superare il filibuster democratico.
218 NO213
Il comitato MAGA Inc. ha raccolto 400 milioni di dollari, ma il fondo resta quasi intatto e tra i donatori cresce il malumore. I senatori chiedono a Trump di usarlo per mobilitare gli elettori meno assidui.

Il tentativo di rilancio: la convention di metà mandato del partito, in programma il 9 e 10 settembre a Dallas.

Fonte: Washington Post; sondaggio Washington Post-Ipsos, 8–13 luglio 2026; AFP Action
Dati a luglio 2026

Il divario nell’entusiasmo

Un sondaggio del Washington Post e di Ipsos mostra che la quota di democratici certi di votare a novembre supera ormai di dieci punti quella dei repubblicani. Nel voto generico per il Congresso, invece, il vantaggio democratico si ferma a tre punti, 48% contro 45%, mentre l’approvazione di Trump resta al 37%. Se il divario nella propensione al voto non si ridurrà, potrebbe risultare decisivo.

Mitchell Brown, sondaggista repubblicano dello studio Cygnal, colloca l’entusiasmo democratico sui livelli del 2018, quando il partito riconquistò la Camera dei Rappresentanti. I repubblicani, al contrario, appaiono molto meno motivati rispetto ad allora. “Non è che i democratici stiano superando le attese: sono i repubblicani che stanno andando peggio del previsto”, ha spiegato.

Secondo Brown, il gruppo più a rischio è quello degli uomini sotto i quarant’anni, preoccupati soprattutto per l’economia e per l’aumento dei prezzi. È lo stesso segmento che contribuì in modo decisivo alla vittoria di Trump nel 2024, anche in alcuni degli Stati in bilico che torneranno al voto quest’anno.

La tensione è particolarmente evidente in Iowa, dove sia la corsa per il governatorato sia quella per un seggio al Senato sono aperte e competitive, nonostante lo Stato sia ormai considerato solidamente repubblicano. Durante una sessione porta a porta di AFP Action a Urbandale, sobborgo di Des Moines, diversi elettori hanno criticato la guerra in Iran e l’inflazione; alcuni hanno persino dichiarato di essere pronti a votare democratico in autunno.

Gli strateghi repubblicani ritengono che il quadro possa cambiare quando la campagna entrerà nel vivo. Contano inoltre sul ridisegno dei collegi promosso da Trump, senza precedenti per ampiezza, che dovrebbe limitare le perdite garantendo al partito un vantaggio strutturale. “I repubblicani sono uniti, all’attacco e dispongono del più grande tesoro elettorale nella storia del partito”, ha dichiarato Natalie Baldassarre, portavoce del Republican National Committee, secondo cui gli elettori hanno ben chiara la posta in gioco a novembre.

Il nodo della mobilitazione

A Washington, però, il partito resta paralizzato dalle divisioni interne, che gli hanno impedito di approvare alcuni dei suoi provvedimenti simbolo. Tra questi c’è il SAVE America Act, la proposta di legge che prevede l’obbligo di esibizione di un documento d’identità per votare e di una prova della cittadinanza per iscriversi alle liste elettorali.

La Camera dei Rappresentanti lo ha approvato a febbraio con 218 voti contro 213, ma al Senato i repubblicani non dispongono dei 60 voti necessari per superare l’ostruzionismo (“filibuster”) dei democratici. Trump ha quindi attaccato pubblicamente i vertici del partito per il ritardo. Dopo la legge del 2025 che ha prorogato i tagli fiscali, inoltre, il Congresso non ha più approvato misure significative contro l’aumento del costo della vita.

“Dobbiamo fare qualcosa per rimotivare la nostra base”, ha ammesso Ron Johnson, senatore repubblicano del Wisconsin, che tornerà davanti agli elettori soltanto nel 2028. A suo giudizio, molti sostenitori fedeli ritengono che i parlamentari del partito non si siano impegnati abbastanza. Abigail Jackson, portavoce di Trump, ha definito la legge elettorale una priorità assoluta e ha assicurato che l’amministrazione continua ad attuare l’agenda del presidente sui prezzi, dal costo dei farmaci a quello della benzina.

Altri senatori chiedono a Trump di sfruttare la propria piattaforma e i 400 milioni di dollari raccolti dal comitato MAGA Inc. per mobilitare gli elettori meno assidui, considerato che il presidente ottiene risultati migliori quando compare personalmente sulla scheda. Kevin Cramer, senatore del North Dakota, ha raccontato di aver affrontato il tema con Trump nello Studio Ovale la settimana scorsa. “Lo faranno, se approvate il SAVE America Act”, avrebbe risposto il presidente. Il fondo, intanto, resta quasi intatto e tra i donatori cresce il malumore per il mancato impiego delle risorse.

La Casa Bianca punta anche sulla convention di metà mandato, in programma il 9 e 10 settembre a Dallas, per rilanciare l’entusiasmo. Thom Tillis, senatore del North Carolina che ha rinunciato a ricandidarsi, ritiene che alla fine la base tradizionale andrà comunque alle urne. Teme però che l’economia e l’inflazione abbiano compromesso l’immagine del partito tra i moderati e che la guerra in Iran stia diventando un ulteriore peso elettorale. “La domanda è se la coalizione che appartiene soltanto al presidente potrà essere mobilitata per votare anche per gli altri”, ha concluso.

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